Wednesday, October 2, 2019

Biblioteca fascista — The Fascist Library

A historical library of Italian Fascism: documents, articles, books, letters, speeches. Original Italian texts and English translations.

Biblioteca storica del fascismo: documenti, articoli, libri, lettere, discorsi. Testi originali e traduzioni in inglese.



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Verità e menzogna sul fascismo (1945)


di Carlo Alberto Biggini


EDITO A CURA
DELL’UFFICIO STAMPA DELLA FEDERAZIONE FASCISTA REPUBBLICANA
DI PADOVA
___

Dal “Corriere della Sera„
Martedì 16, Venerdi 19 Gennaio 1945-XXIII
N. 14 e 17
___

PADOVA
31 Gennaio 1945-XXIII


Dopo oltre cinque anni dall’origine del secondo conflitto mondiale, si fa sempre più profondo il bisogno di riproporsi il problema di questa guerra e delle sue più remote finalità. L’attuale conflitto si differenzia da ogni altro che la storia ricorda non soltanto per l’estensione a tutto il globo terracqueo, ma anche, e soprattutto, per due nuovi fattori politici e ideologici che ne segnano la caratteristica fondamentale: il rapporto tra occidente e oriente e quello tra democrazia, bolscevismo e fascismo.

Quando il conflitto scoppiò, nell’estate del 1939, ci si poteva illudere ch’esso sarebbe rimasto nei limiti di una guerra europea, per la supremazia dell’Inghilterra e della Germania, e si poteva guardare ad esso da questo ristretto punto di vista, schierandosi dall’una o dall’altra parte. Vero è che fin d’allora i presupposti ideologici dei contendenti valevano a dare una particolare fisionomia alla guerra, inducendo a proclamare il contrasto dei regimi politici come il motivo determinante di essa, ma si poteva, tuttavia continuare a pensare che, dietro l’apparente veste ideologica, il problema fosse rimasto essenzialmente nei termini del 1914. Ora non più: ora questo problema, se anche continua a sussistere in quei termini, è affatto trasvalutato dai più grandi problemi tra i quali si è trovato inserito e sollecita un nuovo e più profondo esame. Dobbiamo, insomma, liberarci delle molte concezioni e idee con le quali siamo entrati in questa seconda guerra mondiale, anche perchè i punti di partenza di essa poggiano in parte ancora su la precedente epoca storica, come la politica di equilibrio europeo, il nazionalismo, l’internazionalismo, ossia sui sistemi e concetti politici derivati direttamente dalla rivoluzione francese.

Contemporaneamente alla lotta dei popoli si combatte entro ciascun popolo una lotta sociale; le vecchie classi dirigenti, basandosi su un’epoca tramontata, vogliono mantenere privilegi e potenza. Questo spiega, in parte, i numerosi tradimenti avvenuti, durante il corso di questa guerra.

Gli Anglo-Americani non hanno certo intrapreso la guerra con la volontà di aiutare o « liberare » un qualunque popolo dell’occidente europeo, ma perchè si vedevano minacciati dall’avvento di una nuova epoca, quale veniva esprimendosi in Italia e in Germania con più forza e consapevolezza che altrove. Perciò nel giudicare la guerra attuale non dobbiamo attenerci all’ingannevole apparenza, ma all’intimo contenuto della rivoluzione in corso.

Dalla Santa Alleanza, che sorge particolarmente per combattere le idee dell’89, le quali, nonostante tutto, continuano ad agire come potenti forze spirituali e mutano il volto dell’Europa, fino alla caduta dell’impero Asburgico, in tutto questo periodo nessuna idea contrasta sostanzialmente quella della rivoluzione francese, ma sono piuttosto una concezione e una forma di vita, la vita liberale, e una tradizione ancora tenacemente l’adirata, che si esauriscono a poco a poco.

Durante tutto il corso della prima guerra mondiale non si è, certamente combattuto per il trionfo di un’idea: se una nuova idea è nata, essa è nata soltanto da quella guerra, dopo quella guerra.

Desiderando stare più aderenti al significato del conflitto attuale, è certo che il 1941 ha segnato una svolta decisiva nella storia di esso conflitto e ancora si stenta ad avere coscienza della trasformazione radicale di tutte le premesse e di tutte le finalità. Ma, via via che la coscienza della trasformazione si afferma, ci si accorge del pericolo segnato dalla forza d’inerzia, che induce a continuare nella via intrapresa, senza avere la sufficiente elasticità mentale per adeguarsi alla nuova situazione e per comprenderne il nuovo significato. E il contrasto tra il vecchio e il nuovo, tra le finalità di partenza e quelle attuali, tra i conflitti parziali e il sistema di essi, ha ormai assunto tali proporzioni da poter apparire il conflitto come un gigantesco evento che trascina i popoli al di là di ogni previsione e di ogni effettiva consapevolezza.

Ora, è su questo profondo mutamento del significato del conflitto mondiale che gli uomini di cultura italiani devono sentire il bisogno di concentrare tutta la loro attenzione, con la spregiudicatezza e la serenità necessarie per capire di più e meglio lottare. Ed è anche chiaro come essi, a causa del ben più ampio punto di vista dal quale vogliono porsi, non possano non augurarsi un atteggiamento simile da parte degli uomini di cultura di tutto il mondo, con la speranza di eguale spregiudicatezza e serenità.

Dei due nuovi fattori che sono stati indicati come caratteristici del conflitto e cioè il rapporto tra occidente e oriente e quello tra democrazia, bolscevismo e fascismo, la prima revisione, che molti occorre che facciano per facilitare l’ulteriore cammino, riguarda pro prio il « Fascismo » e cioè l’ideologia politica in nome della quale il mondo ha preso le armi.

Oggi il Fascismo, dopo venticinque anni di vita dalla riunione di piazza San Sepolcro, si trova ancora di fronte al bolscevismo, ma si trova, inoltre, direttamente impegnato contro la democrazia. Vorremmo dire, tra oriente e occidente. Ed è proprio questa situazione di fatto nel conflitto che vale a chiarire l’intima natura del Fascismo e della rivoluzione politica e sociale ch’esso rappresenta.

Il Fascismo ha avuto sempre questo volto bifronte e tutta la sua storia si comprende davvero solo quando si approfondisca la duplice esigenza informatrice e il conseguente bisogno di sintesi.

Nella sua storia interna, il Fascismo, sorto dalla lotta contro il disordine, fu sostenuto dalla borghesia e apparve movimento di reazione borghese. E da que sto punto di vista è stato giudicato da tanti, anche dopo l’8 settembre 1943. Ma il movimento assunse ben presto una diversa fisionomia e, se di reazione si volle continuare a parlare, bisognò pure riconoscere l’affermarsi di una tecnica di governo, la cui caratteristica fondamen tale è il così detto totalitarismo. Cominciò, in altri termini, un processo di statilizzazione, che a poco a poco ha investito tutta la vita politica e sociale, preparando l’inevitabile processo di unificazione delle classi sociali. Sì che, a poco a poco, se si è voluto continuare nell’opposizione contro il Fascismo e contro il Corporativismo, l’opposizione stessa si è venuta scindendo in due estremi significativi.

Da una parte infatti, è continuata l’accusa di borghesismo e di capitalismo, e nella fine della lotta di classe si è visto il soffocamento del proletariato; da un’altra parte, invece, è esploso il vecchio liberalismo borghese denunciando lo statilismo del Fascismo e riconoscendo in esso un’affinità sostanziale con il bolscevismo. Significativi estremi che inducono ormai, ogni volta che ci si trova di fronte a un antifascista, a chiedere un’ulteriore precisazione: liberale o comunista? Volete dunque voi, antifascisti, un regime politico in cui si smontila macchina statale, che ha disciplinato tutta la vita economica, sottraendola alla libera concorrenza, e ha disciplinato tutta la vita politica, gerarchizzandola? Volete la fine del principio gerarchico e della unicità del comando politico per riportare la lotta politica sul piano dell’ugualitarismo democratico? O volete, invece, la fine di ogni residuo borghese, uno statalismo di ferro atto a frantumare ogni ulteriore velleità del privato, la subordinazione assoluta dell’individuo all’organismo politico, la dittatura ad oltranza e la minaccia continua dell’esecuzione capitale? Liberali o comunisti? Ma, alla domanda, gli antifascisti rispondono ponendosi a destra e a sinistra, dimostrando per ciò stesso, con palmare evidenza, che il problema politico dell’oggi è appunto quello del rapporto tra liberalismo e comuniimsmo, vale a dire quello di cui il Fascismo rappresenta il primo geniale tentativo di soluzione. Al posto della destra contro la sinistra e della sinistra contro la destra si forma una nuova posizione politico-sociale, che è contemporaneamente di destra e di sinistra.

Eguale destino ha avuto il Fascismo nella sua storia esterna. Da una parte, le democrazie, scandalizzate dell’autoritarismo, della fine della libertà, dello statalismo, dell’autarchia; dall’altra, il bolscevismo, che nel Fascismo ha ravvisato un regime borghese e capitalistico, anzi il più borghese e il più capitalistico di tutti i regimi. E, come all’interno liberali e comunisti hanno di comune soltanto l’antifascismo, così all’esterno democrazia e bolscevismo si son trovati insieme soltanto in funzione di antifascismo. Ma, se sul piano interno e su quello intemazionale il Fascismo fosse abbattuto, quale sarebbe il domani? La risposta a questa domanda comincia ormai a diventare evidente, perchè alla fine del Fascismo non potrebbe succedere che il rinnovato scontro di liberalismo e comuniSmo, e quindi un nuovo fatale Fascismo.

Questa la ragione per cui i tempi sono maturi affinchè gli uomini, anche gli avversari, compiano una revisione del problema del Fascismo.

La necessità del suo avvento è già sentita sul piano mondiale e il processo della guerra accelera il movimento della conversione ideologica e politica. La stessa alleanza delle democrazie e del bolscevismo conduce fatalmente al ravvicinamento dei due estremi in una qualche forma di Fascismo. Ecco l’autoritarismo e la dittatura affermarsi sempre più in Inghilterra e in America, ecco la macchina statale stringere progressivamente l’iniziativa privata, ecco il problema sociale imporsi e i vari piani tipo Beveridge echeggiare i motivi della legislazione fascista. E, insieme a questa trasformazione, il bisogno di attribuire alla Russia un’evoluzione in senso opposto, verso una maggiore libertà e verso un ritorno a esigenze individuali, finora compresse o soffocate. Ancora contro il Fascismo, dunque, ma assumendone sempre più il problema e avvicinandosi alle sue soluzioni. Ancora contro il Fascismo, ma, nonostante tutto, per il Fascismo. Il Fascismo ha già vinto la guerra, perchè ha vinto sul piano rivoluzionario.

Gli è che il Fascismo prima di ogni altra ideologia politica, ha compreso che il problema veramente rivoluzionario era quello della sintesi di liberalismo e socialismo, e che vano è ormai ogni altro tentativo politico che voglia affermarsi trascurando uno dei due bisogni essenziali dell’attuale vita politica: il riconoscimento della personalità dell’individuo e un’effettiva soluzione del problema sociale. Democrazie e bolscevismo hanno finora compreso uno solo dei due bisogni e non ne hanno perciò compreso sul serio nessuno.

Ma, se il principio informatore del Fascismo è già divenuto esigenza più o meno consapevole di ogni altro regime politico, sì da consentire la previsione del suo generalizzarsi, un’obiezione fondamentale si sente spesso muovere contro di esso, ed è quella che concerne il modo col quale il principio è stato tradotto nella realta. Allora non si nega più l’esigenza dal Fascismo espresas, ma si continua a negare che il Fascismo abbia saputa assolvere il compito propostosi e si insiste sulla necessità di perseguire lo stesso intento per altra via, e in maniera ben altrimenti efficace. Allora nel Fascismo si vede non la sintesi ma il misconoscimento di liberalismo e socialismo, un ibrido connubio, cioè, in cui sono mortificate le esigenze dell’uno e dell’altro ideale, senza alcun risultato di carattere positivo. E allora, pur ponendosi sullo stesso piano del Fascismo, si comincia a suggerire qua e là la ricetta di una più vera e comprensiva sintesi, in cui si salvi il meglio dei due regimi opposti e se ne rinneghino i difetti e i limiti. Non più Fascismo, dunque, nè Corporativismo, ma un altro nome qualunque, che sia esso a designare quel principio politico e sociale che il Fascismo non avrebbe saputo attuare.

Ora, a nessun fascista sincero può venire in mente di negare un qualche fondamento, almeno fino all’8 settembre, a questa obiezione, ed anzi l’obiezione stessa è nata e continua a nascere prima che in altri proprio nei fascisti più consapevoli. Essa costituisce, infatti, per quel tanto che è giustificata, l’intema forza di propulsione del movimento rivoluzionario, lo stimolo per la continua revisione di se stesso, l’insoddisfazione che è feconda di miglioramenti anche radicali. Il Fascismo per quanto possa vantare una storia lunga e creatrice non è che all’inizio del suo cammino e ben altri passi dovrà compiere prima che il suo ideale possa dirsi purificato dalle scorie che lo hanno compromesso nel passato e che volentieri tenterebbero di comprometterlo ancora. Il Fascismo perciò rivendica a se stesso il diritto e il dovere di farsi lui questa obiezione e di poggiare su di essa le speranze e la volontà dell’avvenire. Il Fascismo conosce le sue insufficienze, i pericoli che incombono su di esso, la distanza che ancora lo separa del fine proposto; conosce le forze che ne hanno spesso reso faticoso e ambiguo il rammino; ha conosciuto, soprattutto, la resistenza attiva e passiva, interna e esterna, che lo ha alterato e sfibrato. Tutto epiesto conosce e si confessa il Fascismo, ma, appunto per questo, nega con tutte le sue forze che l’obiezione possa essere pronunciata da altri che fascisti non siano. Perchè il Fascismo non è una astratta ideologia che possa giudicarsi sul piano delle astrazioni, non è un’utopia che possa aspirare alla perfezione di una logica formale, ma è un movimento politico che si inserisce e opera in una determinata realtà storica e non può prescindere da essa. Sì che autorizzati all’obiezione potrebbero essere soltanto i partecipi di un altro movimento politico che avesse saputo tradurre nella realtà lo stesso principio ideale evitando gli errori del Fascismo. E’ troppo facile stabilire in una carta o nella formulazione di alcuni punti un ideale politico proiettato nel futuro, di cui si rinvia al dopoguerra il concreto inizio.

Troppo facile contrapporre a una difficile prassi una perfezione soltanto teorica. A una siffatta pretesa il Fascismo risponde denunciando gli attuali catoni come i veri responsabili degli aspetti negativi del Fascismo. E non soltanto, si comprenda bene, i catoni interni che, rifugiandosi nel passato, hanno creduto di poter straniarsi dal Fascismo depauperandolo della propria esperienza e contribuendo direttamente o indirettamente alle sue deviazioni; ma anche, e soprattutto, i catoni esterni che con la loro venticinquennale incomprensione hanno sino al 25 luglio costretto il Fascismo a irrigidimenti e reazione di cui ora tutti pagano le conseguenze e soprattutto l’intera nazione. Sono state le forze reazionarie di dentro e di fuori che nell’asprezza della polemica, nel sordo ostruzionismo, nell’alterazione più o meno cosciente dei fatti, hanno giorno per giorno attentato alla vita del Fascismo e hanno cercato di logorarlo intellettualmente e moralmente. Ma ora costoro invano rivendicano il diritto di contrapporre al Fascismo un altro ipotetico regime, che del Fascismo abbia la stessa ragion di essere pur non avendone le imperfezioni. Essi non possono contrapporre realtà a realtà e non possono quindi garantire la bontà di un futuro di cui si sono mostrati radicalmente incapaci per il passato.

Quando dalla parola i nostri censori vorranno passare ai fatti si accorgeranno che la purezza dei loro ideali dovrà intorbidarsi alla stessa maniera e per le stesse ragioni che hanno caratterizzato il cammino del Fascismo. Sì che alla previsione di un estendersi del Fascismo nel dopoguerra possiamo aggiungere l’altrettanto facile previsione di un Fascismo con le negatività del nostro e forse anche peggiore del nostro. E peggiore, si comprende, proprio perchè venuto in ritardo, e cioè là dove le forze reazionarie sono più potenti e più radicate che non da noi, dove gli ostacoli e le deviazioni saranno più gravi. Peggiore, soprattutto, perchè più grave che non da noi è il fenomeno del capitalismo e perchè più grave sarà lo scontro tra borghesia e proletariato dopo un altro periodo di maturazione politica delle masse.

La maggior negatività del Fascismo straniero di fronte a quello italiano riguarderà naturalmente il principio fondamentale di ogni vita politica: il principio della libertà. Ora, è proprio in rapporto all’idea di libertà che il Fascismo viene più frequentemente osteggiato ed è proprio guardando ad essa che si auspica un regime politico che vada oltre il Fascismo.

Se non che, anche sotto questo riguardo, il Fascismo non può accettare la lezione che si pretende di impartirgli contrapponendogli la difesa di alcune libertà fondamentali o di alcuni diritti di libertà. Non può accettarla perchè essa proviene da chi ha dato prova di non saper comprendere il più grande dei diritti di libertà: il diritto al lavoro. E questo semplice diritto vale a porre in termini essenzialmente nuovi il problema della libertà, che i non fascisti si illudono di poter conservare nei termini tradizionali, sia pure con qualche aggiunta e qualche concessione al proletariato.

La borghesia deve ormai comprendere il significato della rivoluzione sociale e politica in atto e deve riconoscere che unificare le classi significa unificare le libertà delle classi. Ma, fino a quando essa insisterà a non prendere atto della libertà cui tende il proletariato, non avrà la possibilità di comprendere la differenza che corre tra libertà e privilegio, tra diritto e arbitrio. Due classi vogliono dire due gradi di libertà, e cioè propriamente privilegio e schiavitù: voler difendere oggi la libertà mantenendo la distinzione delle classi sociali significa soltanto retorica e malafede.

Ma come si unificano le classi e i loro diritti di libertà? Evidentemente, se si tratta di due gradi distinti quantitativamente e qualitativamente, occorrono una rinunzia e una trasformazione più o meno grande di una classe a favore dell’altra. La classe borghese, cioè, deve perdere quel tanto della sua libertà che costituisce il suo privilegio e deve attendersi un mutamento della vita in funzione dei bisogni di massa. Se di questa necessità riesce a convincersi, collabora all’unificazione col minimo sacrificio possibile; se, invece, non riesce, non può non piagnucolare impotente sulle libertà conculcate e non rendere più grave e più distruttivo il periodo di transizione.

Ora, tutte le proteste che all’interno e all’estero si levano contro l’offesa alla libertà segnata dal Fascismo sono fondamentalmente dovute all’incomprensione del suo significato, e, quanto più grande è l’incomprensione, tanto più forte diventa il bisogno rivoluzionario di reagire e di accentuare il contrasto. Ne viene di conseguenza che lo sforzo del Fascismo di unificare le classi è costretto a svolgersi sempre più nel senso di sacrificare i valori tradizionali alle necessità delle nuove esigenze.

E’ di questa necessità storica che il liberalismo deve convincersi di fronte al Fascismo. Andare incontro alla libertà delle masse non significa, come crede o finge di credere il vecchio liberale, concedere alle masse i diritti di libertà della borghesia, bensì concedere, in via preliminare e come presupposto di ogni altra libertà, il diritto al lavoro e la parità delle posizioni iniziali per la lotta della vita. Il quale presupposto implica tutta un’altra serie di presupposti che si chiamano economia programmatica, indipendenza economica della nazione, vincolo dell’iniziativa privata, trasformazione del diritto di proprietà e, sul piano internazionale, ridistribuzione delle ricchezze del mondo. Se di fronte a queste necessità la borghesia nazionale e internazionale dà prova di intelligenza e di collaborazione, il processo rivoluzionario può compiersi con relativa tranquillità; se, al contrario, la borghesia reagisce irrigidendosi nella propria posizione di privilegio, divengono fatali l’urto, la violenza, la mediazione autoritaria dell’arbitro. Così è nato l’autoritarismo fascista, e, se di esso i nostri avversari volessero indicare il vero responsabile, non potrebbero che individuarlo nella mentalità anacronistica del liberale.

Ma l’autoritarismo, poi, ha anche un’altra funzione tecnica transitoriamente insostituibile. Per comprenderla basta guardare alle necessità del tempo di guerra, della così detta bardatura bellica. Allora tutti avvertono il bisogno dei pieni poteri, la mano forte che unifichi gli sforzi per il raggiungimento del fine comune; allora nessuno sente di dover protestare contro le limitazioni imposte dall’organismo statale.

Ebbene, una rivoluzione ha le stesse esigenze di una guerra e non può compiersi sul serio senza un’eccezionale forma di disciplina. Il nuovo regime politico non può sorgere a un tratto, immediatamente adagiandosi nella forma di un’ordinaria amministrazione. Esso ha bisogno di un centro unificatore che caratterizzi il periodo di transizione, durante il quale la scienza e la vita andranno costruendo i nuovi istituti politici atti a rendere organica quella unificazione delle classi che non può materialmente e spiritualmente instaurarsi senza un adeguato processo di maturazione.

Ecco perchè l’autoritarismo ha caratterizzato, sia pure in forme diverse per la diversità delle singole condizioni storiche, tutti i nuovi regimi rivoluzionari, dal bolscevismo al fascismo, al nazismo, al falangismo, dei Paesi grandi e di quelli minori, fino alla Turchia, alla Romania al Portogallo. Ma ecco soprattutto perchè l’autoritarismo è alle porte, e più che alle porte, delle grandi democrazie, che fino a ieri irridevano alle forme politiche del Fascismo. Il problema sociale non può più essere trascurato o lasciato in secondo piano e la stessa necessità storica deve imporsi a tutti i Paesi.

Il Fascismo è in grado di dare all’ordine sociale e giuridico un contenuto concreto e di realizzare la condizione perchè l’idea di uguaglianza acquisti il suo vero senso.

In fondo l’aspetto essenziale e nuovo del Fascismo consiste nell’avere proclamato, nell’avere reso risibile a tutti, nell’avere reso, per così dire, ufficiale questo vuoto della società. Con chiara potente intuizione il Fascismo ha colto questo vuoto come l’epilogo di tutto il mondo moderno e di questa immensa carenza ha fatto la premessa della sua azione.

Infatti Mussolini, cogliendola con una visione singolare per la sua profondità, ha intuito che la crisi del mondo moderno si traduceva in un vuoto sociale, in una società nella quale il vincolo sociale era cessato, se vincolo sociale è il riconoscimento dell’individuo, nel senso attivo e concreto di vita vissuta in comune nel comune godimento dei beni della vita.

Esiste lo Stato quando il popolo ne è fuori, quando intere masse ne restano fuori socialmente e giuridicamente? Questo interrogativo, posto dal Fascismo durante tutta la sua esperienza, ha segnato un vero e proprio ritorno alle origini dello Stato, un riproporre il problema della politica nei suoi termini costitutivi: la fondazione della città sociale, la fondazione dello Stato.

Una rivoluzione non si concepisce senza una rivelazione. E che altro può essere la rivelazione se non la conoscenza di uno stato d’animo, l’interpretazione di un costume di vita che urge, batte alle porte di quei nuovi tempi che sono insistentemente cercati, la consapevolezza di nuove necessità, di nuovi bisogni?

Che significato avrebbe la parola genio politico ove si escludesse un potere inventivo, morale e politico? Genio è colui al quale la verità si rivela, che trova la verità nascosta o che crea la verità. Per primo egli vede quello che gli altri non vedono, trova ciò che gli altri non ricercano.

Ma possono i nostri nemici avere dimenticato le parole del messaggio dell’anno IX, col quale Mussolini, come ogni vero scopritore, certo della verità misconosciuta, proclama che la concezione fascista, rispondendo ad esigenze di carattere universale, risolve il triplice problema dei rapporti tra lo Stato e l’individuo, tra lo Stato ed il gruppo, tra il gruppo ed i gruppi organizzati?

Ora il problema non può avere che una sola soluzione vera. E poiché non si può negare l’esistenza di questo triplice problema, trovata la soluzione vera, essa distrugge le pseudo-soluzioni.

Insomma, come la risposta ad un problema aritmetico è una, così nei grandi e decisivi momenti della storia, nei movimenti che segnano le epoche del cammino dei popoli, la risposta ad un problema politico è una.

Queste per sommi capi, sono le ragioni per le quali sentiamo il bisogno di rivolgerci agli uomini di cultura italiani e stranieri e di invitarli a una revisione del giudizio sulla realtà del Fascismo.

Dopo venticinque anni di Fascismo gli Italiani sentono di aver una concezione essenzialmente più libera di quella dei loro giudici e di essersi posti concretamente dei problemi che altri riescono soltanto oggi a intravedere. Perciò essi sanno che la distruzione del Fascismo è un’utopia, il cui vano perseguimento può soltanto disseminare il cammino di inutili rovine. Quand’anche i nemici riescissero a imporre a tutta l’Italia un diverso regime politico, non perciò il Fascismo sarebbe morto, cliè anzi il suo problema risorgerebbe più drastico, in un ben più feroce scontro di liberalismo e comunismo. L’unico risultato che si potrebbe ottenere sarebbe quello di rinunciare a un'esperienza di venticinque anni e di tutti i problemi che in questo periodo si son venuti faticosamente elaborando.

La cultura italiana è più libera perchè arricchita di questa insostituibile esperienza ed è in grado di comprendere le opposte esigenze altrui. Essa deve continuare a lavorare per dare al Fascismo, che, dopo l’8 settembre 1943, ha avuto un nuovo grande impulso rivoluzionario, profondi sviluppi dottrinali. Ma intanto oggi, mentre il conflitto sta per giungere alle sue fasi decisive, l’Italia sente di essere la nazione più serena per poter dire una parola che non sia soltanto di parte. E gli altri popoli possono ascoltare senza prevenzioni questa voce che non inganna. Non può ingannare, perchè, se l’Italia odia il nemico, tutti sanno che l’odio è soltanto per il male e aspira a tramutarsi in un sentimento di viva solidarietà; non può ingannare perchè, se essa parla d’impero ha dato prova di intendere l’impero soltanto come ragione di lavoro fecondo e beneficatore. Non può ingannare, infine, perchè tutta la storia d’Italia è là a dimostrare che una sola aspirazione è stata sempre alla radice della nostra coscienza ed è quella di una visione della vita che abbia carattere di universalità. Il Fascismo vuole avere anch’oggi questo carattere di universalità e se combatte, a oriente e a occidente, è soltanto in vista di un domani in cui possa realizzarsi una superiore collaborazione di questi due mondi ancora tra di loro molto estranei spiritualmente.

Ma, appunto perchè italiana in quanto universale è la fede per la quale l’Italia combatte, nessuno s’illuda di poterla ancora facilmente piegare. Se chi guarda dall’esterno e superficialmente può notare l’intima insoddisfazione di un processo rivoluzionario che tende al meglio, stia pur sicuro che, sotto questa veste critica caratteristica dell’intelligenza italiana, si cela oggi come non mai la profonda coscienza di difendere una superiore realtà ideale.

Truth and Lies About Fascism (1945)


By Carlo Alberto Biggini


EDITED BY
THE PRESS OFFICE OF THE REPUBLICAN FASCIST FEDERATION
OF PADUA
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From “Corriere della Sera„
Tuesday 16th, Friday 19th January 1945-XXIII
No. 14 & 17
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PADUA
31 January 1945-XXIII


After more than five years since the beginning of the Second World War, the need to re-present the problem of this war and its more remote aims has become even more pressing. The current conflict differs from any other in history not only for its extension over the whole globe, but also—and above all—for two new political and ideological factors that mark its fundamental characteristic: the relationship between the West and East, and the relationship between Democracy, Bolshevism and Fascism.

When the conflict broke out in the summer of 1939, one could be under the illusion that it would remain within the limits of a European war, a contest for supremacy between England and Germany, and one could look at it from this narrow point of view, siding with one side or the other. Although it is true that since then the ideological presuppositions of the contenders have given a particular physiognomy to the war, making the contrast between the political regimes the determining motive of it, at that time one could still, however, continue to think that behind the apparent ideological guise the problem remained essentially that of 1914. Not anymore: now this problem, even if it continues to exist in those terms, is by no means transversed by the greatest problems among which it has found itself inserted and therefore urges a new and deeper examination. We must, in short, free ourselves from the many notions and ideas with which we entered this Second World War, also because the starting points of it still rest in part on the previous historical epoch, such as the policy of European balance of power, nationalism, internationalism—in other words, on the systems and political concepts derived directly from the French Revolution.

At the same time that this struggle of peoples is taking place, a social struggle is also being fought within each people; the old ruling classes, clinging to a declining era, want to maintain their privileges and power. This explains, in part, the numerous betrayals that took place during the course of this war.

The Anglo-Americans certainly did not wage war out of some desire to help or "liberate" any Western European people, but rather because they saw themselves threatened by the advent of a new era, which was expressed in Italy and in Germany with more strength and awareness than anywhere else. Therefore, in judging the present war, we must not adhere to the deceptive appearance of things, but to the intimate content of the ongoing revolution.

From the time of the Holy Alliance—which arose specifically to combat the ideas of 1789, which, despite everything, continued to act as powerful spiritual forces which changed the face of Europe—until the fall of the Hapsburg Empire, throughout that entire period, no idea substantially contrasted with that of the French Revolution, but rather a conception and a form of life—liberal life—and a tradition still tenaciously enraged, which little by little were exhausted.

During the course of the First World War, people certainly were not fighting for the triumph of an idea: if a new idea was born, it was born only as a result of that war, after that war.

Wishing to be more adherent to the meaning of the current conflict, it is certain that 1941 marked a decisive turning point in the history of this conflict and it is still difficult to become conscious of the radical transformation of all the premises and of all the purposes. But, as the consciousness of the transformation is affirmed, we become conscious of the danger marked by the force of inertia, which leads us to continue on the path we have taken, without having sufficient mental flexibility to adapt to the new situation and to understand its new meaning. And the contrast between the old and the new, between the original aims and the current ones, between the partial conflicts and their system, has now assumed such proportions that the conflict can appear as a gigantic event that carries people away from any prediction and any actual awareness.

Now, it is upon this profound change in the meaning of the world conflict that Italian men of culture must feel the need to concentrate all their attention, with the ruthlessness and serenity necessary to better understand and better fight. And it is also clear how they—due to the much broader point of view from which they want to put themselves—cannot but wish a similar attitude on the part of men of culture all over the world, with the hope of equal open-mindedness and serenity.

Of the two new factors that have been indicated as characteristic of the conflict—namely the relationship between the West and the East, and that between Democracy, Bolshevism and Fascism⁠—the first revision which many need to make in order to facilitate a better understanding of the journey concerns precisely "Fascism", that is to say, the political ideology in whose name the world has taken up arms.

Fascism today, after twenty-five years of existence since its foundation in Piazza San Sepolcro, is still fighting against Bolshevism, but it is also directly at war against democracy. Or as we would say, between East and West. And it is precisely this de facto situation in the conflict that clarifies the intimate nature of Fascism and the political and social revolution that it represents.

Fascism has always had this two-front character and its whole history can only be truly understood when the twofold need for information and consequent need for synthesis is deepened.

In its internal history, Fascism, born from the struggle against disorder, was supported by the bourgeoisie and appeared to be a bourgeois reactionary movement. And it was judged by many from this point of view, even after September 8, 1943. But the movement soon assumed a different physiognomy and, if one wanted to continue to speak of reaction, it was also necessary to recognize the emergence of a method of government whose fundamental characteristic is so-called totalitarianism. In other words, a process of statization began, which gradually invested all political and social life, preparing for the inevitable process of unification of social classes. Little by little, if one continued to stand in opposition to Fascism and to Corporativism, the opposition itself was split into two significant extremes.

On the one hand, indeed, the accusation of bourgeoisism and capitalism continued, and the end of class struggle saw the suffocation of the proletariat; on the other hand, the old bourgeois liberalism exploded, denouncing the statism of Fascism and recognizing in it a substantial affinity with Bolshevism. Significant extremes that now induce us, each time we are faced with an anti-fascist, to ask for further clarification: liberal or communist? Do you anti-fascists want a political regime in which the state machinery—which regulates all economic life—is dismantled, taking it away from free competition, which has governed all political life, hierarchizing it? Do you want to put an end to the hierarchical principle and the oneness of political command so as to bring the political struggle back to the level of democratic egalitarianism? Or do you want, instead, the end of every bourgeois residue, an iron statism capable of crushing any further velleity of the private person, the absolute subordination of the individual to the political organism, dictatorship to the bitter end and the continuous threat of capital execution? Liberals or Communists? But, when faced with this question, the anti-fascists respond by placing themselves on the right and on the left, demonstrating for this very reason, with obvious evidence, that the political problem of today is precisely that of the relationship between liberalism and communism, in other words that problem of which Fascism represents the first brilliant attempt at a solution.

Fascism has had an equal fate in its external history. On the one hand the democracies, scandalized by authoritarianism, the end of liberty, statism, autarchy; on the other Bolshevism, which viewed Fascism as a bourgeois and capitalist regime, indeed as the most bourgeois and the most capitalistic of all regimes. And, just as internally liberals and communists have only anti-fascism in common, so externally democracy and Bolshevism have found themselves united together only by anti-fascism. But if Fascism were overthrown at the national and international levels, what would tomorrow be? The answer to this question is now becoming evident, because with the end of Fascism the only thing that could happen is a renewed clash between liberalism and communism, and therefore a new fatal Fascism.

This is the reason why the time is ripe for men—even adversaries—to review the problem of Fascism.

The necessity for its advent is already felt at a global level and the process of the war is accelerating the movement of ideological and political conversion. The very alliance between the democracies and Bolshevism leads inevitably to the approximation of the two extremes into some form of Fascism. Authoritarianism and dictatorship are already increasingly asserting themselves in England and America, the state machinery is progressively suffocating private initiative, the social problem is imposing itself and the various Beveridge type plans echo the reasons for Fascist legislation. And together with this transformation is the need to attribute to Russia an evolution in the opposite direction, towards greater liberty and towards a return to individual needs hitherto suppressed or suffocated. Still against Fascism, therefore, but increasingly taking on the problem and approaching its solutions. Still against Fascism, but, despite everything, for Fascism. Fascism has already won the war, because it has won on a revolutionary level.

The fact is that Fascism, before any other political ideology, understood that the truly revolutionary problem was that of the synthesis of liberalism and socialism, and that any other political attempt to establish itself while neglecting one of the two essential needs of present life is by now vain politics: the recognition of the personality of the individual and an effective solution to the social problem. Democracies and Bolshevism have so far understood only one of these two needs and have therefore not really understood anything.

But, if the guiding principle of Fascism has already become a more or less conscious requirement of every other political regime, so as to allow the prediction of its generalization, a fundamental objection is often felt to move against it, and it is that which concerns the way with which the principle has been translated into reality. Thus the need expressed by Fascism is no longer denied, but they continue to deny that Fascism has succeeded in fulfilling the proposed task and insists on the necessity of pursuing the same aim in another way, and in a very different effective manner. Thus in Fascism they see not a synthesis but a misunderstanding of liberalism and socialism, a hybrid combination, that is, in which the needs of both are mortified, without any positive result. And thus, even if on the same plane as Fascism, they have begun to suggest here and there a recipe for a truer and more comprehensive synthesis, in which the best of the two opposing regimes is saved and its defects and limitations are denied. No longer Fascism, therefore, nor Corporativism, but any other name they can come up with to designate that political and social principle that Fascism supposedly would not have been able to implement.

Now, no sincere Fascist would deny that there is some truth to this objection, at least up until September 8th, and indeed the objection itself was first raised—and continues to be raised—precisely among the most conscious Fascists, even before anyone else. It constitutes, in fact, to the extent that it is justified, the internal propulsive force of the revolutionary movement, the stimulus for the continuous revision of itself, a dissatisfaction which is conducive also to radical improvements. Fascism, although it can boast a long and creative history, is still but at the beginning of its journey and it will have to accomplish many other steps before its ideal can be said to be purified from the waste that compromised it in the past and that would willingly try to compromise it again. Fascism therefore claims for itself the right and the duty to take this objection and to rest upon it the hopes and the will of the future. Fascism knows its insufficiencies, the dangers that loom over it, the distance that still separates it from its proposed aim; it knows the forces that have often rendered its tasks difficult and ambiguous; it has known, above all, active and passive resistance, both internal and external, which has altered and exhausted it. All of this Fascism knows and confesses, but precisely because of this, it denies with all its strength that the objection can be pronounced by others who are not Fascists. Because Fascism is not an abstract ideology that can be judged on the level of abstractions, it is not a utopia that can aspire to the perfection of a formal logic; it is a political movement that is inserted and operates within a specific historical reality and cannot be separated from it. Thus the only ones authorized to object would be the participants of another political movement that is able to translate into reality the same ideal principle while avoiding the errors of Fascism. It is too easy to establish in a map or in the formulation of some points a political ideal projected into the future, by which they intend the post-war period as the concrete beginning.

It is too easy to compare a purely theoretical perfection to a difficult practice. Fascism responds to such a claim by denouncing the current martinets as the true culprits of the negative aspects of Fascism. And not only that, we understand well that the internal martinets, taking refuge in the past, believed they could estrange themselves from Fascism, purging it of its own experience and contributing directly or indirectly to its deviations; but also, and above all, the external martinets who with their twenty-five year misunderstanding up until July 25th forced Fascism to stiffen and react, the consequences of which everyone is now paying and especially the entire Nation. It was the reactionary forces within and without which, in its harshness of polemic, in its dull obstructionism, in its more or less conscious alteration of deeds, have day in and day out made an attempt on the life of Fascism and have tried to wear it down intellectually and morally. But now they vainly claim the right to set up another hypothetical regime in opposition to Fascism, which has the same raison d'être as Fascism, although according to them it does not have Fascism's imperfections. They cannot oppose reality with reality and therefore cannot guarantee the goodness of a future which they have shown themselves radically incapable of in the past.

When our martinets attempt to put their words into practice, they too will realize that the purity of their ideals will have to become muddled in the same way and for the same reasons that characterized the path of Fascism. Thus to the prediction of an extension of Fascism in the post-war period we can add the equally easy prediction of a Fascism with all the defects of ours and perhaps even worse than ours. And worse, we say, precisely because it came too late, that is, when the reactionary forces will be more powerful and more deeply rooted than they are now, when obstacles and deviations will be more serious. Worse, especially, because the phenomenon of capitalism is much worse than us and because the clash between the bourgeoisie and the proletariat will be more serious after another period of political maturation of the masses.

The greater negativity of foreign Fascism compared to Italian Fascism will naturally concern the fundamental principle of all political life: the principle of liberty. Now, it is precisely in relation to the idea of liberty that Fascism is most frequently opposed and it is precisely by looking to it that they hope for a political regime that goes beyond Fascism.

Except that, even in this regard, Fascism cannot accept the lesson that some claim to impart to it by contrasting it with the defense of certain fundamental liberties or certain rights of liberty. It can not accept it because it comes from those who have shown that they do not understand the greatest right of liberty: the right to work. And this simple right is to put in essentially new terms the problem of liberty, which non-Fascists delude themselves into thinking they can retain in traditional terms, albeit with some additions and some concessions to the proletariat.

The bourgeoisie must by now understand the meaning of the social and political revolution which is now in progress and must recognize that unifying the classes means unifying the liberties of the classes. But, as long as it insists on ignoring the liberty to which the proletariat tends, it will not be able to understand the difference between liberty and privilege, between rights and arbitrariness. Two classes means two degrees of liberty, and that is precisely privilege and slavery: wanting to defend liberty today by maintaining the distinction between social classes means only rhetoric and bad faith.

But how are classes and their rights to liberty unified? Obviously, if we are talking about two grades that are quantitatively and qualitatively different, we need a renunciation and a more or less large transformation of one class in favor of the other. That is to say, the bourgeois class must lose much of its liberty which in reality constitutes its privilege and must anticipate a lifestyle change in relation to mass needs. If it is able to convince itself of this necessity, it will collaborate towards unification with the least possible sacrifice; if, on the other hand, it refuses, it cannot but whine helplessly about violated liberties and will make the transition period much more serious and destructive.

Now, all the protests taking place at home and abroad against the "violations" of liberty characteristic of Fascism are fundamentally due to a misunderstanding of its meaning, and, the greater the misunderstanding, the stronger the revolutionary need to react and to accentuate the contrast becomes. As a result, Fascism's effort to unify the classes is forced to take place increasingly in the sense of sacrificing traditional values to the needs of new exigencies.

It is this historical necessity that liberalism must convince itself of in the face of Fascism. Meeting the liberty of the masses does not mean, as the old liberal believes or pretends to believe, granting the masses the rights of liberty of the bourgeoisie, but granting—at the outset and as a prerequisite of all other freedoms—the right to work and equal starting positions in the struggle of life. This presupposition implies another set of presuppositions called programmatic economics, economic independence of the nation, constraint of private initiative, transformation of the right to property and, in the international sphere, redistribution of the world's wealth. If, being confronted with these needs, the national and international bourgeoisie shows proof of intelligence and collaboration, the revolutionary process can be carried out with relative tranquility; if, on the contrary, the bourgeoisie reacts by anchoring itself in its privileged position, then the impact, the violence and the authoritarian mediation of the arbitrator becomes fatal. Thus Fascist authoritarianism was born, and, if our adversaries wanted to point to the true culprit, they could only identify it in the anachronistic mentality of the liberals.

But authoritarianism also has another transiently irreplaceable technical function. To understand it, it is sufficient to look at wartime exigencies, i.e. the so-called war harness. In war everyone feels the need for full powers, the strong hand that unifies the efforts to reach the common goal; in war nobody feels the need to protest against the limitations imposed by the State.

Well, a revolution has the same exigencies as a war and cannot be carried out seriously without an exceptional form of discipline. A new political regime cannot suddenly arise, immediately settling down in the form of an ordinary administration. It needs a unifying center that characterizes the period of transition, during which science and life will be building the new political institutes to foster an organic unification of the classes, which cannot materially and spiritually be established without an adequate process of maturation.

Hence why authoritarianism has characterized—albeit in different forms due to the diversity of individual historical conditions—all the new revolutionary regimes, from Bolshevism to Fascism, to Nazism, to Falangism, to large and small countries, from Turkey to Romania and Portugal. But above all, this is because authoritarianism is at the gates—and indeed has already broken through the gates—of the great democracies, which until recently mocked the political forms of Fascism. The social problem can no longer be neglected or left in the background and the same historical necessities must impose themselves in all countries.

Fascism is able to give the social and legal order a concrete content and is able to realize the condition because the idea of equality acquires its true meaning.

After all, the essential and new aspect of Fascism consists in having proclaimed, in having made laughable to everyone, in having made official, so to speak, the emptiness of modern society. With clear powerful intuition, Fascism grasped this void as the epilogue of the whole modern world and has made this immense emptiness the premise of its action.

Indeed, Mussolini, grasping it with a unique understanding of its depth, realized that the crisis of the modern world was translated into a social void, into a society in which the social bond had ceased, if the social bond is the recognition of the individual, in the active and concrete sense of life lived in common in the common enjoyment of the good things of life.

Does the State exist when the people are outside of it, when entire masses are socially and legally beyond its scope? This question, posed by Fascism during all its experience, marked a real return to the origins of the State, a re-proposal of the problem of politics in its constitutive terms: the foundation of the social city, the foundation of the State.

A revolution cannot be conceived without a revelation. And what else can the revelation be if not the knowledge of a state of mind, the interpretation of a lifestyle that urges and beats on the doors of those new times that are persistently sought, the awareness of new necessities, of new needs?

What meaning would the word 'political genius' have if it excluded an inventive, moral and political power? A 'genius' is one to whom the truth is revealed, one who finds the hidden truth or who creates the truth. He sees first what others do not see, and finds what others do not seek.

But how could our enemies have forgotten the words of the 1930 message in which Mussolini, like every true discoverer, certain of the unacknowledged truth, proclaimed that the Fascist conception, responding to universal needs, solves the triune problem of relations between the State and the individual, between the State and groups, and between groups and organized groups?

Now the problem can only have one true solution. And since the existence of this triune problem cannot be denied, once the true solution is found, it destroys all the pseudo-solutions.

In short, just as there is only one answer to an arithmetic problem, so in the great and decisive moments of history, in the movements that mark the epochs of the journey of peoples, the answer to a political problem is only one.

These are the reasons why we feel the need to address Italian and foreign men of culture and invite them to review their judgment of the reality of Fascism.

After twenty-five years of Fascism, the Italians feel they have a conception that is essentially freer than that of their judges and feel that they have concretely addressed problems that others today can barely grasp. Therefore they know that the destruction of Fascism is a utopia, the vain pursuit of which will only broaden the path of useless ruins. Even if the enemy succeeds in imposing a different political regime over all of Italy, this in itself would not kill Fascism, because the problems which led to Fascism would rise again more drastically, in a much more ferocious clash between liberalism and communism. The only result they would obtain would be the renunciation of an experience of twenty-five years and all the problems that have arisen laboriously during that period.

Italian culture is freer because it is enriched by this irreplaceable experience and is able to understand the opposing needs of others. It must continue to work to give profound doctrinal developments to Fascism, which, after September 8, 1943, had a great new revolutionary impulse. Meanwhile today, as the conflict is about to reach its decisive stages, Italy feels itself to be the most serene nation for being able to speak a word that is not merely partial. And other peoples can listen without prejudice to this non-deceptive voice. It cannot deceive, because, if Italy hates the enemy, everyone knows that hatred is only for evil and that it aspires to turn it into a feeling of living solidarity; it cannot deceive because, if it speaks of imperialism, it has given proof that it intends imperialism only as a fruitful and beneficent reason for work. Finally, it cannot deceive, because all of Italy's history demonstrates that a single aspiration has always been at the root of our conscience, namely a vision of life that has a universal character. Fascism today also wants to have this universal character, and if it fights in the East and in the West, it is only in view of a tomorrow in which a superior collaboration can be realized between these two worlds which are still very spiritually estranged from each other.

But, precisely because it is just as much Italian as it is universal, it is the faith for which Italy fights, and no one deludes himself into thinking that it can be easily defeated. If those watching superficially from the outside notice the intimate dissatisfaction of a revolutionary process that tends towards the better, they are certain that, under this critical feature characteristic of Italian intelligence, today as never before there is a profound awareness of defending a superior ideal reality.