Saturday, 10 March 2012

Stato e Chiesa

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 14 luglio 1944)

di Anonimo

La formula della legge d'applicazione dei Patti lateranensi in cui si dichiarava, riprendendo l'articolo 1 dello Statuto albertino, essere la religione cattolica apostolica romana religione ufficiale dello Stato, non fu mai vuota affermazione. Si riconosceva con essa la cattolicità del nostro popolo credente e professante, profondamente dotato di spirito religioso, disciplinatamente rispettoso della gerarchia ecclesiastica, fedele osservante dei riti. Il cattolicesimo era ed è, in Italia, una forza viva come forse in nessun'altra nazione. Per questo noi abbiamo, se altri mai, il diritto di chiamarci figli primogeniti della Chiesa.

La politica fascista, prima e dopo il Concordato, si imperniò proprio su questa constatazione; e volle fare dello Stato italiano uno Stato cattolico non soltanto nelle forme esteriori, ma anche e soprattutto nell'intima essenza dello spirito. Si venne a creare cosi un affiancamento costante dello Stato alla Chiesa, di cui non è possibile ignorare la realtà.

I grandi avversari del cattolicesimo, quel comunismo materialista e quella massoneria atea che tante e tante encicliche avevano condannato con parole dure, furono anche gli avversari del fascismo, e la lotta venne condotta con criteri e spirito comuni. La formazione morale e l'educazione religiosa vennero dallo Stato fascista affidate alla Chiesa cattolica, recando ad essa esplicitamente funzione di magistero. Persino il problema sociale venne affrontato con tali identità di vedute rispetto a quello cristiano che si poté parlare di un Toniolo come di un precursore del corporativismo e si poté citare la Rerum novarum come un testo introduttivo alla Carta del lavoro. Il regime concordatario, insomma, con le sue garanzie giuridiche, con la tutela della dignità del clero e con il riconoscimento dei diritti della Chiesa, non non era che una fra le tante espressioni di un più vasto orientamento politico per cui il fascismo spiritualista si affiancava alla Chiesa cattolica.

Di questa collaborante fraternità di spiriti e azione s'ebbero riconoscimenti continui, che vanno dalle dichiarazioni pontificie del 1929 all'atteggiamento del clero nella lotta antisanzionista del 1935.

Si sanava cosi un dissidio che turbò per molto tempo la coscienza del popolo italiano e che fu di danno tanto all'Italia quanto alla Chiesa di Roma.

Oggi l'atteggiamento di molti tra gli esponenti del clero sembra riproporre il dissidio, se pur su basi diverse da quelle di allora. Si tratta forse di fenomeni individuali, ma ormai essi hanno assunto sufficiente ampiezza e portata perché si debba tenerne conto almeno come fatto psicologico. E allora viene naturale di chiedersi quali siano stati i motivi di certe palesi o latenti ostilità ecclesiastiche nello Stato fascista, a chi debba riportarsene l'origine e la causa. Se un distacco si è potuto individuare, vuole dire che un distacco fra i due contraenti lateranensi, almeno in piccola parte, esiste. E giova specificare di chi sia stata l'opera. La risposta è semplice. Non dello Stato fascista, fedele sempre ai principi affermati nelle leggi e nelle dichiarazioni del suo capo, esecutore puntuale e zelante delle clausole concordatarie, ligio ai presupposti sociali e politici che coincidono con quelli più volte espressi autorevolmente dal cattolicesimo.

A certo clero non è forse inopportuno ricordare alcune cose. Anzitutto le questioni di principio che rendono naturale un'alleanza fra la dottrina della Chiesa e quella del fascismo, l'una e l'altra spiritualiste, l'una e l'altra profondamente umane, l'una e l'altra pensose del miglioramento e dell'elevazione della massa. E poi anche il debito di riconoscenza verso l'unico regime che, in una ventennale politica univoca, abbia sempre riconosciuto alla Chiesa tutto quanto alla dignità e alla missione della Chiesa si confaceva. Infine il suo stesso interesse: di fronte al fascismo cattolico stanno oggi le forze dell'anti-Roma e dell'antireligione. Un'alleanza con esse non può essere che temporanea e caduca. Coloro che credono possibile il compromesso con le nazioni anglosassoni dimenticano quanto in esse contino le forze antiromane della massoneria e del giudaismo e quanto dispregiativo sia ancora in Inghilterra e in America il termine di « papista »; coloro che si sono accostati al bolscevismo fingono di non ricordare la lotta contro il clero e la Chiesa condotta con tanta asprezza e con si sanguinosi metodi in Russia e in Spagna e di non vedere come la proclamata attuale tolleranza religiosa di Stalin sia soltanto una mossa diplomatica in un abile gioco di conquista.

Sono, queste, considerazioni di cui dovrebbero tenere conto sacerdoti e fedeli nel risolvere nel foro della loro coscienza i due grandi problemi che hanno sempre costituito il punto di contraddizione del cattolicesimo e più lo sono oggi: la giustificazione o almeno la cessazione della guerra e la conciliazione del patriottismo con l'universalismo religioso.

Se è vero che la Chiesa ha sempre predicato la pace e ha sempre considerato il conflitto armato come un deprecabile evento, è altresì vero - né bisogna citare la storia per rendersene conto - che essa ha saputo distinguere tra guerre ingiuste e giuste; che ha notato come esistano paci più sanguinose di certe guerre perché sono paci iugulatorie; che ha sempre riconosciuto ai popoli ildiritto di tutelare le loro aspirazioni alla vita e la loro dignità nazionale.

E nella guerra, quando la Patria è in pericolo, anche il clero può e deve prendere posizione in nome della Patria appunto. I sacerdoti non possono dimenticare che in loro, al di sotto della veste talare, sta un cuore di cittadino. Il sacerdozio è universale, ma non antinazionale. Il clero è fatto di uomini necessariamente legati alla loro gente e alla loro terra. Dimenticarsi della Patria è anche per un ecclesiastico rinunciare alla parte essenziale della sua personalità umana.

Ma ora la parola Patria si presta a troppi equivoci. Perciò noi precisiamo: questa Patria, quella che è fedele ai patti e che difende la sua esistenza. I motivi per cui il clero dovrebbe essere al nostro fianco sono quelli già detti: perché noi combattiamo contro tutti i suoi secolari e irriducibili nemici; perché noi soli rappresentiamo la tradizione romana e cattolica d'Italia e tentiamo di salvarne l'avvenire.

Se questo non bastasse, il clero dovrebbe ricordare almeno che la sua è sempre stata funzione di ordine e di pacificazione. Ora molti dei suoi componenti sembrano esplicare la funzione opposta: si fanno, consciamente o meno, fautori dell'anarchia, del disordine, dell'opposizione alle leggi, del crimine. Cioè vanno contro all'insegnamento che la Chiesa, dalla frase evangelica « date a Cesare », ha sempre professato. Queste considerazioni non tolgono che la realtà appaia più di una volta diversa da come logicamente dovrebbe essere. Si assiste a quegli sbandamenti morali cui accennava l'episcopato veneto nella sua « notificazione »; sbandamento dei fedeli, sì, ma anche degli stessi pastori, che trova le sue origini in certi atteggiamenti non chiari, in silenzi e parole equivoci, in attività eccessive e soprattutto in prese di posizione da parte di quegli organi politici che, pur non avendo nulla a che fare col corpo mistico della Chiesa, fanno capo tuttavia alla santa Sede.

Bruciano ancora, nel nostro cuore di italiani credenti, alcune parole dette dal santo Padre al ventiduesimo reggimento canadese e più di recente a un gruppo di oltre quattromila soldati invasori. Sappiamo che esse non rientrano nel magistero del Pastore dei popoli e non hanno valore definitivo. Sappiamo quindi che esse non obbligano i fedeli. Ma temiamo che possano ingenerare un ulteriore sbandamento negli spiriti e far confondere con lo spirituale, con i principi della Chiesa, con il dovere dei sacerdoti e dei fedeli, quello che non è se non l'atteggiamento politico contingente di una specifica diplomazia, che risente talora di preconcetti e forse di nostalgie temporalistiche. Temiamo che il gregge non diretto dai Pastore verso l'ovile sicuro si disperda e sia facile preda dei lupi.

State and Church

(Published in Corrispondenze Repubblicane, July 14, 1944)

By Anonimous

The affirmation made in the Lateran Pacts, that the Catholic Apostolic Roman religion is the only religion of the State—which derived from Article 1 of the Albertine Statute—was never an empty statement. By this we recognized the Catholicity of our believing and professing people, deeply endowed with a religious spirit, with disciplined respect for the ecclesiastical hierarchy, faithfully observing its rites. In Italy, Catholicism was and is a living force, perhaps more so than in any other nation. This is why we—more than any other people—have the right to call ourselves the eldest children of the Church.

Fascist policy both before and after the Concordat revolved around this very observation; and Fascism wanted to make the Italian State a Catholic State not only externally, but also and above all in the intimate essence of its spirit. Thus a relationship between the Church and the State was established, and it is impossible to ignore this reality.

The great enemies of Catholicism—namely materialistic Communism and atheistic Freemasonry, which have been condemned with harsh words by so many encyclicals—were also the enemies of Fascism, and the struggle was conducted with common criteria and spirit. The moral formation and religious education of the Fascist State was entrusted to the Catholic Church, explicitly recognizing the Church as a magisterium. Even the social problem was addressed by Fascism in way that was very Christian, to the point that one could speak of Father Toniolo as a precursor of corporativism and one could cite Rerum Novarum as an introductory text to the Charter of Labour. This pro-Catholic Regime, in short, with its legal guarantees, with its protection of the dignity of the clergy and with its recognition of the rights of the Church, was but one of the many expressions of a broader political orientation by which the Fascist spirit was joined to Catholic Church.

There are continual acknowledgments of this fraternal collaboration of spirits and action, ranging from the papal declarations of 1929 to the attitude of the clergy during the anti-sanctionist struggle of 1935.

Fascism healed a wound which had upset the conscience of the Italian people for a long time, one which was detrimental both to Italy and to the Church of Rome.

Yet today the attitude of many members of the clergy seems to indicate a desire to revive the old conflict, albeit on different basis than previously. Perhaps this was a phenomena limited to some individuals, but now it has assumed sufficient breadth and scope that it can be said to at least be a psychological fact. And so it naturally begs the question: what are the reasons for certain obvious or latent ecclesiastical hostilities toward the Fascist State? What is the origin and cause of this? If a gap can be identified, then that means there is a rift—at least a small one—between the two contracting parties of the Lateran Pacts. It is useful to specify which party desires this, and the answer is simple. It is not the Fascist State, which has always remained faithful to the principles established in the laws and declarations of its leader, a punctual and zealous executor of the clauses of the Concordat, and loyal to the social and political presuppositions that coincide with those repeatedly expressed authoritatively by Catholicism.

It is perhaps not inappropriate to remind certain clergymen of a few things. First, the questions of principle which make the doctrine of the Church and the doctrine of Fascism natural allies, both being spiritual, both being profoundly humane, and both seeking the good of the people as a whole. There should also be a debt of gratitude towards the only Regime that—in its twenty-years of unambiguous policy—has always recognized the dignity of the Church and the mission befitted to the Church. Finally, your own interests are also ours: stacked against Catholic Fascism are forces that are anti-Rome and anti-religion. An alliance with them can only be temporary and transient. Those who believe it is possible to make a compromise with the Anglo-Saxon nations are forgetting just how strong the anti-Roman forces of Freemasonry and Jewry are in those countries; they are forgetting how the derogatory term "papist" is so widespread in England and America; those who seek an alliance with Bolshevism pretend not to remember the harsh and bloody war they waged against the clergy and against the Church in Russia and in Spain; they pretend not to know that Stalin's current proclamation of religious tolerance is merely a diplomatic move in a skillful game of conquest.

These are considerations that should be taken into account by priests and faithful when attempting to resolve in their conscience the two great problems that have always constituted a point of contradiction, today more so than ever: the justification or at least the cessation of war; and the reconciliation of patriotism with religious universalism.

If it is true that the Church has always preached peace and has always considered armed conflict as a deplorable event, it is also true—nor does one need to cite any specific examples to realize it—that the Church was able to distinguish between just and unjust wars... and has always recognized the rights of peoples to protect their aspirations to life and their national dignity.

And in war, when the country is in danger, even the clergy can and must take a position in the name of their Fatherland. Priests can not forget that within them, underneath their cassock, there is the heart of a citizen. The priesthood is universal, but not anti-national. The clergy is made up of men who are necessarily linked to their people and their land. For an ecclesiastic, to forget his Fatherland is to renounce the essential part of his human personality.

But today the word 'Fatherland' lends itself to too many misunderstandings. Therefore let's be precise: we mean this Fatherland, the one that is faithful to the Pacts and which defends its existence. The reasons why the clergy should be at our side are those already mentioned: because we fight against all its centuries-old and irreconcilable enemies; because we alone represent the Roman and Catholic tradition of Italy and are trying to save its future.

If this were not enough, the clergy should at least remember that it has always been a function of order and pacification. Now many of its members seem to perform the opposite function: they are—consciously or not—advocates of anarchy, of disorder, of opposition to laws, of crime. In other words, they go against the teaching that the Church has always professed in line with the Gospel phrase "render unto Caesar". These considerations do not change the fact that reality often appears different from what it logically should be. We are witnessing those moral failings referred to by the Venetian episcopate in its "bulletin"; failings of the faithful, yes, but also of the shepherds themselves, which are rooted in certain unclear attitudes, in silences and equivocal words, in excessive activities, and above all in positions taken by those political organs that, despite having nothing to do with the mystical body of the Church, nevertheless still belong to the Holy See.

As Italian Catholics, it still pains our hearts to read the words spoken by the Holy Father to the 22nd Canadian Regiment and, more recently, to a group of more than 4,000 invading soldiers. We know that they do not fall within the scope of magisterial authority and do not have definitive value. We know therefore that they are not binding on the faithful. But we fear that they may generate further spiritual failures and cause the sacred to become confounded with the profane: the principles of the Church, the duties of the priests and the faithful may become confounded with political attitudes contingent of specific diplomacy, which suffers sometimes from preconceptions and perhaps temporalistic nostalgia. We fear that the flock, not directed by the Shepherds to the safe sheepfold, will be dispersed and become easy prey for wolves.

Realtà del Comunismo

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 3 giugno 1944)

di Anonimo

L'ultimo discorso di Franco, pur affermando la neutralità della Spagna di fronte all'attuale conflitto, ha ribadito il carattere anticomunista che caratterizza tutto l'atteggiamento della Falange. Con il comunismo la Spagna è ancora e sempre in guerra. Lo dimostra il sangue sparso dai valorosi combattenti della Legione Azzurra, che hanno continuato in Russia la tradizione creata in tre anni di lotta civile; lo confermano le dichiarazioni dei giornali spagnoli, come quella dell'Arriba, che precisa:
« L'atteggiamento della Spagna è governato soprattutto dall'opposizione al comunismo, contro cui esiste un deciso e immutato antagonismo ».
Non si tratta solo di guerra ideologica o di dissenso teorico. La Spagna ha conosciuto, per tre anni, il comunismo nel suo territorio; sa che cosa esso significhi concretamente. Ha subito la dominazione del Fronte popolare, dominato, a sua volta, dagli emissari dell'U.R.S.S. e dagli agenti del Comintern; ne ha sperimentato gli orrori.

Sono i fatti che parlano. E parlano di stragi, di distruzioni, di miserie senza nome. I documenti recentemente raccolti in volume dal ministerio de Justicia sono, nella loro paurosa sobrietà, altrettanti atti di accusa.

Parlano e accusano le 85.940 vittime del terrore rosso, che imperversò in Spagna prima con l'anarchia riconosciuta e gli assassini le galizzati delle Ceke e dei Comitati rivoluzionari, poi con l'organizzazione scientifica, di schietta marca russa, della Polizia del D.E.D.I.M.E. e del S.I.M. Parlano i caduti e i mutilati della guerra civile, le famiglie stroncate e disperse, la case saccheggiate.

I tribunali « regolari » condannavano e uccidevano, ma il grosso del lavoro era fatto al di fuori di essi, con quei metodi silenziosi, illegali e definitivi, che sono tanto cari al comunismo di ogni luogo e tempo. In tutte le Ceke riconosciute (duecentoventisei nella sola Madrid) erano tribunali segreti (quello della Ceka di Fomiento « lavorava » giorno e notte, con turni di otto ore, sbrigando migliaia di « pratiche » in pochi mesi, quasi tutte concluse con la morte), celle, strumenti di tortura, reparti di esecutori. Esecutori segreti stavano addetti ai tribunali regolari col compito di far scomparire tutti gli imputati assolti sul cui atto di scarcerazione fosse un segno speciale (un puhto accanto alla « l » di « liberare »). Si poteva così dare prova di generosità ufficiale e insieme mettere in atto, nel modo più tragico e decisivo, la parola d'ordine del Governo: « né prigionieri né feriti; no, solo morti ». Del resto, non c'era neppure bisogno di pagare gli esecutori: essi si pagavano da sé, con il bottino fatto nelle tasche e nelle abitazioni delle vittime.

Come ricordare i singoli episodi? Famiglie completamente distrutte, persone impalate, bruciate, sepolte vive, come i sacerdoti di Burguillos del Cerro; gettate ai tori, come Antonio Diaz del Moral; deposte legate ad annegare nelle acque dei fossi, come le vittime del S.I.M. di Almeria; linciate, strozzate, mutilate in modo sconcio; accecate, come a Villacana; seviziate, come quell'Angelo Marin che ebbe il piede tagliato per avere involontariamente pestato quello di uno dei carnefici che Io conducevano al luogo dell'esecuzione; i cadaveri dissepolti, squartati e bruciati per supremo oltraggio, come a Colmenar de Oreia; le bare scoperchiate ed esposte alla derisione pubblica, come nella chiesa dei salesiani di Barcellona e in moltissimi monasteri; gli oltre cento bambini uccisi nella sola Madrid; le madri costrette ad assistere alla tortura o alla uccisione dei figli, come a Caspe; i mariti costretti ad assistere alla violazione delle mogli, come ad Almeria; i prigionieri torturati con i ferri roventi, con i congegni elettrici, con lo strappo delle unghie prima dell'uccisione; i pozzi di mina riempiti" fino all'orlo di cadaveri, come a Largarta o a Cantavieja.

Nel leggere i documenti relativi a questi fatti, da cui abbiamo tratto alcune esemplificazioni soltanto all'aprire di pagina, viene fatto soprattutto di notare come nessuna distinzione esista di sesso o di età ·o di posizione sociale. Nelle liste si trovano, una di seguito all'altra, indicazioni di questo genere: « anni settantadue, anni sette, anni ventuno »; oppure: « avvocato, contadino, forgiatore, guardia civile, religiosa, massaia ».

Motivo dell'uccisione una diversità di idee politiche o religiose, o molto spesso soltanto una vendetta pers6pale o il desiderio di rapina.

Del resto chiunque non possedeva un libretto sindacale o di un partito del Fronte popolare di data anteriore al 18 luglio, mancava di personalità giuridica ed era alla mercè di un miliziano qualsiasi.

Più che contro le idee politiche, la furia rossa in Spagna si abbatté contro le idee religiose. Parlano in questo campo i tredici vescovi, i 5255 sacerdoti e i 2669 religiosi e religiose uccisi, sulla cui affrettata sepoltura, o sulle cui salme lasciate insepolte, si poneva un cartello con scritto: « Questo è il parroco », « Io sono un gesuita », parole seguite da frasi blasfeme.

Parlano gli assalti alle chiese, l'incendio dei monasteri, dei conventi, degli ospedali tenuti da religiosi con i loro abitanti dentro (valga per tutti la distruzione dell'asilo di San José, in cui, oltre che i religiosi, furono uccisi anche gli epilettici ricoverati); parlano le cerimonie sacrileghe praticate nelle chiese, la « fucilazione » della statua di Gesù del Cerro de Los Angeles; l'uso dei confessionali come vespasiani a Barcellona; parla soprattutto una frase del giornale comunista Solidaridad Obrera di Barcellona del 26 luglio 1936, che dice testualmente così:
« Non c'è in piedi né una chiesa, né un convento, ma solo il due per cento dei curati e dei monaci è stato soppresso: l'idea religiosa non è morta. Conviene tenere conto di questo per il futuro ».
Del resto la prima documentazione della persecuzione religiosa spagnola è contenuta in un documento ufficiale, la carta collettiva dei prelati spagnoli, compilata il 1º luglio 1937, la cui lettura sarebbe opportuno ricordare in quest'ora ai prelati italiani.

Accanto alle stragi, le devastazioni private e pubbliche e le case saccheggiate j le ricchezze del Banco di Spagna prelevate a vantaggio dei capi del Fronte popolare; i depositi bancari assaliti dai carabineros; la ricchezza privata soppressa. È da ricordare a questo proposito un decreto del ministero delle Finanze rosso in data 23 marzo 1938, così formulato:
« Al fine di salvaguardare gli interessi dei titolari di cassette di sicurezza e di depositi di tutte le banche accreditate nel territorio federale del Governo della Repubblica, si stabilisce che le une e gli altri passino immediatamente allo Stato, cosicché il ministro dell'Economia possa adottare le precauzioni indispensabili per garantire in ogni modo l'integrità del contenuto di dette cassette di sicurezza e depositi ».
Come poi si attuassero queste precauzioni, è dimostrato da un rapidissimo esame delle somme che i capi del Fronte popolare depositarono in quel tempo presso le banche straniere: dai trecentosettanta milioni di franchi che Negrin trovò il modo di collocare nell'Eurobank, alle somme ancora superiori trasferite all'estero da emissari di Azaiia e di Indalecio Prieto.

Mentre i capi ostentavano il lusso e accumulavano tesori, la popolazione si dibatteva nella più nera miseria morale e materiale. I lavoratori perdevano le poche provvidenze sociali che avevano avuto fino allora e venivano costretti ad un lavoro forzato, senza sicurezza di salario e senza alcuna tutela legale. La famiglia si dissolveva sotto l'impulso di una legislazione che autorizzava e favoriva l'aborto (costituzione in Barcellona dei centri sanitari pubblici) e legalizzava la libertà delle forme matrimoniali (decreto del 4 agosto 1939). I divorzi confezionati a macchina dalla celebre « officina giuridica » in Barcellona arrivarono fino a cinquanta in una mattina (1° ottobre 1936); l'infanzia, affidata prima all'organizzazione dei « pionieri » rossi e poi trasferita in Russia a blocchi di migliaia, si avviava alla più sfrenata corruzione.

Il quadro, che è tratto rigorosamente da dati ufficiali, può servire di monito. Dovunque il bolscevismo faccia la sua apparizione, esso è accompagnato dagli stessi fenomeni: stragi, miserie, distruzioni di valori; al suo passaggio non resta che cenere.

Questo è opportuno ricordare in ogni momento della nostra esistenza, perché mai un attimo di sbandamento ci prenda. È bene conoscere sino in fondo chi sono i nostri nemici e di che cosa sono stati capaci, quando ne hanno avuto occasione. Se l'Europa non saprà energicamente reagire, il passato della Spagna sarà il suo futuro.

Consuntivo di ieri, compiti di domani

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 28 febbraio 1944)

di Anonimo

Soltanto dopo dodici mesi l'Ammiragliato inglese si è deciso a comunicare che il grande transatlantico Empress of Canada, stazzante ben ventiseimila tonnellate, fu, nel marzo del 1943, colato a picco da un sommergibile italiano. Nel bollettino di guerra italiano dell'epoca fu annunziato l'affondamento con quello scrupolo della veridicità che, spinto fino al parossismo, costituiva la caratteristica dei nostri bollettini, ma probabilmente gli ascoltatori di radio Londra avranno dubitato della notizia, visto che gli inglesi non la confermavano. Oggi, finalmente, si decidono a farlo. Meglio tardi che mai. Ma questa brillante azione di guerra (la grande nave colò a picco in dodici minuti), quest'azione di guerra, dicevamo, che non andò disgiunta da gesti di cavalleria verso i naufraghi, ci dà motivo per sviluppare un ordine di ragionamenti che sono di una qualche attualità.

Vogliamo dire che suprema ingiustizia nonché grave offesa alla verità storica sarebbe quella di dimenticare i sacrifici compiuti dall'Italia durante i primi quaranta mesi di guerra.

Che al 3 settembre del 1943 sia stato consumato un obbrobrioso inganno, un criminale tradimento a danno degli alleati del Tripartito e, m modo speciale, ai danni della Germania, i cui soldati combattevano valorosamente da anni a fianco dei nostri, questo è un innegabile fatto che rimarrà nella storia per tutti i secoli avvenire. Ma non meno storico è il fatto che tale tradimento fu consumato anche e potrebbe dirsi soprattutto ai danni del popolo italiano o della parte migliore del popolo, ·che è quello che conta nella vita di ogni nazione.

Con la firma della resa a discrezione, marchio di eterna infamia e di imperitura vergogna per i responsabili, non solo si perdevano di colpo tutti i territori di oltremare, non solo si aprivano al nemico le porte dell'invasione nel continente, non solo veniva distrutta sino alla radice tutta la nostra organizzazione militare, ma venivano annullati e irrisi i sacrifici che il popolo aveva sostenuto durante la guerra.

Ora, per la memoria dei caduti che deve essere tramandata alle future generazioni, nel nome di centinaia di migliaia di famiglie che hanno dato alla Patria il loro sangue migliore, intendiamo ricordare questi sacrifici, per evitare che sia deposta su di essi la coltre intenzionale dell'oblio.

La verità indistruttibile è questa: che, dopo la Germania, la nazione che ha sopportato i più gravi sacrifici, è l'Italia.

Le cifre che verremo esponendo peccano in difetto, non in eccesso. Poiché dopo il caos badogliesco ogni rilevamento statistico fu sospeso, preferiamo tenerci al disotto della realtà. Le cifre definitive verranno alla fine della guerra, ma i dati già accertati sono estremamente significativi per stabilire l'esattezza di quanto affermiamo.

Cominciamo dalle perdite umane. A tutto il luglio 1943, l'Esercito aveva pubblicato, nel supplemento mensile del giornale Le Forze Armate, il nome e il cognome di 50.641 caduti sui diversi fronti di guerra. Tale cifra può sembrare modesta, ma bisogna aggiungervi i 203.405 dispersi, dei quali non fu constatata ufficialmente la morte e che non si trovano fra i prigionieri.

Dal canto suo la Marina da guerra ha avuto, a tutto il giugno 1943, 3771 caduti e ben 20.189 dispersi. Gli uomini della Marina mercantile caduti sono 2512.

Le perdite dell'Aeronautica sono di circa seimila equipaggi fra caduti e dispersi. l feriti e i mutilati delle Forze Armate sono in proporzione col numero dei caduti. I prigionieri sono circa cinquecentomila.

A quanto ammontano le perdite della popolazione civile ? A una cifra molto alta. Come si ricorda, i bombardamenti « scientificamente» terroristici contro le città italiane cominciarono con quello di Milano, il 24 ottobre del 1942, e continuano tuttora con ritmo non attenuato, ma piuttosto crescente. Dati esatti mancano, ma non si è lontani dal vero se si afferma che non meno di centomila italiani, in massima parte donne e bambini, sono stati uccisi dai « liberatori » anglosassoni.

Secondo una comunicazione ufficiale inglese, nel solo mese di agosto del 1943, il mese del tradimento che vide i più terribili bombardamenti di tutta la guerra, nella città di Napoli le vittime dei bombardamenti salirono a ventimila.

La popolazione ha sostenuto queste prove durissime con una disciplina e una calma veramente esemplari . . In questo tragico totale vanno aggiunti anche seicento lavoratori italiani occupati in Germania e massacrati dai bombardamenti nemici.

Dopo le perdite umane, quelle non meno imponenti dei materiali. Ricordiamo soltanto quelle della Marina.

Nei combattimenti e nelle interminabili estenuanti crociere di protezione, abbiamo perduto trecentoquarantadue unità da guerra, fra cui ben ottantaquattro sommergibili, finiti in fondo al Mediterraneo o nell'Atlantico. Le perdite della Marina mercantile sono compendiate in queste cifre. All'inizio della guerra il nostro tonnellaggio mercantile saliva a tre milioni e mezzo di tonnellate. Nel luglio del 1943 era in gran parte perduto. Nel solo mese di aprile del 1943, quando fu tentato il massimo sforzo per rifornire le truppe operanti in Tunisia, andarono a picco navi per centoventimila tonnellate, mentre altre cinquantamila tonnellate furono gravemente immobilizzate per un tempo indeterminato.

Se dal campo strettamente militare passiamo al campo civile, i sacrifici sostenuti dall'Italia sono di quasi impossibile valutazione.

L'azione bellica del nemico ha distrutto, diciamo letteralmente distrutto, decine delle nostre città. Napoli ha sostenuto centoquattro attacchi aerei. Ma come non ricordare altre città rase al suolo, come Cagliari, Trapani, Marsala, Messina, Reggio Calabria, Foggia, Benevento, Avellino, Pescara, Civitavecchia, Livorno, Arezzo, Pistoia, Ancona, Rimini, e l'elenco potrebbe continuare con Milano, che, nell'agosto infausto, ebbe il sessanta per cento delle sue case distrutto o reso inabitabile? Dopo le grandi città, è venuto il turno delle città minori; poi dei borghi, quindi dei villaggi. Adesso i bombardieri nemici, indisturbati o quasi, passeggiano sui casolari isolati e fanno « caccia grossa » dei contadini intenti nella sacra fatica dei campi. Le ricchezze materiali, case, stabilimenti, che le bombe dirompenti o incendiarie hanno distrutto sono incalcolabili: superano-indubbiamente i cento miliardi di lire. Ma accanto alle rovi,ne materiali, c'è stata una distruzione di valori morali, storici, artistici, che è definitiva e non ha prezzo. Chiese, palazzi, biblioteche, quadri, statue: creazioni immortali del nostro genio, testimonianze della nostra storia e della nostra gloria, pegni della nostra grandezza futura, tutto ciò è irreparabilmente perduto.

Quando uno di questi monumenti viene ridotto in macerie, sentiamo una ferita al nostro spirito, più acuta che se ci fosse lacerata, da una brutale lama, la carne. Si fa il deserto là dove lo spirito dell'Italia eterna aveva fatto il miracolo della primavera!

Ma che cosa può importare, ad esempio, la distruzione della casa del Petrarca ad Arezzo o la rovina del tempio malatestiano a Rimini ai piloti negri della novantanovesima squadriglia di stanza a Napoli?

A questo aspetto che potrebbe chiamarsi « negativo » della guerra, bisogna aggiungere quello positivo: cioè i colpi inflitti al nemico dalle Forze Armate italiane. Non ci è possibile precisare quanti siano stati i caduti e i feriti angloamericani colpiti dal piombo italiano. Né le perdite di materiali subite dagli eserciti nemict.

Sono viceversa conosciute e stabilite le perdite della Marina mercantile e da guerra britanniche. Le navi mercantili affondate dalle unità della nostra Marina da guerra sono state duecento, per un tonnellaggio globale di 1.474.000 tonnellate. Le navi da guerra affondate sono centosessanta, per un tonnellaggio di 365.418 tonnellate. Le navi da guerra più o meno seriamente danneggiate dai nostri mezzi furono sessantanove, per un totale di 358.560 tonnellate.

La nostra Aviazione ha inflitto perdite particolarmente gravi e all'Aviazione nemica e alla Marina nemica mercantile e militare. In combattimenti nei diversi cieli d'Europa e d'Africa furono abbattuti 32.58 velivoli nemici. Al suolo ne furono distrutti trecentottantotto. Non mettiamo nel conto i « probabili », che furono parecchie centinaia.

Per quanto riguarda il naviglio mercantile nemico, i nostri aerosiluranti hanno affondato ottantasei navi, per 708.500 tonnellate; i bombardieri in quota hanno affondato trentaquattro navi, per 177.530 tonnellate; i bombardieri in picchiata diciotto unità, per 115.000 tonnellate. Naviglio mercantile danneggiato centoquarantacìnque unità, per tonnellate 992.600.

Nel naviglio da guerra nemico la nostra Aviazione ha affondato venti incrociatori, tre incrociatori ausiliari, venti cacciatorpediniere, sette sommergibili, un posa-reti, una cannoniera, sei motosiluranti, sei unità imprecisate. Navi da guerra colpite e danneggiate duecentodieci.

Dall'n giugno 1940 al 31 dicembre 1942, l'Aeronautica italiana ha effettuato sessantamila azioni di bombardamento, lanciato 366.000 bombe per tredicimila tonnellate di esplosivo, sganciato 583 siluri, sparato 2.926.000 colpi di mitragliatrice. Ore di volo 264.614.

Questi numeri sono abbastanza eloquenti e dimostrano che il contributo dato dall'Italia alla guerra del Tripartito è stato imponente e tutt'altro che trascurabile, come certi Paesi neutrali vorrebbero dare ad intendere. Quando il colpo di Stato abbatté non il fascismo, ma la nazione, era in fase di avviata realizzazione un programma di armamenti terrestri, navali, aerei che avrebbero dato all'Italia un'efficienza mai prima raggiunta. Stavano per uscire in serie i primi carri armati pesanti, il P. 40 con cannone da settantacinque e i semoventi con cannoni da novanta millimetri; erano in costruzione e in serie sommergibili tascabili e decine di motosiluranti; erano già stati ordinati migliiia dì apparecchi da caccia e precisamente dei tipi G. 55, RE 2005, MC 205, che significavano un primato su tutte le aviuioni europee.

Quando si farà la storia, si vedrà quale e quanta cura il regime aveva dedicato alle Forze Armate dello Stato, a cominciare da quella Marina creata tutta di sana pianta negli anni fascisti e che nel settembre infame non doveva essere ridotta ai minimi termini, se oggi Churchill ne ricorda le più che cento unità passate intatte al suo Ammiragliato. È mancato in molti generali e ammiragli, come quelli di Pantelleria e di Augusta, il coraggio, non le armi. La Corona e i suoi complici hanno creduto di salvare se stessi col tradimento e hanno tramutato l'Italia in un campo di battaglia. La verità è che nell'estate del 1943 si poteva resistere. Molti episodi di questa e di altre guerre dimostrano che la possibilità di resistere esiste anche quando il nemico sia preponderante in uomini e mezzi, purché non manchi la volontà di combattere. Allo stato d'animo di disperata rassegnazione sta ora sostituendosi una disperata volontà di combattimento, che è un vero atto di vita e di fede. Questa capacità di ripresa è in atto, come se all'orizzonte balenassero le prime luci dell'aurora. Fra poco, sarà giorno pieno. E i dadi saranno gettati. Si tratta veramente di essere o di non essere, di riscattarsi o di perire. O un'Italia forte, unita, indipendente, o una Italia ridotta a colonia in balia dello straniero. Questo il terribile dilemma, il supremo aut-aut che sta e deve stare sempre dinanzi alla coscienza degli italiani.

Urbania

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 9 febbraio 1944)

di Anonimo

Nella ormai interminabile lista delle città, dei borghi, dei villaggi italiani fatti bersaglio delle selvagge incursioni dei bombardieri anglosassoni, un altro nome va aggiunto: quello di Urbania. Per la storia vale la pena di riferire i particolari. Anzitutto Urbania è un centro urbano, o piuttosto era, di quattromila abitanti, e sorgeva su un'ondulazione di quelle colline marchigiane fra il crinale dell'Appennino e l'Amarissimo, oggi più che mai Amarissimo, che fa ritornare alla memoria le liriche leopardiane e il verso « sempre caro mi fu quest'ermo colle ». Cittadina innocente. Niente di militare. Non caserme, né uffici, né presidi, né accampamenti, niente industrie belliche dirette o indirette. Popolazione composta di semplici, onesti, laboriosi rurali e di artigiani, nel cui lavoro assiduo è presente l'anelito verso la bellezza.

Giorno dell'aggressione: la domenica, e precisamente mentre la folla degli uomini, delle donne, dei bambini sciamava dalla chiesa, dove aveva pregato Iddio col fervore e la convinzione che il momento ispira. Sono le 12. Ecco che, improvvisamente, un rombo di velivoli riempie il cielo e cadono sulla folla le prime bombe. Non vi sono rifugi; non v'è riparo possibile. Le case modeste e antiche saltano o vengono soffiate via dagli spostamenti d'aria provocati dalle esplosioni. Nella piazza davanti alla chiesa, nelle strade adiacenti, centinaia di vite umane giacciono lacerate, spente. I morti sono ottocento circa, diconsi ottocento, i feriti un numero ancora maggiore. I « liberatori » americani hanno «liberato» dalla vita l'intera popolazione di Urbania. Hanno applicato col furore sadico dei loro piloti di razza negra il principio del terrore per il terrore, del massacro per il massacro, secondo la spietata dottrina talmudìca che l'ebraismo mondiale realizza in questa guerra contro tutto ciò che è cristiano: religione e popoli.

Dopo l'avvento di Cristo, vi furono epoche particolarmente oscure nella storia d'Europa. Valanghe di barbari, scesi dalle lontane steppe dell'Asia, fecero talora di plaghe fertili dell'occidente una terra bruciata; talora terribili epidemie dimezzarono le popolazioni, carestie costrinsero masse umane alla estinzione per inedia o a lunge faticose emigrazioni in cerca di pane; catastrofi telluriche seminarono lo spavento e la morte. Davanti a questi paurosi fenomeni di scatenamento improvviso delle forze del male o dei ciechi elementi della natura, quando la disperazione sembrava fasciare gli spiriti, con la sua tenebra apocalittica, una voce corse da un punto all'altro, nel tentativo di trovare una spiegazione. Si disse: l'anticristo è nato!

Forse, lo stesso pensano oggi i pochi superstiti di Urbanig, L'anticristo è nato. Colui che odia il genere umano e reca sul suo corpo le stigmate di una particolare maledizione è l'anticristo che ha ordinato, vuole, assapora, crudele come Erode di Giuda, la strage. degli innocenti.

L'anticristo del ventesimo secolo ha un nome. Si chiama Franklin Delano Roosevelt.