Saturday, March 10, 2012

I boia inintelligenti

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 9 marzo 1945)

di Anonimo

Da un ospedale di Roma, dove era stato ricoverato per scompensi cardiaci, il generale Roatta taglia la corda. Fugge. Evade, per dirla in linguaggio carcerario. Come? Questo lo sanno i suoi complici di Roma, ma non lo diranno. Chi sono ? Evidentemente i suoi amici. Ma chi erano i suoi amici ? In quali sfere della popolazione devono essere ricercati i suoi amici? Non certo tra i fascisti. Dopo le leggi reazionarie dei sei partiti democratici, i fascisti non circolano più: sono o in galera o nei campi di concentramento. Nonostante ciò essi devono esistere in qualche luogo e, anche se reclusi o concentrati, turbano i sonni di quei gruppi di inintelligenti e autentici traditori venduti ai Governi di Londra, Mosca e Washington. Comunque.Roatta non aveva amici tra i fascisti, non ne ha mai avuto. Per i fascisti Roatta è l'uomo di Badoglio, il più intimo fra gli amici del maresciallo capitolardo, è un complice del colpo di Stato, è uno dei preparatori dell'armistizio, anch'egli ha aperto le porte della Patria al nemico, è vigliaccamente anch'egli, tra 1'8 e il 9 settembre, fuggito da Roma per Pescara. È stato al Governo con Badoglio a Bari, è un uomo, insomma, che se dovesse cadere per avventura nel territorio della Repubblica Sociale Italiana, avrebbe ciò che i traditori come lui meritano: una congrua razione di piombo nella schiena. Signori del Governo di Roma: Roatta è vostro, soltanto vostro, ha .servito voi e soltanto voi. Coloro che lo hanno aiutato a fuggire sono nei vostri immediati paraggi e, se volete spingere lo sguardo un poco oltre le frontiere, non incontrerete per caso le misteriose iniziali I. S. (Intelligence Service), che spiegano molti avvenimenti antichi e recenti della politica mondiale? Poiché, giova ricordarlo, Roatta è piemontese, anzi savoiardo, legatissimo alla dinastia, ed è noto ai frantumati paracarri di quel che furono, un;giorno, le bellissime strade italiape che fra le due dinastie, quella di Londra: e quella di Roma, è stato suggellato un patto che reca l'avallo di Churchill. Se c'è quindi un « affare», uno « scandalo » nel quale i fascisti sono assolutamente estranei, è la fuga di Roatta, ma per gli inintelligenti boia di Roma anche la fuga di Roatta serve a scatenare nuove persecuzioni contro il fascismo, nonostante che essi lo abbiano le altre volte proclamato esausto e defunto. Infatti il Consiglio dei ministri ha nominato una commissione di quattro ministri, col compito:

a) di elaborare rapidamente misure di riorganizzazione dell'alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, specialmente nelle parti relative alla punizione dei delitti fascisti;

b) di predisporre una legge che punisca ogni tentativo di riprendere sotto qualsiasi forma l'attività fascista;

c) di stabilire le norme giuridiche per le sanzioni contro i fascisti del nord Italia. Nessuno attenda da noi, fascisti del nord Italia, una parola di protesta contro queste minacce e misure di repressione. Crediamo che esse lascino indifferenti anche i camerati di oltre Appennino. Sono tanti e non era dunque male che fossero tanti, nonostante le ipersensibili insofferenze di coloro che avrebbero voluto il Partito ridotto a una minoranza esigua, raccolto in una purissima torre di avorio fino. Sono tanti che non si riuscirà mai ad estirparli. Anzi per lunghi anni gli antifascisti di Roma hanno tuonato che le persecuzioni non fanno che ingagliardire la. fede dei perseguitati. Non capiscono oggi che, se ciò è vero per loro, lo è anche per il fascismo? E a più forte ragione, poiché essi non sono che miserabili larve del passato, evocate alla ribalta della storia da una nefasta capitolazione militare, mentre il fascismo rappresentava, rappresenta e rappresenterà sempre più un complesso di idee destinate a dominare il futuro dei popoli.

Che gli introduttori del sistema tipicamente bolscevico e slavo del colpo di pistola alla nuca per gli avversari pensino e progettino l'esecuzione in massa può anche darsi, ma questo non potrebbe non lasciare indifferenti i fascisti del nord Italia, i quali oramai sono abbastanza inquadrati e sufficientemente armati per applicare la legge del taglione.

Ciò che appare veramente come un segno della perversione dei cervelli è che misure del genere siano approvate da un democratico cristiano, da un cattolico osservante e praticante, dall'ex-bibliotecario del Vaticano Alcide De Gasperi, oggi ministro degli Esteri della luogotenenza badogliana e roattiana. Anch'egli, già agnello del Vaticano, urla con i lupi del Cremlino. Se verrà, come verrà, il giorno della grande « battuta », Alcide non sarà dimenticato. Anche se si ricamuffasse da agnello, sarà trattato da lupo.

Pane e sangue

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 17 gennaio 1945)

di Anonimo

Quando ci fu l'armistizio, incredibile mistificazione e supremo inganno del nemico vero, nonché dì quello annidato nell'interno del Paese, si fece credere al popolo siciliano, come a tutto il popolo italiano, che ci sarebbe stata la pace, cioè la fine della guerra. E perciò tutti i siciliani e tutti gli italiani pensarono che se anche avessero dovuto esservi conseguenze indirette di una guerra che sarebbe continuata su altri fronti, tuttavia non si sarebbero pretesi da loro ulteriori e anzi più gravi sacrifici di sangue. Viceversa, grazie ai traditori complici del nemico, gli italiani di Sicilia si sono sentiti chiedere la partecipazione alla guerra contro gli alleati di ieri e al servizio di coloro che hanno scientificamente distrutto l'isola. È soprattutto per questo che il popolo siciliano, tradito per la seconda volta dai cosiddetti liberatori e loro complici, insorge contro le forze del Governo bonomiano e particolarmente contro il supremo provveditore di carne da cannone per la Russia, che risponde al nome di Palmiro Togliatti, Vicepresidente del Consiglio della monarchia di Savoia. Il profondo disagio in cui si dibatte quella popolazione ha un duplice aspetto, politico ed economico. L'uno e l'altro sono in funzione reciproca. I moti di Palermo e di Catania furono determinati soprattutto dalla fame e dall'insufficienza degli stipendi e dei salari; quelli molto più gravi che stanno svolgendosi adesso in alcune parti dell'isola sono una vera e propria insurrezione contro il Governo Bonomi e la sua politica, che spinge sino alle più intollerabili conseguenze il danno e la vergogna del tradimento e della capitolazione.

Quella del separatismo è una gonfiatura dei circoli governativi romani per confondere le idee del popolo sulla vera situazione siciliana: Pochi paglietta e azzeccagarbugli della vita provinciale dell'isola, foraggiati dallo straniero e senza seguito, costituiscono i quadri di un esercito il quale non esiste che nelle loro malvage intenzioni. In realtà, come ha detto giustamente il Duce nel suo recente discorso a Milano, i siciliani non vogliono separarsi dall'Italia, ma da Bonomi e dalla cricca dei traditori, i quali hanno aiutato il nemico a invadere il suolo della Patria, perché il nemico, a sua volta, li aiutasse a prendere il potere per servir lo. È stato il dramma degli interessi creati: gli antifascisti hanno chiamato lo straniero in casa nostra per distruggere il fascismo, e lo straniero si è valso della criminalità partigiana di alcuni pessimi italiani, capeggiati dal re e da alcuni suoi cortigiani in feluca, in marsina o in cravatta rossa, per distruggere il fascismo, suo capitale nemico.

Passata la pazza euforia del primo momento, della quale i siciliani furono vittime al pari di tutti gli altri italiani, e capito, una buona volta, che l'armistizio non era l'annunciatore del regno della pace e dell'abbondanza, ma la porta da cui entravano la guerra, la miseria e la fame, il generoso popolo dell'isola, la cui coscienza unitaria è stata sempre viva e operante, per il primo, nell'Italia invasa, ha dato il segnale della riscossa e ha impugnato le armi. Finché s'è trattato di protestare contro il Governo affamatore, infeudato agli interessi della plutocrazia anglosassone e delle classi capitalistiche paesane, il popolo siciliano è sceso in piazza e si è abbandonato a pacifiche dimostrazioni, represse nel sangue dagli uomini che si arrogano il diritto di governare l'Italia per mandato di Londra, Mosca e Washington e in nome della coalizione antifascista. Ma quando Bonomi ha chiamato i giovani e richiamato i soldati anziani alle armi per mandarli a combattere oggi contro la Germania e domani, come è stato ufficialmente annunciato, contro ìl Giappone, a undicimila chilometri dalla loro terra, i siciliani sono insorti. Studenti, impiegati, operai e contadini si sono dati alla campagna, e, costituiti in bande, lottano tenacemente contro i carabinieri e le altre forze dì Polizia che il Governo di Roma ha incaricato della repressione. I ribelli, che controllano estese piaghe e hanno costituito il loro più importante centro di resistenza in Comiso, hanno fatto sapere al Governo e al mondo che essi vorrebbero adempiere i loro doveri militari verso la Patria, ma che « non intendono impugnare le armi e versare il proprio sangue a beneficio dello straniero, in guerre che non interessano il Paese ».

Questa dichiarazione mette a fuoco il carattere dell'odierna rivolta siciliana. È chiaro che non si tratta di un moto a carattere regionalistico e nemmeno di un fenomeno di collettivo smarrimento della coscienza civica e militare. È, invece, l'improvviso irrompere nelle tenebre che si addensano sull'Italia regia di una coscienza nuova, o meglio del risveglio della vecchia coscienza isolana, che vive sempre nell'Italia, la madre augusta che ha espresso dal ptoprio seno uno dei più alti intelletti politici, Francesco Crispi, il primo ad avere della missione e funzione europea, mediterranea e africana dell'Italia un concetto anticipatore dei tempi.

Gli insorti di Comiso hanno rotto i ponti con l'Italia del tradimento

Cristiani sinistri

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 6 ottobre 1944)

di Anonimo

Uno dei piu significativi sintomi dello sbandamento morale che pervade le coscienze e gli spiriti dell'Italia bonomiana è oggi dato dai risultati del congresso della cosiddetta « sinistra cristiana», ex-comunismo cattolico.

Com'è noto, questo movimento, sorto nel periodo più torbido della vita italiana, ebbe la sua prima manifestazione pubblica in piazza San Pietro, quando un individuo, in abito talare, levò un cencio rosso dinanzi al Pontefice benedicente. Ne segui una innocua baruffa, durante la quale un gendarme pontificio afferrò quel prete, che a buon diritto riteneva un impostore, e lo condusse in guardina. Ma li accadde una curiosa scena: il prete era veramente tale; ragion per cui fu rilasciato con ampia formula di assoluzione.

Senonché l'incidente valse a porre, come si dice, all'ordine del giorno il cosiddetto comunismo cattolico e l'antitesi che corre, o almeno che dovrebbe correre, tra le due qualifiche secondo i dettami della Chiesa solennemente confermati in una non dimenticata enciclica di Papa Pio XI.

Qualche chiarimento ufficioso vi fu, ma nulla che potesse somigliare a quell'aperta sconfessione del movimento che a fil di logica avrebbe dovuto seguire. E tutto fu risolto con un atto di pura forma: il comunismo cattolico assunse la denominazione di « sinistra cristiana » e, come tale, ha avuto ora i suoi crismi nel guazzabuglio di partiti, di correnti e di idee che tutti insieme costituiscono il caos morale e politico dell'Italia libera sotto il tallone dei dominatori e che allineano, in bell'ordine, ebrei, massoni e senza Dio sotto il patrocinio anglicano, tutti, nessuno escluso, nemici tradizionali e irriducibili della Chiesa di Roma.

L'ipocrisia più sfrontata è, ormai, la caratteristica di questi politicanti cui tutto è lecito sotto la protezione delle baionette angloamericane; e tale forma mentale ha reso possibile le più incredibili assurdità, come, ad esempio, il recente gesto servile del turpe De Ruggero, che ha ringraziato il generale Alexander per aver rispettato quei monumenti che le bombe dei liberatori martellano da oltre un anno, seminando ovunque le più sacrileghe distruzioni. Nel quadro di tale sistematica ipocrisia dobbiamo scrivere altresl i risultati del congresso della sinistra cristiana, in quanto essa ha cambiato nome, ma ha conservato intatta l'originaria sostanza. Infatti, in uno dei punti che, secondo questi cattolici di nuovo genere, dovrebbero offrire la sicura ricetta della rinascita, è esplicitamente auspicata una stretta unità di azione con i partiti socialista e comunista. In altre parole, pieno connubio tra il diavolo e l'acqua santa, tra sacristia e Comintern, tra senza Dio e chierici più o meno vaganti alla ricerca del favore popolare.

Potremmo, a tale proposito, citare un caso di questi giorni, che dimostra, oltretutto, quanto sia, come dire, aleatoria la progettata alleanza: il primate di Lituania e due vescovi sono stati trucidati dai bolscevichi, come primo saluto all'Europa cattolica. Il risveglio alla realtà di quanti si illudono di poter addomesticare il comunismo nei riguardi della religione potrebbe, dunque, essere assai amaro. Ma vi è dell'altro: questi cattolici vogliono l'epurazione più energica e vendicativa; vogliono trascinare dinanzi ai tribunali di guerra e punire, senza indugi, tutti i fascisti; praticano, insomma, anch'essi la carità cristiana sullo stesso metro seguito dall'altrettanto cristianissimo Tupini quando archiviò la grazia nei confronti del fascista Caruso, colpito da una sentenza mostruosamente illegale.

Fin qui il lato negativo, comune sino alla monotonia a tutti i partiti in cui si fraziona l'antifascismo. Ma quando, sia pure solo a chiacchiere, si tenta scendere al pratico, anche i cattolici sinistri vogliono la lotta contro il latifondo che il fascismo fermamente attuò in Sicilia, nell'Agro Pontino e in genere in ogni plaga della penisola; intendono affiancare le rivendicazioni delle categorie lavoratrici che sono cardine della Repubblica Sociale Italiana; ripudiano la monarchia come espressione di interessi reazionari e, sentite l'ultima, anch'essi ritengono che ogni sforzo sarà vano sotto il controllo che gli alleati esercitano sulla vita del Paese e se non saranno modificate le durissime condizioni dell'armistizio.

Qui li volevamo i cristiani sinistri, essi che dicono aver lottato per la libertà e che credettero averla trovata sotto la bandiera dei plutocrati e con l'ausilio delle loro armi. Oggi sono loro a confermarci che ogni attività italiana e ogni possibilità di ripresa sono paralizzate dalla volontà tirannica degli occupanti e dalle inique clausole di una capitolazione infamante. Chi l'ha firmata, chi l'ha avallata, chi l'ha accettata quella resa ignominiosa di un popolo, con la sua potenza militare quasi intatta, nel momento in cui si imponeva a tutti i cittadini, senza distinzione di partito, di ideologia, il più alto e il più sacro dovere, la difesa del suolo della Patria? Chi ha consegnato al nemico la nostra terra, le nostre risorse, le nostre conquiste, raggiunte a prezzo incalcolabile dì lavoro e di sangue? E chi ha dato l'Italia, mani e piedi legati, in preda alla vendetta del più esoso capitalismo?

I cristiani sinistri dicono persino che essi vorrebbero ancora combattere contro il nemico. Ma chi è il vero e unico nemico dell'Italia, della fede, del popolo, se non chi ha diroccato le chiese, infranto i focolari, seminato la morte e la miseria, avvelenato le coscienze, e che oggi, per confessione aperta dei suoi stessi complici, stringe sempre più le catene del servaggio sul corpo dilaniato della nazione?

Possiamo ammettere che la risposta sarebbe per i nostri avversari difficile, cosi come è tragicamente assurdo cianciare di libertà su di una terra che, a causa del tradimento, ha perduto l'indipendenza. Indipendenza che non si riconquista certo a colpi di ordini del giorno, anche se essi, come quello di cui si tratta, nascondano, tra le parole grosse e irose, un postumo e inutile atto di contrizione.

Left Wing Christians

(Published in Corrispondenze Repubblicane, October 6, 1944)

By Anonymous

One of the most significant symptoms of moral confusion that pervades the minds and spirits of Bonomian Italy today are the results of the congress of the so-called "Christian Left", i.e. Catholic ex-communists.

As you know, this movement, which arose during the most turbid waters of Italian life, had its first public demonstration in St. Peter's Square, when an individual wearing clerical garb raised a red rag during the Papal blessing. A harmless scuffle ensued, during which a pontifical gendarme seized the priest, who was justly believed to be an impostor, and took him to jail. But what happened next was surprising: the priest turned out to be a real priest, which is why he was released and absolved.

The incident led to a discussion about so-called "Catholic Communism", two separate ideologies which are the antithesis of each other—or at least are supposed to be the antithesis of each other according to the dictates of the Church, solemnly confirmed by Pope Pius XI in his memorable encyclical.

There was some officious clarification, which logically should have led to the defeat of "Catholic Communism", but in reality there was nothing that could even resemble an outward defeat of that movement. Everything was resolved with an act of pure form: the Catholic Communists merely changed their name to "Christian Left" and, as such, they have now experienced a rechristening in the hodgepodge of parties, currents and ideas that all together constitute the moral and political chaos of "Liberated" Italy under the rule of the Jews, Freemasons and godless atheists under Anglican patronage, all of whom are—without exception—the traditional and irreducible enemies of the Church of Rome.

At this point, the most embarrassing hypocrisy is the characteristic of these collaborationist politicians, all of whom have "legitimacy" under the protection of Anglo-American bayonets; and such a mental form has made possible the most incredible absurdities, as for example the recent servile gesture of that vile wretch De Ruggero, who thanked General Alexander for having "respected" those monuments that the "liberators" had been bombing and hammering for a year, causing everywhere the most sacrilegious destructions. In the framework of such systematic hypocrisy, we must also report the results of the congress of the Christian Left, which has preserved its original substance despite changing its name. In fact, according to these "New Catholics", a certain recipe for rebirth would be a leftist alliance. Therefore they have explicitly called for a close unity of action with the socialist and communist parties. In other words, full union between the devil and holy water, between the sacristy and Comintern, between godless atheists and clerics more or less wandering in search of popular support.

In this regard, we can cite a recent case which further demonstrates the absurdity of this planned alliance: the primate of Lithuania and two bishops were slaughtered by the Bolsheviks. That is how they greeted Catholic Europe. These foolish men who think they can tame the Communists' stance against religion are in for a very bitter awakening to reality. But there is more: these so-called Catholics desire the most energetic and revengeful punishment; they want to drag all Fascists before war tribunals and punish them all without delay; in short, their idea of "Christian charity" is the same as the equally "Christian" Umberto Tupini, who allowed the Fascist policeman Pietro Caruso to be executed following a monstrously illegal trial.

So far we have discussed the negative aspects, which are common to all the divided anti-Fascist parties. But when it comes to their talking points, the Left-Wing Catholics want to fight against the large agricultural estates (latifundia) that Fascism also firmly fought against in Sicily, in the Pontine Marshes and in every plagued area of the peninsula; they intend to support the claims of the working classes which are also the cornerstones of the Italian Social Republic; they likewise repudiate the monarchy as an expression of reactionary interests; and they also feel that every effort will be in vain unless they minimize the control that the Allies exert over the life of the country and change the harsh conditions of the armistice.

On those points we agree with the Left-Wing Christians, who claim to be fighting for freedom and thought they had found it under the banner of the plutocrats and their weapons. But today they are able to confirm that all Italian activity and every possibility of recovery is paralyzed by the tyrannical will of the occupiers and the iniquitous clauses of the infamous capitulation. Yet who was it that signed the armistice? Who endorsed it? Who accepted the ignominious rendition of a people, with its military power almost intact, when the highest and most sacred duty imposed on all citizens, without distinction of party or ideology, was the defense of the soil of the Fatherland? Who delivered our land, our resources and our achievements to our enemy at an incalculable price of labor and blood? And who handed Italy over bound and gagged to the vengeance of the most exasperated capitalism?

The Christian Left even says that it still wants to fight against the enemy. But who is the true and only enemy of Italy, of the people and of the Christian faith, if not their very own accomplices who ruined churches, destroyed homes, sowed death and misery, poisoned consciences, and who today increasingly tighten the chains of servitude around the torn corpse of the nation?

We can admit that these facts are difficult for our opponents to acknowledge, just as it is tragically absurd to chatter about liberty in a land that has lost its independence due to treason. Independence certainly can not and will not be regained by congresses of the Christian Left, even if behind their big and angry words they conceal a posthumous and useless act of contrition.

I democratici senza democrazia

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 2 settembre 1944)

di Anonimo

Come i polli di Renzo, i partiti antifascisti dell'Italia invasa si beccano tra loro. E Churchill, manovrando le fila degli intrighi politici che si svolgono a Roma, ha tutta l'aria di divertirsi in questo gioco. Egli si è voluto togliere il gusto di lanciare un messaggio agli italiani; messaggio che, è bene dirlo subito, non può essere giunto a segno nemmeno in minima parte, poiché di Churchill gli italiani ricordano bene un altro messaggio, quello sulla guerra scientifica, che tante sciagure preannunciò e tanto bene dipinse la natura feroce dell'uomo e della razza dalla quale egli discende.

D'altra parte Churchill ha voluto evidentemente parlare soltanto a una determinata sottospecie di italiani: quelli che sono ancora disposti ad accettare promesse e lusinghe dal nemico che ha voluto ridurre in rovine la nostra terra. Ecco perché i rappresentanti dell'antifascismo romano si sono gettati avidamente sul messaggio di Churchill per trarne alimento alla loro stanca propaganda comiziaiola. Ma, come sempre, Churchill ha alternato la carota al bastone; e gli antifascisti ne sono usciti scornati, soprattutto per due affermazioni contenute nel messaggio che li hanno veramente colpiti come due grosse legnate. Churchill ha dichiarato che non il solo fascismo ma tutto il popolo italiano è responsabile delle sciagure della guerra e, quindi, tutto il popolo italiano dovrà pagare. « Come? », esclamano gli antifascisti. « Ci ritenete tutti responsabili? Ma se voi inglesi e americani e sovietici avete sempre dichiarato di fare la guerra al fascismo e non al popolo italiano, a cento tiranni fascisti e non ai 45.999.900 tiranneggiati! ».

Già la propaganda fascista lo diceva da un pezzo che si trattava di puerili menzogne, che il nemico era semplicemente il nemico, che l'Italia era osteggiata in quanto tale, in quanto massa umana e civile bisognosa di determinate espansioni e desiderosa di determinate mete. Quella era, naturalmente, la falsa, l'assurda, l'incendiaria propaganda fascista, poiché in realtà gli inglesi ci amavano, gli americani ci adoravano, i bolscevichi deliravano per noi. Quella era la trama orrenda dei mussoliniani, mentre in verità tutti i popoli tessevano per noi cantici d'amore. Ma il cannone ha tuonato, contro di noi, da ogni parte, e gli aerei nemici hanno subissato di bombe l'Italia e gli italiani, fascisti e no, le navi nemiche hanno vomitato bombe sulle coste italiane senza discriminazione di bersagli, le orde nemiche hanno calpestato l'Italia senza distinguere le zolle fasciste dalle zolle antifasciste. Sono passate su tutto. L'onore che hanno straziato era ed è l'onore d'Italia, perché l'onore fascista, grazie a Dio, è rimasto sempre intatto; il sangue che per esso è stato versato a fiumi era ed è il sangue degli italiani. E adesso, per bocca di Churchill, lo dicono chiaro, adesso che il gioco è fatto, non hanno nessuna difficoltà a spiegare ìl sistema del quale si sono serviti.

Ma gli antifascisti dì Roma sono un po' duri di comprendonio. C'è qualcuno, per esempio il giornale socialista Avanti l, che ancor oggi protesta e dice a Churchill che sarebbe ingiusto far pesare la responsabilità della guerra su tutto il popolo italiano, quasi che fosse possibile convincere Churchill proprio di quello di cui, da buon inglese, non ha mai voluto e non vorrà mai convincersi, perché ogni buon inglese è un implacabile nemico degli italiani in quanto tali.

La seconda bastonata, Churchill l'ha data ai suoi servi di Roma, quando ha ammonito gli italiani a « non ricadere nuovamente negli artigli del sistema fascista totalitario, in qualsiasi modo esso possa camuffarsi », e a stare in guardia « contro i partiti senza scrupoli che corrono dietro al potere ». Qui i polli hanno cominciato a beccarsi con furia moltiplicata. Sentendosi quali più quali meno tutti in difetto di lesa democrazia, tutti si sono gettati ad accusare qualcuno. I monarchici, per bocca del loro quotidiano Italia Nuova (oh! delizie dell'Italia· nuova all'ombra della screditatissima monarchia!), affermano che il monito di Churchill si riferisce al Comitato di liberazione nazionale, il quale viene accusato di istituire « un nuovo oppressivo monopolio politico ».

I democratici cristiani, attraverso il giornale Il Popolo, affermano, tanto per non sbagliare, che l'ammonimento di Churchill è diretto « contro gli intrighi sia di destra che di sinistra ». Il Corriere di Roma, giornale che si pubblica, come dice eufemisticamente il corrispondente della Reuter, Sprigge, « sotto gli auspici alleati », vale a dire grazie all'oro angloamericano, se la prende-apertamente con i comunisti, rilevando che gli organi comunisti haE.no pubblicato il messaggio di Churchill in un testo riassuntivo, omettendo il passo nel quale si ammonivano gli italiani a non farsi ciurlare da false democrazie e a guardarsi dai partiti senza scrupoli. Omissione che ha scandalizzato Candiqus, il quale, dimenticandosi delle belle frasi sulla libertà di stampa, ha lanciato l'altra sera il suo Quos ego... contro i comunisti italiani, accusandoli di aver « mancato di riguardo » alla sacra persona di Churchill.

Ma il giornale comunista Unità, spalleggiato dal socialista Avanti!, ribatte che i veri reazionari sono i monarchici e che è contro di loro che Churchill ha voluto mettere in guardia gli italiani. L'Avanti! scrive che bisogna lottare contro gli interessi reazionari coalizzati, oggi come ieri, attorno alla monarchia, « rompendo la tregua » imposta « dalla volontà degli alleati ». E l'Unità paventa che il fascismo « rinasca dalla stessa fonte da cui nacque già una volta ». La Voce Repubblicana, poi, si lascia addirittura prendere da convulsioni isteriche, e scrive:
« Il castigo più crudele per l'Italia sarebbe che gli alleati appoggiassero la monarchia. Possiamo sopportare tutte le catene, ma non certo questa; e se volessero imporcele, sapremmo spezzarle ».
Chi sono, dunque, i veri democratici nell'Italia invasa? E chi sono gli autentici reazionari? In verità nessuno è democratico e tutti sono reazionari. Non sono democratici neppure i... democratici, in quanto il Comitato di liberazione nazionale, che li rappresenta, viene accusato, come si è visto, di tendere ad un monopolio politico. Non sono democratici i monarchici, i quali hanno la nostalgia della dittatura militare di badogliesca memoria. Non sono certo democratici i socialisti e i comunisti, che mirano a instaurare, sotto forma più o meno accentuata, la dittatura bolscevica in Italia. Nessuno dei partiti antifascisti potrà mai essere autenticamente democratico, poiché tutti si disinteressano dell'elemento base della vera e sana democrazia, vale a dire del popolo.

Il popolo, nell'Italia invasa, ha fame, ed ha fame soprattutto per colpa degli angloamericani. Ma gli angloamericani sono i padroni e i partiti cosiddetti democratici si profondono in inchini a Churchill, voltando le spalle al popolo. Il popolo chiede che prevalgano le forze della ricostruzione, ma gli angloamericani vogliono che l'Italia sia distrutta e i partiti cosiddetti democratici accentuano le distruzioni sul piano materiale e su quello morale, perché Churchill le approvi. La loro ansia distruttiva non ha neppure il pregio della novità. Sono tutti reazionari, e si tratta di una reazione che meglio potrebbe dirsi retrodatazione, in quanto tende a riportare l'Italia indietro di un quarto di secolo, nelle stesse lotte, nelle stesse rovine, nelle stesse drammatiche incertezze che caratterizzarono il periodo dell'altro dopoguerra; con la differenza che questa volta i lutti sono enormemente più vasti. L'unico partito che ha della realtà un concetto esatto - e che peraltro non appartiene alla schiera dei movimenti antifascisti legalizzati - è quello che radio Bari ha definito l'altra sera il « partito della pagnotta », a cui aderiscono tutti coloro che nell'Italia invasa si sono ormai dichiarati stanchi di chiacchiere e desiderosi soltanto di essere meglio nutriti. Ma il partito della pagnotta è estraneo alla nostra discussione poiché il messaggio di Churchill non lo interessa. Esso, infatti, attende soltanto un pane; quel pane che gli angloamericani avevano ripetutamente e solennemente promesso agli italiani e hanno poi, per una semplice distrazione, dimenticato di portare.

Stato e Chiesa

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 14 luglio 1944)

di Anonimo

La formula della legge d'applicazione dei Patti lateranensi in cui si dichiarava, riprendendo l'articolo 1 dello Statuto albertino, essere la religione cattolica apostolica romana religione ufficiale dello Stato, non fu mai vuota affermazione. Si riconosceva con essa la cattolicità del nostro popolo credente e professante, profondamente dotato di spirito religioso, disciplinatamente rispettoso della gerarchia ecclesiastica, fedele osservante dei riti. Il cattolicesimo era ed è, in Italia, una forza viva come forse in nessun'altra nazione. Per questo noi abbiamo, se altri mai, il diritto di chiamarci figli primogeniti della Chiesa.

La politica fascista, prima e dopo il Concordato, si imperniò proprio su questa constatazione; e volle fare dello Stato italiano uno Stato cattolico non soltanto nelle forme esteriori, ma anche e soprattutto nell'intima essenza dello spirito. Si venne a creare cosi un affiancamento costante dello Stato alla Chiesa, di cui non è possibile ignorare la realtà.

I grandi avversari del cattolicesimo, quel comunismo materialista e quella massoneria atea che tante e tante encicliche avevano condannato con parole dure, furono anche gli avversari del fascismo, e la lotta venne condotta con criteri e spirito comuni. La formazione morale e l'educazione religiosa vennero dallo Stato fascista affidate alla Chiesa cattolica, recando ad essa esplicitamente funzione di magistero. Persino il problema sociale venne affrontato con tali identità di vedute rispetto a quello cristiano che si poté parlare di un Toniolo come di un precursore del corporativismo e si poté citare la Rerum novarum come un testo introduttivo alla Carta del lavoro. Il regime concordatario, insomma, con le sue garanzie giuridiche, con la tutela della dignità del clero e con il riconoscimento dei diritti della Chiesa, non non era che una fra le tante espressioni di un più vasto orientamento politico per cui il fascismo spiritualista si affiancava alla Chiesa cattolica.

Di questa collaborante fraternità di spiriti e azione s'ebbero riconoscimenti continui, che vanno dalle dichiarazioni pontificie del 1929 all'atteggiamento del clero nella lotta antisanzionista del 1935.

Si sanava cosi un dissidio che turbò per molto tempo la coscienza del popolo italiano e che fu di danno tanto all'Italia quanto alla Chiesa di Roma.

Oggi l'atteggiamento di molti tra gli esponenti del clero sembra riproporre il dissidio, se pur su basi diverse da quelle di allora. Si tratta forse di fenomeni individuali, ma ormai essi hanno assunto sufficiente ampiezza e portata perché si debba tenerne conto almeno come fatto psicologico. E allora viene naturale di chiedersi quali siano stati i motivi di certe palesi o latenti ostilità ecclesiastiche nello Stato fascista, a chi debba riportarsene l'origine e la causa. Se un distacco si è potuto individuare, vuole dire che un distacco fra i due contraenti lateranensi, almeno in piccola parte, esiste. E giova specificare di chi sia stata l'opera. La risposta è semplice. Non dello Stato fascista, fedele sempre ai principi affermati nelle leggi e nelle dichiarazioni del suo capo, esecutore puntuale e zelante delle clausole concordatarie, ligio ai presupposti sociali e politici che coincidono con quelli più volte espressi autorevolmente dal cattolicesimo.

A certo clero non è forse inopportuno ricordare alcune cose. Anzitutto le questioni di principio che rendono naturale un'alleanza fra la dottrina della Chiesa e quella del fascismo, l'una e l'altra spiritualiste, l'una e l'altra profondamente umane, l'una e l'altra pensose del miglioramento e dell'elevazione della massa. E poi anche il debito di riconoscenza verso l'unico regime che, in una ventennale politica univoca, abbia sempre riconosciuto alla Chiesa tutto quanto alla dignità e alla missione della Chiesa si confaceva. Infine il suo stesso interesse: di fronte al fascismo cattolico stanno oggi le forze dell'anti-Roma e dell'antireligione. Un'alleanza con esse non può essere che temporanea e caduca. Coloro che credono possibile il compromesso con le nazioni anglosassoni dimenticano quanto in esse contino le forze antiromane della massoneria e del giudaismo e quanto dispregiativo sia ancora in Inghilterra e in America il termine di « papista »; coloro che si sono accostati al bolscevismo fingono di non ricordare la lotta contro il clero e la Chiesa condotta con tanta asprezza e con si sanguinosi metodi in Russia e in Spagna e di non vedere come la proclamata attuale tolleranza religiosa di Stalin sia soltanto una mossa diplomatica in un abile gioco di conquista.

Sono, queste, considerazioni di cui dovrebbero tenere conto sacerdoti e fedeli nel risolvere nel foro della loro coscienza i due grandi problemi che hanno sempre costituito il punto di contraddizione del cattolicesimo e più lo sono oggi: la giustificazione o almeno la cessazione della guerra e la conciliazione del patriottismo con l'universalismo religioso.

Se è vero che la Chiesa ha sempre predicato la pace e ha sempre considerato il conflitto armato come un deprecabile evento, è altresì vero - né bisogna citare la storia per rendersene conto - che essa ha saputo distinguere tra guerre ingiuste e giuste; che ha notato come esistano paci più sanguinose di certe guerre perché sono paci iugulatorie; che ha sempre riconosciuto ai popoli ildiritto di tutelare le loro aspirazioni alla vita e la loro dignità nazionale.

E nella guerra, quando la Patria è in pericolo, anche il clero può e deve prendere posizione in nome della Patria appunto. I sacerdoti non possono dimenticare che in loro, al di sotto della veste talare, sta un cuore di cittadino. Il sacerdozio è universale, ma non antinazionale. Il clero è fatto di uomini necessariamente legati alla loro gente e alla loro terra. Dimenticarsi della Patria è anche per un ecclesiastico rinunciare alla parte essenziale della sua personalità umana.

Ma ora la parola Patria si presta a troppi equivoci. Perciò noi precisiamo: questa Patria, quella che è fedele ai patti e che difende la sua esistenza. I motivi per cui il clero dovrebbe essere al nostro fianco sono quelli già detti: perché noi combattiamo contro tutti i suoi secolari e irriducibili nemici; perché noi soli rappresentiamo la tradizione romana e cattolica d'Italia e tentiamo di salvarne l'avvenire.

Se questo non bastasse, il clero dovrebbe ricordare almeno che la sua è sempre stata funzione di ordine e di pacificazione. Ora molti dei suoi componenti sembrano esplicare la funzione opposta: si fanno, consciamente o meno, fautori dell'anarchia, del disordine, dell'opposizione alle leggi, del crimine. Cioè vanno contro all'insegnamento che la Chiesa, dalla frase evangelica « date a Cesare », ha sempre professato. Queste considerazioni non tolgono che la realtà appaia più di una volta diversa da come logicamente dovrebbe essere. Si assiste a quegli sbandamenti morali cui accennava l'episcopato veneto nella sua « notificazione »; sbandamento dei fedeli, sì, ma anche degli stessi pastori, che trova le sue origini in certi atteggiamenti non chiari, in silenzi e parole equivoci, in attività eccessive e soprattutto in prese di posizione da parte di quegli organi politici che, pur non avendo nulla a che fare col corpo mistico della Chiesa, fanno capo tuttavia alla santa Sede.

Bruciano ancora, nel nostro cuore di italiani credenti, alcune parole dette dal santo Padre al ventiduesimo reggimento canadese e più di recente a un gruppo di oltre quattromila soldati invasori. Sappiamo che esse non rientrano nel magistero del Pastore dei popoli e non hanno valore definitivo. Sappiamo quindi che esse non obbligano i fedeli. Ma temiamo che possano ingenerare un ulteriore sbandamento negli spiriti e far confondere con lo spirituale, con i principi della Chiesa, con il dovere dei sacerdoti e dei fedeli, quello che non è se non l'atteggiamento politico contingente di una specifica diplomazia, che risente talora di preconcetti e forse di nostalgie temporalistiche. Temiamo che il gregge non diretto dai Pastore verso l'ovile sicuro si disperda e sia facile preda dei lupi.

State and Church

(Published in Corrispondenze Repubblicane, July 14, 1944)

By Anonimous

The affirmation made in the Lateran Pacts, that the Catholic Apostolic Roman religion is the only religion of the State—which derived from Article 1 of the Albertine Statute—was never an empty statement. By this we recognized the Catholicity of our believing and professing people, deeply endowed with a religious spirit, with disciplined respect for the ecclesiastical hierarchy, faithfully observing its rites. In Italy, Catholicism was and is a living force, perhaps more so than in any other nation. This is why we—more than any other people—have the right to call ourselves the eldest children of the Church.

Fascist policy both before and after the Concordat revolved around this very observation; and Fascism wanted to make the Italian State a Catholic State not only externally, but also and above all in the intimate essence of its spirit. Thus a relationship between the Church and the State was established, and it is impossible to ignore this reality.

The great enemies of Catholicism—namely materialistic Communism and atheistic Freemasonry, which have been condemned with harsh words by so many encyclicals—were also the enemies of Fascism, and the struggle was conducted with common criteria and spirit. The moral formation and religious education of the Fascist State was entrusted to the Catholic Church, explicitly recognizing the Church as a magisterium. Even the social problem was addressed by Fascism in way that was very Christian, to the point that one could speak of Father Toniolo as a precursor of corporativism and one could cite Rerum Novarum as an introductory text to the Charter of Labour. This pro-Catholic Regime, in short, with its legal guarantees, with its protection of the dignity of the clergy and with its recognition of the rights of the Church, was but one of the many expressions of a broader political orientation by which the Fascist spirit was joined to Catholic Church.

There are continual acknowledgments of this fraternal collaboration of spirits and action, ranging from the papal declarations of 1929 to the attitude of the clergy during the anti-sanctionist struggle of 1935.

Fascism healed a wound which had upset the conscience of the Italian people for a long time, one which was detrimental both to Italy and to the Church of Rome.

Yet today the attitude of many members of the clergy seems to indicate a desire to revive the old conflict, albeit on different basis than previously. Perhaps this was a phenomena limited to some individuals, but now it has assumed sufficient breadth and scope that it can be said to at least be a psychological fact. And so it naturally begs the question: what are the reasons for certain obvious or latent ecclesiastical hostilities toward the Fascist State? What is the origin and cause of this? If a gap can be identified, then that means there is a rift—at least a small one—between the two contracting parties of the Lateran Pacts. It is useful to specify which party desires this, and the answer is simple. It is not the Fascist State, which has always remained faithful to the principles established in the laws and declarations of its leader, a punctual and zealous executor of the clauses of the Concordat, and loyal to the social and political presuppositions that coincide with those repeatedly expressed authoritatively by Catholicism.

It is perhaps not inappropriate to remind certain clergymen of a few things. First, the questions of principle which make the doctrine of the Church and the doctrine of Fascism natural allies, both being spiritual, both being profoundly humane, and both seeking the good of the people as a whole. There should also be a debt of gratitude towards the only Regime that—in its twenty-years of unambiguous policy—has always recognized the dignity of the Church and the mission befitted to the Church. Finally, your own interests are also ours: stacked against Catholic Fascism are forces that are anti-Rome and anti-religion. An alliance with them can only be temporary and transient. Those who believe it is possible to make a compromise with the Anglo-Saxon nations are forgetting just how strong the anti-Roman forces of Freemasonry and Jewry are in those countries; they are forgetting how the derogatory term "papist" is so widespread in England and America; those who seek an alliance with Bolshevism pretend not to remember the harsh and bloody war they waged against the clergy and against the Church in Russia and in Spain; they pretend not to know that Stalin's current proclamation of religious tolerance is merely a diplomatic move in a skillful game of conquest.

These are considerations that should be taken into account by priests and faithful when attempting to resolve in their conscience the two great problems that have always constituted a point of contradiction, today more so than ever: the justification or at least the cessation of war; and the reconciliation of patriotism with religious universalism.

If it is true that the Church has always preached peace and has always considered armed conflict as a deplorable event, it is also true—nor does one need to cite any specific examples to realize it—that the Church was able to distinguish between just and unjust wars... and has always recognized the rights of peoples to protect their aspirations to life and their national dignity.

And in war, when the country is in danger, even the clergy can and must take a position in the name of their Fatherland. Priests can not forget that within them, underneath their cassock, there is the heart of a citizen. The priesthood is universal, but not anti-national. The clergy is made up of men who are necessarily linked to their people and their land. For an ecclesiastic, to forget his Fatherland is to renounce the essential part of his human personality.

But today the word 'Fatherland' lends itself to too many misunderstandings. Therefore let's be precise: we mean this Fatherland, the one that is faithful to the Pacts and which defends its existence. The reasons why the clergy should be at our side are those already mentioned: because we fight against all its centuries-old and irreconcilable enemies; because we alone represent the Roman and Catholic tradition of Italy and are trying to save its future.

If this were not enough, the clergy should at least remember that it has always been a function of order and pacification. Now many of its members seem to perform the opposite function: they are—consciously or not—advocates of anarchy, of disorder, of opposition to laws, of crime. In other words, they go against the teaching that the Church has always professed in line with the Gospel phrase "render unto Caesar". These considerations do not change the fact that reality often appears different from what it logically should be. We are witnessing those moral failings referred to by the Venetian episcopate in its "bulletin"; failings of the faithful, yes, but also of the shepherds themselves, which are rooted in certain unclear attitudes, in silences and equivocal words, in excessive activities, and above all in positions taken by those political organs that, despite having nothing to do with the mystical body of the Church, nevertheless still belong to the Holy See.

As Italian Catholics, it still pains our hearts to read the words spoken by the Holy Father to the 22nd Canadian Regiment and, more recently, to a group of more than 4,000 invading soldiers. We know that they do not fall within the scope of magisterial authority and do not have definitive value. We know therefore that they are not binding on the faithful. But we fear that they may generate further spiritual failures and cause the sacred to become confounded with the profane: the principles of the Church, the duties of the priests and the faithful may become confounded with political attitudes contingent of specific diplomacy, which suffers sometimes from preconceptions and perhaps temporalistic nostalgia. We fear that the flock, not directed by the Shepherds to the safe sheepfold, will be dispersed and become easy prey for wolves.

Realtà del Comunismo

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 3 giugno 1944)

di Anonimo

L'ultimo discorso di Franco, pur affermando la neutralità della Spagna di fronte all'attuale conflitto, ha ribadito il carattere anticomunista che caratterizza tutto l'atteggiamento della Falange. Con il comunismo la Spagna è ancora e sempre in guerra. Lo dimostra il sangue sparso dai valorosi combattenti della Legione Azzurra, che hanno continuato in Russia la tradizione creata in tre anni di lotta civile; lo confermano le dichiarazioni dei giornali spagnoli, come quella dell'Arriba, che precisa:
« L'atteggiamento della Spagna è governato soprattutto dall'opposizione al comunismo, contro cui esiste un deciso e immutato antagonismo ».
Non si tratta solo di guerra ideologica o di dissenso teorico. La Spagna ha conosciuto, per tre anni, il comunismo nel suo territorio; sa che cosa esso significhi concretamente. Ha subito la dominazione del Fronte popolare, dominato, a sua volta, dagli emissari dell'U.R.S.S. e dagli agenti del Comintern; ne ha sperimentato gli orrori.

Sono i fatti che parlano. E parlano di stragi, di distruzioni, di miserie senza nome. I documenti recentemente raccolti in volume dal ministerio de Justicia sono, nella loro paurosa sobrietà, altrettanti atti di accusa.

Parlano e accusano le 85.940 vittime del terrore rosso, che imperversò in Spagna prima con l'anarchia riconosciuta e gli assassini le galizzati delle Ceke e dei Comitati rivoluzionari, poi con l'organizzazione scientifica, di schietta marca russa, della Polizia del D.E.D.I.M.E. e del S.I.M. Parlano i caduti e i mutilati della guerra civile, le famiglie stroncate e disperse, la case saccheggiate.

I tribunali « regolari » condannavano e uccidevano, ma il grosso del lavoro era fatto al di fuori di essi, con quei metodi silenziosi, illegali e definitivi, che sono tanto cari al comunismo di ogni luogo e tempo. In tutte le Ceke riconosciute (duecentoventisei nella sola Madrid) erano tribunali segreti (quello della Ceka di Fomiento « lavorava » giorno e notte, con turni di otto ore, sbrigando migliaia di « pratiche » in pochi mesi, quasi tutte concluse con la morte), celle, strumenti di tortura, reparti di esecutori. Esecutori segreti stavano addetti ai tribunali regolari col compito di far scomparire tutti gli imputati assolti sul cui atto di scarcerazione fosse un segno speciale (un puhto accanto alla « l » di « liberare »). Si poteva così dare prova di generosità ufficiale e insieme mettere in atto, nel modo più tragico e decisivo, la parola d'ordine del Governo: « né prigionieri né feriti; no, solo morti ». Del resto, non c'era neppure bisogno di pagare gli esecutori: essi si pagavano da sé, con il bottino fatto nelle tasche e nelle abitazioni delle vittime.

Come ricordare i singoli episodi? Famiglie completamente distrutte, persone impalate, bruciate, sepolte vive, come i sacerdoti di Burguillos del Cerro; gettate ai tori, come Antonio Diaz del Moral; deposte legate ad annegare nelle acque dei fossi, come le vittime del S.I.M. di Almeria; linciate, strozzate, mutilate in modo sconcio; accecate, come a Villacana; seviziate, come quell'Angelo Marin che ebbe il piede tagliato per avere involontariamente pestato quello di uno dei carnefici che Io conducevano al luogo dell'esecuzione; i cadaveri dissepolti, squartati e bruciati per supremo oltraggio, come a Colmenar de Oreia; le bare scoperchiate ed esposte alla derisione pubblica, come nella chiesa dei salesiani di Barcellona e in moltissimi monasteri; gli oltre cento bambini uccisi nella sola Madrid; le madri costrette ad assistere alla tortura o alla uccisione dei figli, come a Caspe; i mariti costretti ad assistere alla violazione delle mogli, come ad Almeria; i prigionieri torturati con i ferri roventi, con i congegni elettrici, con lo strappo delle unghie prima dell'uccisione; i pozzi di mina riempiti" fino all'orlo di cadaveri, come a Largarta o a Cantavieja.

Nel leggere i documenti relativi a questi fatti, da cui abbiamo tratto alcune esemplificazioni soltanto all'aprire di pagina, viene fatto soprattutto di notare come nessuna distinzione esista di sesso o di età ·o di posizione sociale. Nelle liste si trovano, una di seguito all'altra, indicazioni di questo genere: « anni settantadue, anni sette, anni ventuno »; oppure: « avvocato, contadino, forgiatore, guardia civile, religiosa, massaia ».

Motivo dell'uccisione una diversità di idee politiche o religiose, o molto spesso soltanto una vendetta pers6pale o il desiderio di rapina.

Del resto chiunque non possedeva un libretto sindacale o di un partito del Fronte popolare di data anteriore al 18 luglio, mancava di personalità giuridica ed era alla mercè di un miliziano qualsiasi.

Più che contro le idee politiche, la furia rossa in Spagna si abbatté contro le idee religiose. Parlano in questo campo i tredici vescovi, i 5255 sacerdoti e i 2669 religiosi e religiose uccisi, sulla cui affrettata sepoltura, o sulle cui salme lasciate insepolte, si poneva un cartello con scritto: « Questo è il parroco », « Io sono un gesuita », parole seguite da frasi blasfeme.

Parlano gli assalti alle chiese, l'incendio dei monasteri, dei conventi, degli ospedali tenuti da religiosi con i loro abitanti dentro (valga per tutti la distruzione dell'asilo di San José, in cui, oltre che i religiosi, furono uccisi anche gli epilettici ricoverati); parlano le cerimonie sacrileghe praticate nelle chiese, la « fucilazione » della statua di Gesù del Cerro de Los Angeles; l'uso dei confessionali come vespasiani a Barcellona; parla soprattutto una frase del giornale comunista Solidaridad Obrera di Barcellona del 26 luglio 1936, che dice testualmente così:
« Non c'è in piedi né una chiesa, né un convento, ma solo il due per cento dei curati e dei monaci è stato soppresso: l'idea religiosa non è morta. Conviene tenere conto di questo per il futuro ».
Del resto la prima documentazione della persecuzione religiosa spagnola è contenuta in un documento ufficiale, la carta collettiva dei prelati spagnoli, compilata il 1º luglio 1937, la cui lettura sarebbe opportuno ricordare in quest'ora ai prelati italiani.

Accanto alle stragi, le devastazioni private e pubbliche e le case saccheggiate j le ricchezze del Banco di Spagna prelevate a vantaggio dei capi del Fronte popolare; i depositi bancari assaliti dai carabineros; la ricchezza privata soppressa. È da ricordare a questo proposito un decreto del ministero delle Finanze rosso in data 23 marzo 1938, così formulato:
« Al fine di salvaguardare gli interessi dei titolari di cassette di sicurezza e di depositi di tutte le banche accreditate nel territorio federale del Governo della Repubblica, si stabilisce che le une e gli altri passino immediatamente allo Stato, cosicché il ministro dell'Economia possa adottare le precauzioni indispensabili per garantire in ogni modo l'integrità del contenuto di dette cassette di sicurezza e depositi ».
Come poi si attuassero queste precauzioni, è dimostrato da un rapidissimo esame delle somme che i capi del Fronte popolare depositarono in quel tempo presso le banche straniere: dai trecentosettanta milioni di franchi che Negrin trovò il modo di collocare nell'Eurobank, alle somme ancora superiori trasferite all'estero da emissari di Azaiia e di Indalecio Prieto.

Mentre i capi ostentavano il lusso e accumulavano tesori, la popolazione si dibatteva nella più nera miseria morale e materiale. I lavoratori perdevano le poche provvidenze sociali che avevano avuto fino allora e venivano costretti ad un lavoro forzato, senza sicurezza di salario e senza alcuna tutela legale. La famiglia si dissolveva sotto l'impulso di una legislazione che autorizzava e favoriva l'aborto (costituzione in Barcellona dei centri sanitari pubblici) e legalizzava la libertà delle forme matrimoniali (decreto del 4 agosto 1939). I divorzi confezionati a macchina dalla celebre « officina giuridica » in Barcellona arrivarono fino a cinquanta in una mattina (1° ottobre 1936); l'infanzia, affidata prima all'organizzazione dei « pionieri » rossi e poi trasferita in Russia a blocchi di migliaia, si avviava alla più sfrenata corruzione.

Il quadro, che è tratto rigorosamente da dati ufficiali, può servire di monito. Dovunque il bolscevismo faccia la sua apparizione, esso è accompagnato dagli stessi fenomeni: stragi, miserie, distruzioni di valori; al suo passaggio non resta che cenere.

Questo è opportuno ricordare in ogni momento della nostra esistenza, perché mai un attimo di sbandamento ci prenda. È bene conoscere sino in fondo chi sono i nostri nemici e di che cosa sono stati capaci, quando ne hanno avuto occasione. Se l'Europa non saprà energicamente reagire, il passato della Spagna sarà il suo futuro.

Consuntivo di ieri, compiti di domani

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 28 febbraio 1944)

di Anonimo

Soltanto dopo dodici mesi l'Ammiragliato inglese si è deciso a comunicare che il grande transatlantico Empress of Canada, stazzante ben ventiseimila tonnellate, fu, nel marzo del 1943, colato a picco da un sommergibile italiano. Nel bollettino di guerra italiano dell'epoca fu annunziato l'affondamento con quello scrupolo della veridicità che, spinto fino al parossismo, costituiva la caratteristica dei nostri bollettini, ma probabilmente gli ascoltatori di radio Londra avranno dubitato della notizia, visto che gli inglesi non la confermavano. Oggi, finalmente, si decidono a farlo. Meglio tardi che mai. Ma questa brillante azione di guerra (la grande nave colò a picco in dodici minuti), quest'azione di guerra, dicevamo, che non andò disgiunta da gesti di cavalleria verso i naufraghi, ci dà motivo per sviluppare un ordine di ragionamenti che sono di una qualche attualità.

Vogliamo dire che suprema ingiustizia nonché grave offesa alla verità storica sarebbe quella di dimenticare i sacrifici compiuti dall'Italia durante i primi quaranta mesi di guerra.

Che al 3 settembre del 1943 sia stato consumato un obbrobrioso inganno, un criminale tradimento a danno degli alleati del Tripartito e, m modo speciale, ai danni della Germania, i cui soldati combattevano valorosamente da anni a fianco dei nostri, questo è un innegabile fatto che rimarrà nella storia per tutti i secoli avvenire. Ma non meno storico è il fatto che tale tradimento fu consumato anche e potrebbe dirsi soprattutto ai danni del popolo italiano o della parte migliore del popolo, ·che è quello che conta nella vita di ogni nazione.

Con la firma della resa a discrezione, marchio di eterna infamia e di imperitura vergogna per i responsabili, non solo si perdevano di colpo tutti i territori di oltremare, non solo si aprivano al nemico le porte dell'invasione nel continente, non solo veniva distrutta sino alla radice tutta la nostra organizzazione militare, ma venivano annullati e irrisi i sacrifici che il popolo aveva sostenuto durante la guerra.

Ora, per la memoria dei caduti che deve essere tramandata alle future generazioni, nel nome di centinaia di migliaia di famiglie che hanno dato alla Patria il loro sangue migliore, intendiamo ricordare questi sacrifici, per evitare che sia deposta su di essi la coltre intenzionale dell'oblio.

La verità indistruttibile è questa: che, dopo la Germania, la nazione che ha sopportato i più gravi sacrifici, è l'Italia.

Le cifre che verremo esponendo peccano in difetto, non in eccesso. Poiché dopo il caos badogliesco ogni rilevamento statistico fu sospeso, preferiamo tenerci al disotto della realtà. Le cifre definitive verranno alla fine della guerra, ma i dati già accertati sono estremamente significativi per stabilire l'esattezza di quanto affermiamo.

Cominciamo dalle perdite umane. A tutto il luglio 1943, l'Esercito aveva pubblicato, nel supplemento mensile del giornale Le Forze Armate, il nome e il cognome di 50.641 caduti sui diversi fronti di guerra. Tale cifra può sembrare modesta, ma bisogna aggiungervi i 203.405 dispersi, dei quali non fu constatata ufficialmente la morte e che non si trovano fra i prigionieri.

Dal canto suo la Marina da guerra ha avuto, a tutto il giugno 1943, 3771 caduti e ben 20.189 dispersi. Gli uomini della Marina mercantile caduti sono 2512.

Le perdite dell'Aeronautica sono di circa seimila equipaggi fra caduti e dispersi. l feriti e i mutilati delle Forze Armate sono in proporzione col numero dei caduti. I prigionieri sono circa cinquecentomila.

A quanto ammontano le perdite della popolazione civile ? A una cifra molto alta. Come si ricorda, i bombardamenti « scientificamente» terroristici contro le città italiane cominciarono con quello di Milano, il 24 ottobre del 1942, e continuano tuttora con ritmo non attenuato, ma piuttosto crescente. Dati esatti mancano, ma non si è lontani dal vero se si afferma che non meno di centomila italiani, in massima parte donne e bambini, sono stati uccisi dai « liberatori » anglosassoni.

Secondo una comunicazione ufficiale inglese, nel solo mese di agosto del 1943, il mese del tradimento che vide i più terribili bombardamenti di tutta la guerra, nella città di Napoli le vittime dei bombardamenti salirono a ventimila.

La popolazione ha sostenuto queste prove durissime con una disciplina e una calma veramente esemplari . . In questo tragico totale vanno aggiunti anche seicento lavoratori italiani occupati in Germania e massacrati dai bombardamenti nemici.

Dopo le perdite umane, quelle non meno imponenti dei materiali. Ricordiamo soltanto quelle della Marina.

Nei combattimenti e nelle interminabili estenuanti crociere di protezione, abbiamo perduto trecentoquarantadue unità da guerra, fra cui ben ottantaquattro sommergibili, finiti in fondo al Mediterraneo o nell'Atlantico. Le perdite della Marina mercantile sono compendiate in queste cifre. All'inizio della guerra il nostro tonnellaggio mercantile saliva a tre milioni e mezzo di tonnellate. Nel luglio del 1943 era in gran parte perduto. Nel solo mese di aprile del 1943, quando fu tentato il massimo sforzo per rifornire le truppe operanti in Tunisia, andarono a picco navi per centoventimila tonnellate, mentre altre cinquantamila tonnellate furono gravemente immobilizzate per un tempo indeterminato.

Se dal campo strettamente militare passiamo al campo civile, i sacrifici sostenuti dall'Italia sono di quasi impossibile valutazione.

L'azione bellica del nemico ha distrutto, diciamo letteralmente distrutto, decine delle nostre città. Napoli ha sostenuto centoquattro attacchi aerei. Ma come non ricordare altre città rase al suolo, come Cagliari, Trapani, Marsala, Messina, Reggio Calabria, Foggia, Benevento, Avellino, Pescara, Civitavecchia, Livorno, Arezzo, Pistoia, Ancona, Rimini, e l'elenco potrebbe continuare con Milano, che, nell'agosto infausto, ebbe il sessanta per cento delle sue case distrutto o reso inabitabile? Dopo le grandi città, è venuto il turno delle città minori; poi dei borghi, quindi dei villaggi. Adesso i bombardieri nemici, indisturbati o quasi, passeggiano sui casolari isolati e fanno « caccia grossa » dei contadini intenti nella sacra fatica dei campi. Le ricchezze materiali, case, stabilimenti, che le bombe dirompenti o incendiarie hanno distrutto sono incalcolabili: superano-indubbiamente i cento miliardi di lire. Ma accanto alle rovi,ne materiali, c'è stata una distruzione di valori morali, storici, artistici, che è definitiva e non ha prezzo. Chiese, palazzi, biblioteche, quadri, statue: creazioni immortali del nostro genio, testimonianze della nostra storia e della nostra gloria, pegni della nostra grandezza futura, tutto ciò è irreparabilmente perduto.

Quando uno di questi monumenti viene ridotto in macerie, sentiamo una ferita al nostro spirito, più acuta che se ci fosse lacerata, da una brutale lama, la carne. Si fa il deserto là dove lo spirito dell'Italia eterna aveva fatto il miracolo della primavera!

Ma che cosa può importare, ad esempio, la distruzione della casa del Petrarca ad Arezzo o la rovina del tempio malatestiano a Rimini ai piloti negri della novantanovesima squadriglia di stanza a Napoli?

A questo aspetto che potrebbe chiamarsi « negativo » della guerra, bisogna aggiungere quello positivo: cioè i colpi inflitti al nemico dalle Forze Armate italiane. Non ci è possibile precisare quanti siano stati i caduti e i feriti angloamericani colpiti dal piombo italiano. Né le perdite di materiali subite dagli eserciti nemict.

Sono viceversa conosciute e stabilite le perdite della Marina mercantile e da guerra britanniche. Le navi mercantili affondate dalle unità della nostra Marina da guerra sono state duecento, per un tonnellaggio globale di 1.474.000 tonnellate. Le navi da guerra affondate sono centosessanta, per un tonnellaggio di 365.418 tonnellate. Le navi da guerra più o meno seriamente danneggiate dai nostri mezzi furono sessantanove, per un totale di 358.560 tonnellate.

La nostra Aviazione ha inflitto perdite particolarmente gravi e all'Aviazione nemica e alla Marina nemica mercantile e militare. In combattimenti nei diversi cieli d'Europa e d'Africa furono abbattuti 32.58 velivoli nemici. Al suolo ne furono distrutti trecentottantotto. Non mettiamo nel conto i « probabili », che furono parecchie centinaia.

Per quanto riguarda il naviglio mercantile nemico, i nostri aerosiluranti hanno affondato ottantasei navi, per 708.500 tonnellate; i bombardieri in quota hanno affondato trentaquattro navi, per 177.530 tonnellate; i bombardieri in picchiata diciotto unità, per 115.000 tonnellate. Naviglio mercantile danneggiato centoquarantacìnque unità, per tonnellate 992.600.

Nel naviglio da guerra nemico la nostra Aviazione ha affondato venti incrociatori, tre incrociatori ausiliari, venti cacciatorpediniere, sette sommergibili, un posa-reti, una cannoniera, sei motosiluranti, sei unità imprecisate. Navi da guerra colpite e danneggiate duecentodieci.

Dall'n giugno 1940 al 31 dicembre 1942, l'Aeronautica italiana ha effettuato sessantamila azioni di bombardamento, lanciato 366.000 bombe per tredicimila tonnellate di esplosivo, sganciato 583 siluri, sparato 2.926.000 colpi di mitragliatrice. Ore di volo 264.614.

Questi numeri sono abbastanza eloquenti e dimostrano che il contributo dato dall'Italia alla guerra del Tripartito è stato imponente e tutt'altro che trascurabile, come certi Paesi neutrali vorrebbero dare ad intendere. Quando il colpo di Stato abbatté non il fascismo, ma la nazione, era in fase di avviata realizzazione un programma di armamenti terrestri, navali, aerei che avrebbero dato all'Italia un'efficienza mai prima raggiunta. Stavano per uscire in serie i primi carri armati pesanti, il P. 40 con cannone da settantacinque e i semoventi con cannoni da novanta millimetri; erano in costruzione e in serie sommergibili tascabili e decine di motosiluranti; erano già stati ordinati migliiia dì apparecchi da caccia e precisamente dei tipi G. 55, RE 2005, MC 205, che significavano un primato su tutte le aviuioni europee.

Quando si farà la storia, si vedrà quale e quanta cura il regime aveva dedicato alle Forze Armate dello Stato, a cominciare da quella Marina creata tutta di sana pianta negli anni fascisti e che nel settembre infame non doveva essere ridotta ai minimi termini, se oggi Churchill ne ricorda le più che cento unità passate intatte al suo Ammiragliato. È mancato in molti generali e ammiragli, come quelli di Pantelleria e di Augusta, il coraggio, non le armi. La Corona e i suoi complici hanno creduto di salvare se stessi col tradimento e hanno tramutato l'Italia in un campo di battaglia. La verità è che nell'estate del 1943 si poteva resistere. Molti episodi di questa e di altre guerre dimostrano che la possibilità di resistere esiste anche quando il nemico sia preponderante in uomini e mezzi, purché non manchi la volontà di combattere. Allo stato d'animo di disperata rassegnazione sta ora sostituendosi una disperata volontà di combattimento, che è un vero atto di vita e di fede. Questa capacità di ripresa è in atto, come se all'orizzonte balenassero le prime luci dell'aurora. Fra poco, sarà giorno pieno. E i dadi saranno gettati. Si tratta veramente di essere o di non essere, di riscattarsi o di perire. O un'Italia forte, unita, indipendente, o una Italia ridotta a colonia in balia dello straniero. Questo il terribile dilemma, il supremo aut-aut che sta e deve stare sempre dinanzi alla coscienza degli italiani.

Urbania

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 9 febbraio 1944)

di Anonimo

Nella ormai interminabile lista delle città, dei borghi, dei villaggi italiani fatti bersaglio delle selvagge incursioni dei bombardieri anglosassoni, un altro nome va aggiunto: quello di Urbania. Per la storia vale la pena di riferire i particolari. Anzitutto Urbania è un centro urbano, o piuttosto era, di quattromila abitanti, e sorgeva su un'ondulazione di quelle colline marchigiane fra il crinale dell'Appennino e l'Amarissimo, oggi più che mai Amarissimo, che fa ritornare alla memoria le liriche leopardiane e il verso « sempre caro mi fu quest'ermo colle ». Cittadina innocente. Niente di militare. Non caserme, né uffici, né presidi, né accampamenti, niente industrie belliche dirette o indirette. Popolazione composta di semplici, onesti, laboriosi rurali e di artigiani, nel cui lavoro assiduo è presente l'anelito verso la bellezza.

Giorno dell'aggressione: la domenica, e precisamente mentre la folla degli uomini, delle donne, dei bambini sciamava dalla chiesa, dove aveva pregato Iddio col fervore e la convinzione che il momento ispira. Sono le 12. Ecco che, improvvisamente, un rombo di velivoli riempie il cielo e cadono sulla folla le prime bombe. Non vi sono rifugi; non v'è riparo possibile. Le case modeste e antiche saltano o vengono soffiate via dagli spostamenti d'aria provocati dalle esplosioni. Nella piazza davanti alla chiesa, nelle strade adiacenti, centinaia di vite umane giacciono lacerate, spente. I morti sono ottocento circa, diconsi ottocento, i feriti un numero ancora maggiore. I « liberatori » americani hanno «liberato» dalla vita l'intera popolazione di Urbania. Hanno applicato col furore sadico dei loro piloti di razza negra il principio del terrore per il terrore, del massacro per il massacro, secondo la spietata dottrina talmudìca che l'ebraismo mondiale realizza in questa guerra contro tutto ciò che è cristiano: religione e popoli.

Dopo l'avvento di Cristo, vi furono epoche particolarmente oscure nella storia d'Europa. Valanghe di barbari, scesi dalle lontane steppe dell'Asia, fecero talora di plaghe fertili dell'occidente una terra bruciata; talora terribili epidemie dimezzarono le popolazioni, carestie costrinsero masse umane alla estinzione per inedia o a lunge faticose emigrazioni in cerca di pane; catastrofi telluriche seminarono lo spavento e la morte. Davanti a questi paurosi fenomeni di scatenamento improvviso delle forze del male o dei ciechi elementi della natura, quando la disperazione sembrava fasciare gli spiriti, con la sua tenebra apocalittica, una voce corse da un punto all'altro, nel tentativo di trovare una spiegazione. Si disse: l'anticristo è nato!

Forse, lo stesso pensano oggi i pochi superstiti di Urbanig, L'anticristo è nato. Colui che odia il genere umano e reca sul suo corpo le stigmate di una particolare maledizione è l'anticristo che ha ordinato, vuole, assapora, crudele come Erode di Giuda, la strage. degli innocenti.

L'anticristo del ventesimo secolo ha un nome. Si chiama Franklin Delano Roosevelt.

Urbania

(Published in Corrispondenze Repubblicane, February 9, 1944)

By Anonymous

To the now interminable list of Italian cities, villages and neighborhoods targeted by the wild raids of Anglo-Saxon bombers, another name must be added: that of Urbania. For the sake of history, it is necessary to report the details of what happened. Above all, Urbania is an urban center—or rather it used to be—composed of four thousand inhabitants, and stood on a ripple of those Marchesian hills located between the Apennine ridge and the Amarissimo, which reminds us of the verse by Leopardi: "Always dear to me was this lonely hill". It was an innocent little town; it had nothing to do with the military: no barracks, no offices, no garrisons, no camps, no direct or indirect war industries. A population composed of simple, honest, hard-working rural people and artisans, in whose hard work the yearning for beauty is present.

The Day of Aggression: on Sunday, at the precise moment when the crowd of men, women and children gathered outside the church, where they had just prayed to God with fervor and conviction, the attack came. It was 12 o'clock. Here, suddenly, a roar of aircraft filled the sky and the first bombs fell on the crowd. There were no shelters; therefore no shelter was possible. The modest and ancient houses exploded and were blown away by the blast of wind caused by the explosions. In the square in front of the church, and in the adjacent streets, hundreds of human lives were torn to pieces. The dead number about eight hundred; the number of wounded is even higher.

The American "liberators" have "liberated" the entire population of Urbania from existence. With sadistic fury, their Negro pilots applied their principle of terror for for the sake terror, slaughter for the sake of slaughter, in accordance with the ruthless Talmudic doctrine which World Jewry is implementing in this war against everything that is Christian: against religion and against peoples.

After the advent of Christ, there were some particularly dark times in the history of Europe. Avalanches of barbarians descended from the distant steppes of Asia and sometimes turned the fertile lands of the West into a scorched earth; sometimes terrible epidemics halved populations; famines forced human masses to extinction by starvation or caused long laborious emigrations in search of bread; earthly catastrophes sowed terror and death. Faced with these frightening phenomena, the sudden unleashing of the forces of evil and the blind elements of nature, when despair seemed to bind the spirits with apocalyptic darkness, a rumor spread from one place to another in an attempt to find an explanation. Many said: the Antichrist is born!

Perhaps today the few survivors of Urbania think the same thing: the Antichrist is born. He who hates mankind and bears upon his body the mark of a particular curse is the Antichrist who ordered, desires and savors the massacre of innocents—a man just as cruel as Herod of Judea

The Antichrist of the twentieth century has a name. His name is Franklin Delano Roosevelt.

I lupi, il gregge e i pastori

(Pubblicato in « Corrispondenza Repubblicana », 3 febbraio 1944)

di Anonimo

Dai nostri microfoni è stata già data la notizia del violento attacco sferrato dal giornale bolscevico Isvestia contro la santa Sede. È appena superfluo ricordare che il summenzionato giornale, così come il confratello Pravda, non stampa una sola parola che non sia stata precedentemente vistata dall'Ufficio politico del partito bolscevico.

In questo caso, così come in tutte le manifestazioni della vita russa, la voce è quella del padrone, maresciallo Stalin. Bisogna anzitutto precisare che l'attacco ha una origine lontana, e precisamente negli Stati Uniti. Vi è, nel felice Paese di Roosevelt, un associazione per la politica estera, la quale ha fatto oggetto di studio l'atteggiamento della santa Sede nei confronti del fascismo. Tra l'altro l'associazione ha constatato che il « riconoscimento da parte del Vaticano della conquista dell'Abissinia fu un atto assai imprudente ». Occupandosi dei lavori di questa associazione americana, il redattore della Isvestia, Petrov, ne ha preso motivo per scrivere l'articolo di cui ci occupiamo. L'attacco è, quindi, di origine americana, e poi ripreso dalla stampa moscovita. Che negli Stati Uniti il Vaticano sia combattuto e detestato non meraviglia. Poco conta che ci siano venti milioni di cattolici, numero rimasto immutato da decenni, e che tali cattolici siano quasi esclusivamente immigrati polacchi, italiani, irlandesi. La Repubblica cosiddetta stellata è un Paese profondamente, inguaribilmente, fisiologicamente fuori di ogni religione. L'unico Dio che laggiù sta sugli altari è l'oro. Più della Russia, è l'America rooseveltiana il Paese dei « senzadio ». Vi sono ben quaranta milioni di atei dichiarati, professanti l'ateismo e raccolti in una potente associazione, che si prefigge la diffusione di questa dottrina.

Gli altri ottanta milioni di americani, ivi compresi quindici milioni di negri, sono divisi in ben trecentoventitré sette religiose, molte delle quali costituiscono autentiche manifestazioni, talora carnevalesche, di follia e stupidità, sempre però a sfondo di dollari e di affari.

Un paese che porti nel suo grembo « ganghe » del genere è perlomeno incapace di sentire il cattolicesimo romano e di valutarne la plurisecolare portata religiosa e storica. È insomma, anche da questo punto di vista, perfettamente in linea col compare bolscevico di Mosca. Roosevelt completa Stalin e viceversa.

Stabilito così il fatto che ha dato origine all'articolo della Isvtstia non può meravigliare che Petrov ne abbia approfittato per perfezionare e completare l'attacco partito d'oltre oceano. Dice Petrov testualmente:
« L'aspetto più significativo per giudicare la politica della santa Sede è dato dall'atteggiamento assunto dal Vaticano al tempo della gloriosa avventura di Hitler e Mussolini nella guerra di Spagna con l'intervento armato. 
Nel giugno 1940, il Vaticano rimase nel più assoluto silenzio dinanzi all'aggressione della Francia da parte di Mussolini, ed è sintomatico il fatto che tra i primi Stati a riconoscere il Governo di Pétain, imposto da Hitler, sia stato proprio il Vaticano. Durante il fascismo, il Vaticano è stato uno strumento del regime, oggi odiato dalle masse popolari. L'appoggio dato a Hitler e Mussolini » — conclude Petrov — « ha screditato la politica estera del Vaticano e l'ha posta nella posizione di diretta correità con il fascismo ».
Non è il caso di polemizzare con il signor Petrov. Non è compito nostro quello di difendere la politica del Vaticano. Ci limitiamo a fissare quanto segue: la presa di posizione decisamente ostile dei circoli americani, assai vicini a Roosevelt, contro il Vaticano, e la immediata attestazione di solidarietà con questi circoli da parte dei dirigenti la politica russa. L'attacco è, quindi, concentrico. A tenaglia. Si inserisce nel ricatto compiuto sull'Argentina e nelle brutali pressioni attualmente esercitate sulla Spagna di Franco, due paesi eminentemente cattolici. Oggi è la volta del Vaticano. Non bisogna illudersi sul fatto che apparentemente viene messa in questione soltanto la « politica » del Vaticano. Trattasi di una manovra. Si comincia con la politica per mascherare e meglio preparare la successiva fase dell'attacco. Oggi si parla di «Vaticano»; domani sarà precisato l'obiettivo e cioè la « Chiesa », che tale politica ha ispirato e seguito nell'interesse dei fedeli.

Darebbero prova singolare di incoscienza quei cattolici italiani che non rilevassero l'estrema gravità di questo preliminare atto di ostilità compiuto da americani e da russi.

E somma prova di incoscienza forniscono quei pochi o molti cattolici italiani che auspicano una vittoria degli alleati, i quali sono al di fuori del cattolicesimo o contro la Chiesa di Roma.

Nelle vicinanze immediate dell'ovile cattolico, già si aggirano i lupi, protestanti, ortodossi, o semplicemente atei. Vysinskij dei « senzadio » sta tra Brindisi e Bari.

Se vogliamo salvare il gregge, siano vigilanti i pastori.

The Wolves, the Sheep and the Shepherds

(Published in Corrispondenza Repubblicana, February 3, 1944)

By Anonimous

From our microphones we have already reported the news about the violent attack launched by the Bolshevik newspaper Izvestia against the Holy See. It is hardly necessary to point out that the aforementioned newspaper, as well as its sister newspaper Pravda, can not print a single word unless it has been approved by the political office of the Bolshevik party.

In this case, as in all manifestations of Russian life, the voice is none other than the master, Marshal Stalin. First of all, we must point out that the attack has a distant origin, namely in the United States. In Roosevelt's happy country there is an association for foreign policy which has studied the attitude of the Holy See towards Fascism. Among other things, the association concluded that "the Vatican's recognition of the conquest of Abyssinia was a very imprudent act". Influenced by the work of this American association, the editor of Izvestia, Petrov, decided to write the article we are discussing. The attack therefore is of American origin, and was later resumed by the press in Moscow.

The fact that the Vatican is fought and detested in the United States is not surprising. It matters little that there are twenty million Catholics, a number that has remained unchanged for decades, and that those Catholics are almost exclusively Polish, Italian and Irish immigrants. The so-called Stellar Republic is a country profoundly, incurably, physiologically beyond any religion. The only God that is on their altars is gold. Even more than Russia, Rooseveltian America is truly a godless country. There are forty million self-declared atheists, professing atheism and gathered in a powerful association which aims to spread this doctrine.

The other eighty million Americans, including fifteen million blacks, are divided into 323 religious sects, many of which are authentic manifestations of madness and stupidity, almost carnivalesque, but always second fiddle to money and business.

A country that bears such "gangs" in its womb is, to say the least, incapable of comprehending Roman Catholicism and of evaluating its centuries-old religious and historical significance. In short, even from this point of view, it is perfectly in line with its Bolshevik friend in Moscow. Roosevelt completes Stalin and vice versa.

Having thus established what gave rise to the article by Izvtstia, it is not surprising that Petrov took the opportunity to perfect and complete the attack which began in America. Petrov says verbatim:
"The most significant aspect with which to judge the politics of the Holy See is given by the attitude assumed by the Vatican at the time of the victorious adventure of Hitler and Mussolini when they intervened in the Spanish War.
In June 1940, the Vatican remained absolutely silent in the face of Mussolini's aggression against France, and it is symptomatic that among the first states to recognize Petain's Government, imposed by Hitler, was the Vatican itself. Under Fascism, the Vatican was a puppet of the Regime, which is today hated by the popular masses. The support given to Hitler and Mussolini has discredited the Vatican's foreign policy and has placed it in a position of direct correlation with Fascism."
There is no need to argue with Mr. Petrov. Our task is not to defend Vatican policy. We limit ourselves to simply pointing out the following: the decidedly hostile position taken against the Vatican by American circles very close to Roosevelt, and the immediate declaration of solidarity with these circles by Russian political leaders. The attack is therefore concentric. A pincer move. It fits right in with the blackmail being made against Argentina and the brutal pressure currently being exerted on Franco's Spain, two eminently Catholic countries. Now it is the Vatican's turn. We must not delude ourselves into thinking that it is merely the Vatican's "politics" that are being called into question. This is a maneuver. They begin with politics in order to mask and better prepare the next phase of the attack. Today they talk about "the Vatican"; tomorrow the objective will be the Church itself...

Italian Catholics must be uniquely blind if they do not comprehend the extreme gravity of this preliminary act of hostility by the Americans and Russians.

And the greatest proof of this blindness is provided by those Italian Catholics who wish for an Allied victory, the same Allies who are outside of Catholicism and against the Church of Rome.

Protestant, Orthodox and atheist wolves are in the immediate vicinity of the Catholic sheepfold. The godless Vyshinsky stands between Brindisi and Bari.

If we want to save the flock, then the shepherds must be vigilant.

Le basi della nuova economia

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 14 gennaio 1944)

di Anonimo

La dichiarazione programmatica per la nuova struttura delle imprese ha senza dubbio un carattere rivoluzionario, ma non rappresenta una improvvisazione. Essa rientra, infatti, nello spirito della Carta del lavoro, che già nel 1926 prevedeva la necessità dell'intervento dello Stato nella produzione economica « quando manca o sia insufficiente l'iniziativa privata e quando siano in gioco interessi politici dello Stato » e indicava nel controllo e nella gestione diretta le forme nelle guaii l'intervento poteva attuarsi.

Ma la dichiarazione ha anche dietro di sé una ventennale esperienza, la quale ha dimostrato sul piano politico sociale che lo Stato non può, nell'attuale momento storico, limitarsi a una funzione puramente mediatrice fra le classi, poiché la maggior forza sostanziale delle classi capitalistiche rende vana ogni parità giuridica stabilita attraverso un meccanismo sindacale tra le categorie; è sul piano politico-economico che questa maggior forza delle classi capitalistiche riesce a dominare e a volgere a proprio vantaggio tutta l'azione dello Stato, sostituendosi nelle sue forme supercapitalistiche, come un vero e proprio superpotere dello Stato stesso.

È perciò necessario che lo Stato intervenga nel vivo della lotta, eliminando il prepotere del capitale e dando al lavoro una forza e una funzione effettive.

Questo fine lo Stato può assolvere solo fino a un certo punto con il controllo dell'attività produttiva privata, ma quando questa investe settori-chiave per la continuità della stessa vitalità politica ed economica dello Stato, è necessario che ad essa si sostituisca una gestione diretta da parte della collettività.

Ispirandosi alla necessità soprapreannunciata, la dichiarazione dafferma tre fondamentali direttive:

1. - La possibilità di sostituire la proprietà pubblica alla proprietà privata del capitale in tutte quelle imprese che, per il genere della loro attività, trascendono l'ambito privatistico.

2. - L'immissione del lavoro nella gestione delle imprese.

3. - La ripartizione degli utili fra il lavoro e il capitale.

La prima direttiva, pur nella sostanza rivoluzionaria dello spirito che l'anima, non dimentica i fondamentali principi che sono la base del meccanismo giuridico dello Stato italiano, né la necessaria progressività nel procedere a una cosi radicale e delicata trasformazione della struttura economica e sociale dello Stato; non dimentica, cioè, che la proprietà privata rimane la base dell'ordinamento economico italiano, che, come è riconosciuto nella dichiarazione settima della Carta del lavoro, considera l'iniziativa privata come lo strumento più efficace e più utile degli interessi della nazione nel campo produttivo. Ma tiene anche presente che l'iniziativa privata non può andare disgiunta dalla considerazione degli interessi generali della nazione, la quale, come la stessa Carta del lavoro afferma nella dichiarazione dodicesima, è un organismo avente fine, vita, mezzi di azione superiore, per potenza e durata, a quelli degli individui, divisi o raggruppati, che la compongono, e che perciò lo Stato, in quanto espressione della vita e dei superiori fini nazionali, può e deve intervenire a sostituire l'iniziativa privata ogni qualvolta questa si riveli insufficiente se gli interessi particolari tradiscano quelli della collettività.

La seconda direttiva si ispira anch'essa al principio enunciato dalla Carta del lavoro, secondo cui il prestatore d'opera tecnico, impiegato e operaio, è un collaboratore attivo dell'impresa economica (dichiarazione settima).

Tale principio non può avere effettiva applicazione se il lavoratore non viene condotto, attraverso i suoi rappresentanti diretti, a vivere la vita dell'impresa, a conoscere i particolari della sua gestione, a rendersi conto dei problemi che da questa sorgono. Solo allora il lavoratore non rappresenterà più un elemento antagonista od ostile, preoccupato unicamente di far valere i propri interessi classistici, ma sarà in grado di valutare i propri bisogni alla stregua delle necessità e delle possibilità della produzione. Solo in tal modo potranno aversi determinazioni salariali rispondenti a quel delicato equilibrio di direttive a cui si riferisce la dichiarazione dodicesima della Carta del lavoro, in quanto sarà possibile affiancare a una sufficiente valutazione delle esigenze normali della vita e del rendimento del lavoro una veritiera valutazione della possibilità della produzione. E solo in tal modo sarà possibile un'organica e completa disciplina dell'attività produttiva.

La terza direttiva della ripartizione degli utili è fogica conseguenza del principio di eliminazione di ogni prerogativa del capitale e della partecipazione del lavoro alla vita dell'impresa. Con essa il lavoratore viene stimolato al massimo sforzo di potenziamento della vita dell'impresa, anche se modesta può risultare la quota di partecipazione. Questa invero, mentre può essere salvaguardata dalla stessa partecipazione dei lavoratori alla vita dell'impresa con l'impedire ogni evasione sotto forme varie di parte degli utili effettivi, può venire altresi potenziata a favore del singolo lavoratore con forme varie di capitalizzazione e di investimento.

Cosi, dopo soli quattro mesi di Governo, in condizioni estremamente difficili e gravi, la Repubblica Sociale Italiana realizza i postulati del fascismo e getta le basi della nuova economia, destinata a migliorare le condizioni del popolo e ad accrescere la potenza produttiva della nazione.

Lavorare e combattere

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 10 gennaio 1944)

di Anonimo

Il popolo italiano è entrato in una fase che si può definire di soddisfacente ripresa, dopo la crisi gravissima iniziatasi il 25 luglio e culminata nell'infausto 8 settembre. Ripresa morale e ripresa materiale, che appaiono sempre più chiare e tendono a riportare gradualmente la vita nazionale verso la normalizzazione.

Dopo il tragico disorientamento e la catastrofe che sembravano aver sommerso per sempre tutti i valori positivi del Paese, i segni di reazione e di volontà ricostruttiva sono riaffiorati nella scia dell'azione del Governo fascista repubblicano, sempre più evidenti e concreti in ogni settore della vita italiana.

La riorganizzazione di tutte le forze nazionali è in atto con risultati sempre più tangibili. L'afflusso dei volontari nei ranghi dell'Esercito e della Guardia nazionale repubblicana, la presentazione delle reclute al bando di chiamata, la favorevole andatura dei titoli di Stato sono i segni indicatori delle facoltà reattive del popolo italiano, che l'azione terroristica di alcuni criminali pagati dal nemico non solo non può abbattere, ma, viceversa, stimola e fortifica. Cosi come le barbariche e sanguinose distruzioni che i « liberatori » angloamericani infliggono alle nostre città, per conto e nel nome del regio Governo badogliano, non riescono a stroncare le possibilità di rinascita della nostra gente.

Tale il consuntivo di questi ultimi mesi. Molto è stato fatto. Moltissimo resta ancora da fare. È su questa azione futura che è impegnato tutto il popolo italiano. E poiché questa azione futura è stata compendiata da alcuni nel dilemma « lavorare o combattere », noi affermiamo invece che tale dilemma va trasformato in un binomio inscindibile: « lavorare e combattere ».

Infatti i popoli e le nazioni che intendono vivere in autonomia politica e amministrativa, che hanno coscienza del proprio destino, che sentono ancora il senso reale della parole onore e dignità, non possono, soprattutto nei momenti cruciali per la storia e l'assetto del genere umano, rinunciare né al combattimento né al lavoro, che sono, inseparabili, i loro strumenti vitali.

Cosi, in questa ora suprema, l'Italia e gli italiani non possono scegliere, ma debbono fare dei due verbi la loro parola d'ordine, il loro comandamento. Se ciò non avvenisse, sarebbe la totale, irrimediabile, definitiva condanna della nazione e del popolo, che hanno dato al mondo tanto contributo di civiltà.

È possibile che la più nobile delle umane attività, il lavoro, diventi asilo del più basso degli umani sentimenti, la vigliaccheria? E ammissibile che una razza che ha dato santi, eroi, navigatori e colonizzatori, soldati e condottieri, passa scadere talmente dinanzi a sé e agli altri, da dimenticare che chi non sa o non vuole difendere con le proprie armi il proprio lavoro è destinato a lavorare alle altrui dipendenze?

Gli italiani debbono oggi riflettere su tali dati irrefutabili, documentati da millenni di storia, pensando che, con le sorti della guerra, noi difendiamo la nostra indipendenza, il nostro avvenire di popolo unitario, il posto nel mondo non solo ddl'Italia, ma degli stessi italiani.

Né possono esserci più illusioni al riguardo, neppure per gli « attendisti » o gli anglofilt più incalliti. È stato scritto su un giornale americano:
« Non sappiamo che farcene di questi italiani che hanno tradito e venduto il loro Paese ».
E, intanto, i primi bastimenti carichi di bimbi strappati dalle braccia delle madri sotto la guardia delle baionette angloamericane, stanno per raggiungere la Russia sovietica, come ci informano radio Londra e radio Mosca. Sono questi i primi sintomi del destino che ci attenderebbe se i « liberatori » trionfassero o, anche, avanzassero sempre più verso il cuore del Paese. Per scongiurare tutto ciò, per tutelare il nostro onore e difendere, nel contempo, ciò che di più sacro ha la nostra gente, i figli, non basta il solo lavoro. È necessario che ogni italiano valido riprenda il suo posto di combattimento.

Noi chiediamo alla gioventù d'Italia, espressione viva della stirpe che con le armi di Roma dominò il mondo, noi chiediamo al popolo che compi il miracolo della Spagna e seppe conquistare un impero, che da Santander a Bilbao scrisse pagine di gloria, che ancora ieri, a Gondar e sul Mareth, in Russia e nel Mediterraneo, seppe compiere gesta memorabili, noi chiediamo: la tua coscienza non freme di desiderio di azione, di volontà di affiancamento all'alleato germanico nella lotta eroica che esso combatte per difendere la tua terra, le tue donne, i tuoi figli, il tuo pane dall'assalto famelico dei barbari? Vuoi tu, italiano, rintanarti nel solo lavoro, mentre altri ti difende col suo sangue e colle sue armi? Questi sono gli interrogativi che ogni coscienza italiana deve porsi. Per tutti indistintamente gli italiani, il lavoro non deve apparire come un riparo dalla guerra o un contributo alla guerra che altri combatte, ma deve essere, invece, uno strumento di guerra, uno strumento per la « nostra » guerra.

Assistere inermi allo scempio che il nemico compie sulle nostre città e sulle nostre popolazioni civili sarebbe impensabile cinismo; attendere, con supina rassegnazione, mentre si combatte sul nostro territorio, che altri decidano del nostro domani, della nostra esistenza, dei nostri beni, sarebbe una forma di rinunzia delittuosa e suicida. L'ora che batte oggi sul quadrante della storia è l'ora decisiva per le sorti dd Paese. Oggi si tratta veramente per l'Italia di essere libera e onorata, o di non essere più. E l'Italia può essere conservata, al mondo e al suo popolo, soltanto con il combattimento e con il lavoro. È, dunque, tempo di azione.

Guerra e lavoro soltanto possono salvarci. Gli italiani intendano, con ferma coscienza e con assoluta determinazione, quale è il loro dovere. Pensino che i popoli i quali non vogliono portare le proprie armi finiscono per portare o subire quelle altrui, e meditino sulla situazione creatasi sul fronte italiano dopo 1'8 settembre. Tale situazione ammonisce che per un'Italia volitiva e rinpovata, libera da interessi dinastici e perciò certa dell'impossibilità del tradimento, finché tutto è in gioco, nulla è perduto.

Il caso Bergamini

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 7 gennaio 1944)

di Anonimo

Dal caso Messe al caso Bergamini. Là era la storia di un bravo generale, che ha rinnegato alla fine il suo passato di fedeltà e di valore; qui è la storia di un ammiraglio sfortunato, già sepolto con la sua nave in fondo al mare, e fatto segno ora ad una speculazione indegna da parte del regio Governo fuggitivo.

Non vi è delitto più infame che tradire i morti. I morti, si sa, non parlano; è facile fare mercato del loro onore. Ma per sua buona ventura l'ammiraglio Bergamini ha lasciato le testimonianze inoppugnabili della sua dirittura di marinaio e di italiano. E noi, per quanto lontani ormai dalle vicende e dagli uomini del recente, amaro passato, rivendichiamo il privilegio di difendere la memoria di quel galantuomo, ché non è giusto si violenti la storia e che si infanghi la figura di un capo rimasto solo al di sopra del triste traffico che ha portato al nemico le nostre navi, sudore e sangue del popolo. Ecco, infatti. Alle 2 di notte del 9 settembre, e cioè poche ore dopo la proclamazione dell'armistizio badogliano, usciva dalla Spezia, al comando dell'ammiraglio Carlo Bergamini, l'intera squadra navale con rotta verso la Maddalena. Durante la notte si univano alla formazione, che avanzava a velocità ridotta, tre incrociatori provenienti da Genova. Dopo dieci ore di navigazione, vale a dire a mezzogiorno, quando la squadra era in vista delle Bocche di Bonifacio e aveva già assunto la linea di fila per incanalarsi verso i previsti ancoraggi, una squadriglia di cinque bombardieri tedeschi, sbucata fra l'azzurro e le nubi, sganciava sulla formazione, che, in virtù del tradimento, era diventata per i germanici una formazione navale nemica e quindi legittimo obiettivo di attacco, una serie di bombe con mira particolare alle corazzate. Parapiglia delle navi con rapide accostate a dritta e a manca; ma poi è stata questione di un attimo: l'unità da battaglia Roma, centrata nella Santa Barbara, dopo un'esplosione violenta, si spezzava in due e sprofondava negli abissi nello spazio di pochi minuti. Fermo al suo posto di comando, l'ammiraglio Bergamini seguiva il destino della nave scomparendo tra i flutti. A soccorso dei naufraghi sostavano l'incrociatore Attilio Regolo, alcuni cacciatorpediniere e torpediniere; questo nucleo di unità, con il carico dei superstiti, si è diretto più tardi in un porto neutrale (Spagna) ed è stato internato. Intanto il grosso della squadra aveva già preso il largo, alla velocità dt trenta miglia, con rotta iniziale verso le Baleari; poi, quasi a seguito di un improvviso pentimento, la formazione ha puntato a sud, incontro al porto di Bona, per riparare nelle mani del nemico. E il tradimento ha avuto cosi il suo epilogo. Fin qui la nuda e controllata cronaca dei fatti.

Ora succede questa cosa, che possiamo definire enorme: l'annuncio solenne, dato dal Governo del piccolo re, che l'ammiraglio Bergamini, in omaggio alla memoria, viene promosso ammtraglio dt Armata « per aver trovato gloriosa morte nell'adempimento della sua missione di consegna della flotta agli angloamericani ».

Siamo di fronte ad un documento di volgarissima malafede. Lasciamo andare che è già di per sé disgustosa l'tntenztone di decretare un pubblico premio agli eventuali artefici di un tradimento militare, ma badiamo soltanto al caso di mistificazione che quel documento esprime ai danni dell'ammiraglio scomparso. E allora, prove e testimonianze alla mano, possiamo precisare formalmente: l'ammiraglio Bergamini, se fosse rimasto in vita, non avrebbe mai consegnato le navi al nemico.

Ecco, infatti, le precise direttive da lui impartite, in conclamato clima di armistizio, a tutti gli ammiragli e comandanti di unità della flotta: a) non fare resistenza armata ai germanici in alcun caso; b) se fossero stati gli angloamericani a voler impadronirsi delle navi con la forza, ordine alle navi di reagire ad oltranza con le armi e, in caso disperato, ordine di autoaffondarsi. Con le mani bloccate entro la morsa degli ordini ricevuti, Bergamini parlava quel giorno col cuore in gola, affranto dal dolore, ma non aveva per nulla abdicato alla sua dignità di marinaio. Era già su di un piano elevato rispetto alla zavorra di tutti gli altri capi militari, invischiati nel tradimento da loro pensato e voluto fino alle conseguenze estreme.

Molti ufficiali, tra quelli che in obbedienza all'esempio ed agli insegnamenti dì quest'uomo oggi militano sotto le bandiera della Marina repubblicana, sono buoni testimoni delle fiere intenzioni espresse dall'ammiraglio nelle ore angosciose che precedettero l'uscita in mare delle navi. Con il comandante Bedeschi, ad esempio, come con altri, egli si è espresso testualmente (8 settembre):
« Intendo portare la flotta in un ancoraggio italiano o in altro ancoraggio al di fuori di ogni estranea ingerenza. Non consegnerò mai le navi al nemico ».
E nell'abbracciare il suo ufficiale, ha soggiunto:
« Ma la mia è un'illusione. Sento che non ci vedremo più. Bisognerà andare a picco ».
Fece rotta infatti, come si è visto, per la Maddalena, terra italiana, sperando di potervi riparare la squadra. Sulle soglie di quel porto la sua nave venne fulminata.

Fino a quel momento la sua flotta era integra nel suo onore. Caduto l'ammiraglio, salvo le poche eccezioni delle navi che gli hanno obbedito autoaffondandosi o internandosi in porti neutrali, caddero anche le sue consegne. Il grosso della squadra passò al nemico.

E qui tornerebbero istruttivi i profili dell'ammiraglio Oliva, del capitano di vascello Tallarico e degli altri fautori del dirottamento della squadra e della sua resa. Molti veli sono caduti, le responsabilità vanno sempre più a fuoco. Sulla scorta di freschi ed esaurienti rapporti pervenutici dall'altra parte della barricata, sarebbe facile, se carità di Patria lo consentisse, ricostruire scena per scena il clima ambientale di qualche nave, dell'incrociatore Eugenio di Savoia ad esempio, e seguire da Bona a Malta, da Alessandria a Taranto, i casi, le disavventure, gli atteggiamenti dei signori ufficiali ivi imbarcati...

In piena atmosfera di tradimento, l'ammiraglio Bergamini fu anch'esso, dunque, tradito. Di quanto si è detto sopra esiste la documentazione più ampia, autorevole e definitiva. E gli si vuole ora imporre l'aureola di eroe dell'armistizio, quanto ne fu invece la prima vittima, il primo martire. Ripugnante gioco, che offende la memoria dello scomparso, l'onore dei suoi figli, la nostra dignità d'italiani veri. Noi non abbiamo nostalgie e tenerezze per l'Italia di ieri, edizione 1943, intendiamo porre alle nostre spalle uno schermo opaco che ci isoli per sempre da ogni passata indegnità e bruttura, vogliamo guardare all'avvenire, dobbiamo rifare tanta strada... Se oggi abbiamo sostato un attimo fra le quinte di un'epoca tanto triste è perché ci sembra terribile che la disonestà si perpetui, mentre tutti ancora stiamo scontando la disonestà recente. Non dunque per spunto di polemica e per rivendicazione di parte intendiamo portare luce al caso Bergamini, ma per sincero amore di onestà e di verità, per difendere e ripulire un bravo soldato dal fango che lo minaccia, per poter numerare un traditore di meno e un galantuomo di più, per poter definire in modo sempre più netto la distinzione tra italiani degni e italiani indegni.

Ecco perché siamo lieti e fieri di proclamare che l'ammiraglio Bergamini non è caduto sul tragitto che porta alla diserzione. È caduto durante la rotta, liberamente scelta, che sul mare italiano congiunge due terre italiane.

Questo vale ad imporlo al nostro rispetto, se già da tempo non si fossero imposte alla nostra ammirazione le sue stupende virtù di uomo e di soldato: energico, buono, valoroso, infaticabile, diritto.

Carlo Bergamini non era della tempra dei generali e degli ammiragli che hanno calpestato ed insultato il sacrificio dei morti! Inutilmente essi lo chiamano in causa, per coprire e riabilitare in qualche modo, colla sua figura pulita, l'osceno mercato dell'8 settembre.

Egli non può essere con loro, perché è rimasto a presidio del mare d'Italia.