Wednesday, March 7, 2012

Il fascismo e i rurali

(Pubblicato in « Gerarchia », 25 maggio 1922)

di Benito Mussolini

I.

La breve, ma pienti e travagliata storia del Fascismo italiano, può dividersi in tre distinti periodi: il primo va dal marzo del 1919 al novembre-dicembre del 1920; il secondo va dal novembre-dicembre del 1920 al Congresso di Roma del 1921; la terza da quest'ultima data ad oggi.

Si è già detto e l'affermazione corrisponde al vero che nel primo periodo della sua vita, il Fascismo è stato un fenomeno prevalentemente urbano. Ma bisogna reagire contro certi scrittori, i quali negano ogni efficienza al Fascismo della prima ora e vanno affermando, con evidente spregio della cronologia, che le fortune del Fascismo grandeggiano quando il bolscevismo è al declino, e non già in causa dell'azione fascista.

Non sarà inopportuno ricordare ancora una volta agli immemori che il primo formidabile colpo d'arresto della follia bolscevica fu inferto a Milano nell'aprile del 1919; che nel settembre dello stesso anno, il Fascismo si impegnò moralmente e materialmente per l'impresa di Fiume; che nell'ottobre tenne un suo primo congresso nazionale a Firenze; che successivamente partecipò alle elezioni politiche; che nella primavera-estate del 1920 si ebbero le prime affermazioni del Fascismo triestino e istriano, coll'incendio del Balkan e di altri covi di nemici dell'Italia; che nel maggio dello stesso anno fu tenuta a Milano la seconda adunata nazionale fascista, durante la quale fu facile constatare che il Fascismo andava assumendo sviluppi sempre maggiori. C'è dunque un'attività fervida del Fascismo, ben antecedente alla occupazione delle fabbriche, agosto-settembre 1920 e ignorarla, come si fa da taluni, è puerile.

Dal marzo del 1919 al novembre del 1920 il Fascismo tiene alta la sua fiaccola: grida la sua parola d'ordine: è una specie di stampo nel quale andranno a gettarsi, a fondersi e a confondersi più vaste masse di cittadini nel secondo periodo della sua storia, quello che si potrebbe chiamare periodo dei rovesciamenti delle situazioni o della catastrofe socialista.

II.

Nella vita economica e sociale di una nazione, ci sono dei punti strategici di fondamentale importanza, perduti i quali tutto un sistema di posizioni è destinato a crollare. Uno dei punti strategici di massima importanza per il socialismo italiano era Bologna. Finché i socialisti dominavano Bologna, la loro situazione in tutta la valle padana non correva pericolo alcuno, il loro dominio non poteva essere seriamente minacciato. Ma il barbaro assassinio di Tullio Giordani produce una fulminea impressione di coscienze: sotto questa tempesta di anime offese, i fortilizi socialisti cadono uno dopo l'altro: l'esercito rosso si sbanda, i capi scompaiono dalla circolazione. I socialisti comprendono che, perduta Bologna, tutto è perduto. Ragione per cui, a un mese di distanza, tentano la riscossa a Ferrara, coll'agguato del Castello Estense. Anche qui il colpo fallisce e Ferrara insorge. La seguono Modena, Reggio e le altre città della valle padana. Il moto di rivolta dalle città dilaga nelle campagne: tutte le grandi e le piccole istituzioni del socialismo vengono travolte: la sconfitta strategica del socialismo italiano è completa. Altri fattori intervengono ad aggravarla: delusione operaia dopo l'occupazione delle fabbriche; tramonto del mito russo dopo il viaggio degli argonauti; scissione di Livorno. Nell'autunno-inverno del 1920, il Fascismo italiano non perde il suo carattere « urbano », perchè i centri più attivi restano i centri urbani, ma diventa anche rurale: si diffonde, cioè, nei piccoli paesi; raccoglie proseliti fra le popolazioni delle campagne e da minoranza tende a diventare massa. Non v'è dubbio che l'immissione di tanti elementi nuovi, altera, qua e là, più o meno profondamente, la fisonomia originaria del Fascismo: l'inquadramento di queste nuove forze, questa specie di grande mobilitazione spirituale e materiale, avviene un po' tumultuosamente, ma non è lecito respingere questi ribelli, nè è possibile diligentemente selezionarli: questo accadrà nel terzo periodo della storia, quando il Fascismo, da movimento, si trasforma in Partito.

III.

In quale misura il fascismo è diventato « rurale » ? Per rispondere con qualche approssimazione a questa domanda, è necessario, in primo luogo, consultare le statistiche. Secondo gli studi di Francesco Coletti, competentissimo in materia, e sulla base del censimento 1911, la popolazione che si può chiamare rurale in Italia si aggira sui 18 milioni di individui, raggruppati in tre milioni e mezzo di famiglie. Le regioni che — sempre secondo il censimento del 1911 — hanno una maggiore densità di popolazione rurale sono le seguenti:

Lombardia . . . . . . . . .  2.185.000
Veneto . . . . . . . . . . . . 1.990.000
Piemonte . . . . . . . . . . 1.691.000
Emilia-Romagna . . . . . 1.500.000
Toscana . . . . . . . . . . . 1.214.000

Ecco ora il numero delle tessere distribuite a tutto il 30 aprile 1922 dalla Direzione del Partito Nazionale Fascista nelle suddette cinque regioni:

Lombardia . . . . . . . . . . 43.880
Veneto . . . . . . . . . . . .  13.7210
Piemonte . . . . . . . . . . . 8.515
Emilia-Romagna . . . . . . 35.625
Toscana . . . . . . . . . . . . 25.707

Ci sono, dunque, nelle cinque regioni della valle Padana un centomila tesserati regolari del Fascismo. Accanto alle milizie politiche, inquadrate nei Fasci, sono sorte le organizzazioni sindacali. Quanti siano gli aderenti alle corporazioni non ci è dato sapere. Si può calcolare che, nelle cinque ragioni suddette, tocchino i 150.000. La massa che segue il Fascismo, nella politica e nell'economia, si aggira, nella sola valle Padana, a circa 300 mila individui. Non si può dire in base a queste cifre che il Fascismo sia diventato prettamente rurale; si può soltanto affermare che buona metà delle milizie fasciste provengono dalle plaghe rurali. Non solo non ce ne vergogniamo, ma ci teniamo — come titolo di gloria — a dichiarare che nella valle Padana il Fascismo è, oggi, in gran parte « rurale ».

IV.

Rurale e non agrario. Solo polemisti in malafede possono confondere questi due termini. Basta ricordare a clamorosa smentita degli anti-fascisti che gli Agrari si sono costituiti in regolare partito politico — previo regolare congresso nazionale — con relativo gruppo parlamentare, all'infuori della Destra Nazionale; basta ricordare che, accanto al Partito Politico Nazionale Agrario, c'è una organizzazione economica intitolata Confederazione Nazionale dell'Agricoltura e basta da ultimo ricordare, che a più riprese gli Agrari si sono scontrati — non incontrati — coi fascisti. Un ordine del giorno degli Agrari, che protestavano contro le inframmettenze fasciste, fu, anzi, riportato compiacentemente dall' «Avanti! ». Gli Agrari sono un conto; i rurali sono un altro. Gli Agrari sono grandi proprietari di terre e, salvo lodevoli eccezioni, fortemente conservatori; i rurali sono mezzadri, fittabili, piccoli proprietari, giornalieri. Tra Fascismo e Agrari, non corre buon sangue. Le rinnovazioni di taluni patti colonici hanno acuito le diffidenze, tanto che taluni agrari, hanno l'aria di rimpiangere i tempi rossi. Essi non possono, a lungo andare, simpatizzare con un partito che non rispetta i loro egoismi, ma li subordina agli interessi della produzione, e a quelli della Nazione. La recente discussione parlamentare sul latifondo ha dimostrato che le posizioni degli Agrari e quelle dei Fascisti sono diverse, se non antitetiche. Come si spiega allora l'adesione di vaste masse di « rurali » al Fascismo? All'epoca dei capovolgimenti delle baronie rosse, fu ampiamente documentata — attraverso episodi ora grotteschi, spesso criminali — la tirannia esercitata dai capi-lega. Tirannia che si esplicava nei boicottaggi, nei sabottaggi, negli incendi, negli assassini, negli scioperi interminabili e che aveva uno scopo ultimo: proletarizzare tutti i lavoratori della terra: ridurli tutti alla condizione di braccianti del territorio agricolo nazionale, demanializzato, cioè socializzato o burocratizzato. Chi ha vissuto in Romagna — specie nel Ravennate — conosce la tragedia di questa crisi della terra. Ora, in un paese a fondo psicologico individualistico, il « rurale » non può essere socialista. Le masse dei braccianti poterono in un primo tempo entusiasmarsi della formula: la socializzazione della terra — formula di una stupidità lacrimevole, degna, in tutto, del socialismo cosidetto scientifico di Enrico Ferri, ma il mezzadro, ma il fittabile, ma il piccolo proprietario — legato alla « sua » terra — non poteva sentire la novità e ne diffidava e si difendeva — « unguis et rostribus » — contro l'incombente pericolo della spogliazione. La verità umana è che il piccolo proprietario ci tiene al suo podere; la verità è che il mezzadro o il fìttabile tende con tutte le sue forze a diventare proprietario — e ci è riuscito su vasta scala in questi ultimi dieci anni. La « socializzazione della terra » in un paese come l'Italia è specialmente assurda; ma intanto il pericolo di diventare universalmente poveri e nullatenenti, doveva convogliare verso il Fascismo tutti gli elementi « rurali » che del loro lavoro precipuamente vivono. La terra ai contadini, si gridava durante la guerra! I contadini stanno conquistando la terra colle loro forze: è chiaro che queste falangi serrate di nuovi piccoli proprietari non possono che detestare il socialismo e per quello che rappresentava ieri e per quello che potrebbe minacciare domani. Dal Fascismo, invece, hanno tutto da sperare, nulla da temere.

V.

Profondi motivi economici, qui rapidamente prospettati, hanno fatto inclinare verso il fascismo masse imponenti di rurali. Ma questo non basterebbe a spiegare le « simpatie » della nuova piccola borghesia rurale per il Fascismo. Altri elementi psicologici entrano in gioco. Il contadino ha fatto la guerra sul serio. Dire che l'abbia fatta con entusiasmo è fare della pessima rettorica, ma certo è che il « colore » dell'opposizione alla guerra da parte delle masse rurali è stato assai diverso da quello di certe masse urbane, che, poi, si sono imboscate. L'opposizione alla guerra da parte del contadino, non proveniva dalla paura dei disagi e dei rischi, dalle incomodità, insomma, delle trincee, ma da altri motivi più semplici. Il contadino che io ho conosciuto sul Carso, non si lagnava, come spesso faceva il soldato urbano, dei disagi della guerra: mangiar male e dormire per terra. Li accettava, con rassegnazione, ma si domandava « perchè bisognava uccidere e farsi uccidere ». Gli elementi urbani si davan l'aria di capire la guerra (le sue ragioni), la condannavano in nome dell'internazionalismo, o la subivano: i rurali, invece, l'accettavano con rassegnazione, con pazienza, con disciplina. È certo che durante l'ultimo anno della nostra guerra, fra Caporetto e Vittorio Veneto, una profonda trasformazione psicologica si è operata nelle masse dei « rurali » che tenevano il fronte. Nei battaglioni d'assalto c'erano migliaia e migliaia di contadini. Molti di coloro che parteciparono alla prima e alla seconda battaglia del Piave, erano fascisti in potenza. Molti contadini raggiunsero il grado di « aiutante di battaglia ». Non pochi quello di ufficiali. Tutti costoro, tornati nel Paese, parvero travolti da quella Caporetto civile, che — « consule » Nitti — devastò la coscienza nazionale nel 1919, ma esistevano e aspettavano una parola d'ordine per la riscossa. È certo che quasi tutti i segretari politici dei piccoli Fasci rurali, sono ex combattenti, e spesso ufficiali o sottufficiali abituati al comando. È innegabile, quindi, che il Fascismo rurale trae molte delle sue forze morali dalla guerra e dalla vittoria, ma nello stesso tempo tiene vive in tutto il paese queste forze morali, d'incalcolabile valore storico. La nuova piccola borghesia dei produttori rurali, raccolta nei Fasci, è destinata a diventare, come quella di Francia, una forza di stabilità, di equilibrio, di sodo patriottismo. Una garanzia — insomma — di continuità nella vita nazionale.

Il Fascismo rispetta la religione; non è ateo, non è anti-cristiano, non è anti-cattolico. Raramente si dà il caso di un funerale fascista col rito così detto civile. Non v'ha dubbio che il Fascismo è molto meno anti-cattolico del Partito Popolare. La religiosità dei rurali italiani è perfettamente italiana. Il contadino che va tutte le domeniche a messa, si ferma sulla porta e chiacchiera col vicino di bestie e di mercati, è spettacolo che può scandalizzare e irritare i « feroci » delle altre, sètte o religioni, ma è nettamente adeguato al nostro carattere e al nastro temperamento. Il « cupio dissolvi » non appartiene alla religiosità dei rurali italiani. Il contadino italiano non si angustia troppo, per sapere se l'inferno c'è o non c'è. Egli si mette in regola, per il caso che ci fosse, e basta. Tuttavia l'opera violenta di anticlericalismo e di suffragizzazione, tentata negli ultimi anni prima della guerra dal socialismo, aveva ferito molte anime. La guerra ha rialzato i valori religiosi. Un movimento che come quello fascista rispetta la religione e imprime alle sue stesse manifestazioni un carattere di religiosità, determina ondate di simpatia nell'animo dei rurali, che non si sono mai lasciati sedurre dalle sparate ateistiche dei cosiddetti liberi pensatori in giro di propaganda nei villaggi. Anche le manifestazioni, che chiameremo militari, dei fascisti, hanno la loro influenza simpatica nell'animo dei contadini che hanno fatto la guerra.

VI.

Si è voluto in questi ultimi tempi, bollare con un marchio di infamia il Fascismo, accusandolo di essere asservito agli interessi dei grossi ceti agrari. È falso. Il Fascismo, lo ripeto, è in talune plaghe l'espressione politica e spirituale di una nuova piccola democrazia rurale che si è formata in questi ultimi anni. Il merito storico — d'importanza veramente eccezionale — del fascismo, è di essere riuscito a inserire vaste masse di elementi rurali nel corpo vivente della nostra storia. Qui, in un certo senso, è il prodigio atteso da secoli e secoli. Durante il Risorgimento i rurali o furono assenti o furono ostili. L'unità d'Italia è opera della borghesia intellettuale e di taluni ceti artigiani delle città. Ma la grande guerra del 1915-18, inquadra a milioni i rurali. Tuttavia la loro partecipazione all'evento è nel complesso passiva. Sono stati rimorchiati, ancora una volta, dalle città. Ora il Fascismo tramuta questa passività rurale — i cui motivi più sopra ho illustrato — in una adesione attiva alla realtà e alla santità della Nazione. Il patriottismo non è più un sentimento monopolizzato (o sfruttato) dalle città, ma diventa patrimonio — anche — delle campagne. Il tricolore ignorato per un secolo, sventola oggi nei più oscuri villaggi. Non tutto ciò che fiorisce e quasi esplode in questa specie di primavera della razza, è destinato a rimanere; lo sappiamo; ma sappiamo anche che taluni capovolgimenti spirituali lasciano tracce profonde. Lasciamo agli imbelli o ai purissimi il compito e la noia di sofisticare sulla sincerità del patriottismo rurale. Siamo appena agli inizi di un nuovo periodo della storia italiana. E fra non molto tempo sarà compresa e valutata al giusto segno, l'opera immensa tentata e compiuta in questi anni dal Fascismo.