Wednesday, March 7, 2012

Passato e avvenire

(Pubblicato in « Il Popolo d'Italia », 21 aprile 1922)

di Benito Mussolini

Il Fascismo italiano si raccoglie, oggi, attorno ai suoi mille e mille gagliardetti, per celebrare la sua festa e quella del lavoro nell'Annuale della fondazione di Roma. La manifestazione riuscirà severa e imponente, anche nei centri dove è stata vietata dalla polizia dietro ordine di un Governo che non sa e non vuole scegliere tra forze nazionali e forze antinazionali e finirà per morire di sua lacrimevole ambiguità.

La proposta di scegliere quale giornata del Fascismo il 21 aprile, partì da chi traccia queste linee e fu accolta dovunque con entusiasmo. I fascisti intuirono la significazione profonda di questa data.

Celebrare il natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l'avvenire. Roma e Italia sono infatti due termini inscindibili. Nelle epoche grigie o tristi della nostra storia, Roma è il faro dei naviganti e degli aspettanti. Dal 1821, dall'anno in cui la coscienza nazionale si sveglia e da Nola a Torino, il fremito unitario prorompe nell'insurrezione, Roma appare come la mèta suprema. Il grido mazziniano e garibaldino di « Roma o morte ! » non era soltanto un grido di battaglia, ma la testimonianza solenne che senza Roma capitale, non ci sarebbe stata unità italiana, poiché solo Roma, e per il fascino della sua stessa posizione geografica, poteva assolvere il compito delicato e necessario di fondere a poco a poco le diverse regioni della Nazione.

Certo, la Roma che noi onoriamo, non è soltanto la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma delle gloriose rovine, fra le quali nessun uomo civile si aggira senza provare un fremito di trepida venerazione. Certo la Roma che noi onoriamo non ha nulla a vedere con certa trionfante mediocrità modernistica e coi casermoni dai quali sciama l'esercito innumerevole della travetteria dicasteriale. Consideriamo tutto ciò alla stregua di certi funghi che crescono ai piedi delle gigantesche quercie.

La Roma che noi onoriamo, ma soprattutto la Roma che noi vagheggiamo e prepariamo, è un'altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive: non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell'avvenire.

Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo, o se si vuole, il nostro Mito. Noi sogniamo l'Italia romana, sogniamo l'Italia romana, cioè saggia e forte; disciplinata e imperiale. Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma, risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio: « Civis romanus sum ». Bisogna, ora, che la storia di domani, quella che noi vogliamo assiduamente creare, non sia il contrasto o la parodia della storia di ieri. I romani non erano soltanto dei combattenti, ma dei costruttori formidabili che potevano sfidare, come hanno sfidato, il Tempo. L'Italia è stata romana, per la prima volta dopo quindici secoli, nella guerra e nella vittoria; dev'essere, ora, romana nella pace; e questa romanità rinnovata e rinnovantesi ha questi nomi : disciplina e lavoro. Con questi pensieri, i fascisti italiani ricordano oggi il giorno in cui duemilasettecentocinquantasette anni fa — secondo la leggenda — fu tracciato il primo solco della città quadrata, destinata dopo pochi secoli a dominare il Mondo.