Saturday, 10 March 2012

Urbania

(Published in Corrispondenze Repubblicane, February 9, 1944)

By Anonymous

To the now interminable list of Italian cities, villages and neighborhoods targeted by the wild raids of Anglo-Saxon bombers, another name must be added: that of Urbania. For the sake of history, it is necessary to report the details of what happened. Above all, Urbania is an urban center—or rather it used to be—composed of four thousand inhabitants, and stood on a ripple of those Marchesian hills located between the Apennine ridge and the Amarissimo, which reminds us of the verse by Leopardi: "Always dear to me was this lonely hill". It was an innocent little town; it had nothing to do with the military: no barracks, no offices, no garrisons, no camps, no direct or indirect war industries. A population composed of simple, honest, hard-working rural people and artisans, in whose hard work the yearning for beauty is present.

The Day of Aggression: on Sunday, at the precise moment when the crowd of men, women and children gathered outside the church, where they had just prayed to God with fervor and conviction, the attack came. It was 12 o'clock. Here, suddenly, a roar of aircraft filled the sky and the first bombs fell on the crowd. There were no shelters; therefore no shelter was possible. The modest and ancient houses exploded and were blown away by the blast of wind caused by the explosions. In the square in front of the church, and in the adjacent streets, hundreds of human lives were torn to pieces. The dead number about eight hundred; the number of wounded is even higher.

The American "liberators" have "liberated" the entire population of Urbania from existence. With sadistic fury, their Negro pilots applied their principle of terror for the sake terror, slaughter for the sake of slaughter, in accordance with the ruthless Talmudic doctrine which World Jewry is implementing in this war against everything that is Christian: against religion and against peoples.

After the advent of Christ, there were some particularly dark times in the history of Europe. Avalanches of barbarians descended from the distant steppes of Asia and sometimes turned the fertile lands of the West into a scorched earth; sometimes terrible epidemics halved populations; famines forced human masses to extinction by starvation or caused long laborious emigrations in search of bread; earthly catastrophes sowed terror and death. Faced with these frightening phenomena, the sudden unleashing of the forces of evil and the blind elements of nature, when despair seemed to bind the spirits with apocalyptic darkness, a rumor spread from one place to another in an attempt to find an explanation. Many said: the Antichrist is born!

Perhaps today the few survivors of Urbania think the same thing: the Antichrist is born. He who hates mankind and bears upon his body the mark of a particular curse is the Antichrist who ordered, desires and savors the massacre of innocents—a man just as cruel as Herod of Judea

The Antichrist of the twentieth century has a name. His name is Franklin Delano Roosevelt.

I lupi, il gregge e i pastori

(Pubblicato in « Corrispondenza Repubblicana », 3 febbraio 1944)

di Anonimo

Dai nostri microfoni è stata già data la notizia del violento attacco sferrato dal giornale bolscevico Isvestia contro la santa Sede. È appena superfluo ricordare che il summenzionato giornale, così come il confratello Pravda, non stampa una sola parola che non sia stata precedentemente vistata dall'Ufficio politico del partito bolscevico.

In questo caso, così come in tutte le manifestazioni della vita russa, la voce è quella del padrone, maresciallo Stalin. Bisogna anzitutto precisare che l'attacco ha una origine lontana, e precisamente negli Stati Uniti. Vi è, nel felice Paese di Roosevelt, un associazione per la politica estera, la quale ha fatto oggetto di studio l'atteggiamento della santa Sede nei confronti del fascismo. Tra l'altro l'associazione ha constatato che il « riconoscimento da parte del Vaticano della conquista dell'Abissinia fu un atto assai imprudente ». Occupandosi dei lavori di questa associazione americana, il redattore della Isvestia, Petrov, ne ha preso motivo per scrivere l'articolo di cui ci occupiamo. L'attacco è, quindi, di origine americana, e poi ripreso dalla stampa moscovita. Che negli Stati Uniti il Vaticano sia combattuto e detestato non meraviglia. Poco conta che ci siano venti milioni di cattolici, numero rimasto immutato da decenni, e che tali cattolici siano quasi esclusivamente immigrati polacchi, italiani, irlandesi. La Repubblica cosiddetta stellata è un Paese profondamente, inguaribilmente, fisiologicamente fuori di ogni religione. L'unico Dio che laggiù sta sugli altari è l'oro. Più della Russia, è l'America rooseveltiana il Paese dei « senzadio ». Vi sono ben quaranta milioni di atei dichiarati, professanti l'ateismo e raccolti in una potente associazione, che si prefigge la diffusione di questa dottrina.

Gli altri ottanta milioni di americani, ivi compresi quindici milioni di negri, sono divisi in ben trecentoventitré sette religiose, molte delle quali costituiscono autentiche manifestazioni, talora carnevalesche, di follia e stupidità, sempre però a sfondo di dollari e di affari.

Un paese che porti nel suo grembo « ganghe » del genere è perlomeno incapace di sentire il cattolicesimo romano e di valutarne la plurisecolare portata religiosa e storica. È insomma, anche da questo punto di vista, perfettamente in linea col compare bolscevico di Mosca. Roosevelt completa Stalin e viceversa.

Stabilito così il fatto che ha dato origine all'articolo della Isvtstia non può meravigliare che Petrov ne abbia approfittato per perfezionare e completare l'attacco partito d'oltre oceano. Dice Petrov testualmente:
« L'aspetto più significativo per giudicare la politica della santa Sede è dato dall'atteggiamento assunto dal Vaticano al tempo della gloriosa avventura di Hitler e Mussolini nella guerra di Spagna con l'intervento armato. 
Nel giugno 1940, il Vaticano rimase nel più assoluto silenzio dinanzi all'aggressione della Francia da parte di Mussolini, ed è sintomatico il fatto che tra i primi Stati a riconoscere il Governo di Pétain, imposto da Hitler, sia stato proprio il Vaticano. Durante il fascismo, il Vaticano è stato uno strumento del regime, oggi odiato dalle masse popolari. L'appoggio dato a Hitler e Mussolini » — conclude Petrov — « ha screditato la politica estera del Vaticano e l'ha posta nella posizione di diretta correità con il fascismo ».
Non è il caso di polemizzare con il signor Petrov. Non è compito nostro quello di difendere la politica del Vaticano. Ci limitiamo a fissare quanto segue: la presa di posizione decisamente ostile dei circoli americani, assai vicini a Roosevelt, contro il Vaticano, e la immediata attestazione di solidarietà con questi circoli da parte dei dirigenti la politica russa. L'attacco è, quindi, concentrico. A tenaglia. Si inserisce nel ricatto compiuto sull'Argentina e nelle brutali pressioni attualmente esercitate sulla Spagna di Franco, due paesi eminentemente cattolici. Oggi è la volta del Vaticano. Non bisogna illudersi sul fatto che apparentemente viene messa in questione soltanto la « politica » del Vaticano. Trattasi di una manovra. Si comincia con la politica per mascherare e meglio preparare la successiva fase dell'attacco. Oggi si parla di «Vaticano»; domani sarà precisato l'obiettivo e cioè la « Chiesa », che tale politica ha ispirato e seguito nell'interesse dei fedeli.

Darebbero prova singolare di incoscienza quei cattolici italiani che non rilevassero l'estrema gravità di questo preliminare atto di ostilità compiuto da americani e da russi.

E somma prova di incoscienza forniscono quei pochi o molti cattolici italiani che auspicano una vittoria degli alleati, i quali sono al di fuori del cattolicesimo o contro la Chiesa di Roma.

Nelle vicinanze immediate dell'ovile cattolico, già si aggirano i lupi, protestanti, ortodossi, o semplicemente atei. Vysinskij dei « senzadio » sta tra Brindisi e Bari.

Se vogliamo salvare il gregge, siano vigilanti i pastori.

The Wolves, the Sheep and the Shepherds

(Published in Corrispondenza Repubblicana, February 3, 1944)

By Anonimous

From our microphones we have already reported the news about the violent attack launched by the Bolshevik newspaper Izvestia against the Holy See. It is hardly necessary to point out that the aforementioned newspaper, as well as its sister newspaper Pravda, can not print a single word unless it has been approved by the political office of the Bolshevik party.

In this case, as in all manifestations of Russian life, the voice is none other than the master, Marshal Stalin. First of all, we must point out that the attack has a distant origin, namely in the United States. In Roosevelt's happy country there is an association for foreign policy which has studied the attitude of the Holy See towards Fascism. Among other things, the association concluded that "the Vatican's recognition of the conquest of Abyssinia was a very imprudent act". Influenced by the work of this American association, the editor of Izvestia, Petrov, decided to write the article we are discussing. The attack therefore is of American origin, and was later resumed by the press in Moscow.

The fact that the Vatican is fought and detested in the United States is not surprising. It matters little that there are twenty million Catholics, a number that has remained unchanged for decades, and that those Catholics are almost exclusively Polish, Italian and Irish immigrants. The so-called Stellar Republic is a country profoundly, incurably, physiologically beyond any religion. The only God that is on their altars is gold. Even more than Russia, Rooseveltian America is truly a godless country. There are forty million self-declared atheists, professing atheism and gathered in a powerful association which aims to spread this doctrine.

The other eighty million Americans, including fifteen million blacks, are divided into 323 religious sects, many of which are authentic manifestations of madness and stupidity, almost carnivalesque, but always second fiddle to money and business.

A country that bears such "gangs" in its womb is, to say the least, incapable of comprehending Roman Catholicism and of evaluating its centuries-old religious and historical significance. In short, even from this point of view, it is perfectly in line with its Bolshevik friend in Moscow. Roosevelt completes Stalin and vice versa.

Having thus established what gave rise to the article by Izvtstia, it is not surprising that Petrov took the opportunity to perfect and complete the attack which began in America. Petrov says verbatim:
"The most significant aspect with which to judge the politics of the Holy See is given by the attitude assumed by the Vatican at the time of the victorious adventure of Hitler and Mussolini when they intervened in the Spanish War.
In June 1940, the Vatican remained absolutely silent in the face of Mussolini's aggression against France, and it is symptomatic that among the first states to recognize Petain's Government, imposed by Hitler, was the Vatican itself. Under Fascism, the Vatican was a puppet of the Regime, which is today hated by the popular masses. The support given to Hitler and Mussolini has discredited the Vatican's foreign policy and has placed it in a position of direct correlation with Fascism."
There is no need to argue with Mr. Petrov. Our task is not to defend Vatican policy. We limit ourselves to simply pointing out the following: the decidedly hostile position taken against the Vatican by American circles very close to Roosevelt, and the immediate declaration of solidarity with these circles by Russian political leaders. The attack is therefore concentric. A pincer move. It fits right in with the blackmail being made against Argentina and the brutal pressure currently being exerted on Franco's Spain, two eminently Catholic countries. Now it is the Vatican's turn. We must not delude ourselves into thinking that it is merely the Vatican's "politics" that are being called into question. This is a maneuver. They begin with politics in order to mask and better prepare the next phase of the attack. Today they talk about "the Vatican"; tomorrow the objective will be the Church itself...

Italian Catholics must be uniquely blind if they do not comprehend the extreme gravity of this preliminary act of hostility by the Americans and Russians.

And the greatest proof of this blindness is provided by those Italian Catholics who wish for an Allied victory, the same Allies who are outside of Catholicism and against the Church of Rome.

Protestant, Orthodox and atheist wolves are in the immediate vicinity of the Catholic sheepfold. The godless Vyshinsky stands between Brindisi and Bari.

If we want to save the flock, then the shepherds must be vigilant.

Le basi della nuova economia

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 14 gennaio 1944)

di Anonimo

La dichiarazione programmatica per la nuova struttura delle imprese ha senza dubbio un carattere rivoluzionario, ma non rappresenta una improvvisazione. Essa rientra, infatti, nello spirito della Carta del lavoro, che già nel 1926 prevedeva la necessità dell'intervento dello Stato nella produzione economica « quando manca o sia insufficiente l'iniziativa privata e quando siano in gioco interessi politici dello Stato » e indicava nel controllo e nella gestione diretta le forme nelle guaii l'intervento poteva attuarsi.

Ma la dichiarazione ha anche dietro di sé una ventennale esperienza, la quale ha dimostrato sul piano politico sociale che lo Stato non può, nell'attuale momento storico, limitarsi a una funzione puramente mediatrice fra le classi, poiché la maggior forza sostanziale delle classi capitalistiche rende vana ogni parità giuridica stabilita attraverso un meccanismo sindacale tra le categorie; è sul piano politico-economico che questa maggior forza delle classi capitalistiche riesce a dominare e a volgere a proprio vantaggio tutta l'azione dello Stato, sostituendosi nelle sue forme supercapitalistiche, come un vero e proprio superpotere dello Stato stesso.

È perciò necessario che lo Stato intervenga nel vivo della lotta, eliminando il prepotere del capitale e dando al lavoro una forza e una funzione effettive.

Questo fine lo Stato può assolvere solo fino a un certo punto con il controllo dell'attività produttiva privata, ma quando questa investe settori-chiave per la continuità della stessa vitalità politica ed economica dello Stato, è necessario che ad essa si sostituisca una gestione diretta da parte della collettività.

Ispirandosi alla necessità soprapreannunciata, la dichiarazione dafferma tre fondamentali direttive:

1. - La possibilità di sostituire la proprietà pubblica alla proprietà privata del capitale in tutte quelle imprese che, per il genere della loro attività, trascendono l'ambito privatistico.

2. - L'immissione del lavoro nella gestione delle imprese.

3. - La ripartizione degli utili fra il lavoro e il capitale.

La prima direttiva, pur nella sostanza rivoluzionaria dello spirito che l'anima, non dimentica i fondamentali principi che sono la base del meccanismo giuridico dello Stato italiano, né la necessaria progressività nel procedere a una cosi radicale e delicata trasformazione della struttura economica e sociale dello Stato; non dimentica, cioè, che la proprietà privata rimane la base dell'ordinamento economico italiano, che, come è riconosciuto nella dichiarazione settima della Carta del lavoro, considera l'iniziativa privata come lo strumento più efficace e più utile degli interessi della nazione nel campo produttivo. Ma tiene anche presente che l'iniziativa privata non può andare disgiunta dalla considerazione degli interessi generali della nazione, la quale, come la stessa Carta del lavoro afferma nella dichiarazione dodicesima, è un organismo avente fine, vita, mezzi di azione superiore, per potenza e durata, a quelli degli individui, divisi o raggruppati, che la compongono, e che perciò lo Stato, in quanto espressione della vita e dei superiori fini nazionali, può e deve intervenire a sostituire l'iniziativa privata ogni qualvolta questa si riveli insufficiente se gli interessi particolari tradiscano quelli della collettività.

La seconda direttiva si ispira anch'essa al principio enunciato dalla Carta del lavoro, secondo cui il prestatore d'opera tecnico, impiegato e operaio, è un collaboratore attivo dell'impresa economica (dichiarazione settima).

Tale principio non può avere effettiva applicazione se il lavoratore non viene condotto, attraverso i suoi rappresentanti diretti, a vivere la vita dell'impresa, a conoscere i particolari della sua gestione, a rendersi conto dei problemi che da questa sorgono. Solo allora il lavoratore non rappresenterà più un elemento antagonista od ostile, preoccupato unicamente di far valere i propri interessi classistici, ma sarà in grado di valutare i propri bisogni alla stregua delle necessità e delle possibilità della produzione. Solo in tal modo potranno aversi determinazioni salariali rispondenti a quel delicato equilibrio di direttive a cui si riferisce la dichiarazione dodicesima della Carta del lavoro, in quanto sarà possibile affiancare a una sufficiente valutazione delle esigenze normali della vita e del rendimento del lavoro una veritiera valutazione della possibilità della produzione. E solo in tal modo sarà possibile un'organica e completa disciplina dell'attività produttiva.

La terza direttiva della ripartizione degli utili è fogica conseguenza del principio di eliminazione di ogni prerogativa del capitale e della partecipazione del lavoro alla vita dell'impresa. Con essa il lavoratore viene stimolato al massimo sforzo di potenziamento della vita dell'impresa, anche se modesta può risultare la quota di partecipazione. Questa invero, mentre può essere salvaguardata dalla stessa partecipazione dei lavoratori alla vita dell'impresa con l'impedire ogni evasione sotto forme varie di parte degli utili effettivi, può venire altresi potenziata a favore del singolo lavoratore con forme varie di capitalizzazione e di investimento.

Cosi, dopo soli quattro mesi di Governo, in condizioni estremamente difficili e gravi, la Repubblica Sociale Italiana realizza i postulati del fascismo e getta le basi della nuova economia, destinata a migliorare le condizioni del popolo e ad accrescere la potenza produttiva della nazione.

Lavorare e combattere

(Pubblicato in « Corrispondenze Repubblicane », 10 gennaio 1944)

di Anonimo

Il popolo italiano è entrato in una fase che si può definire di soddisfacente ripresa, dopo la crisi gravissima iniziatasi il 25 luglio e culminata nell'infausto 8 settembre. Ripresa morale e ripresa materiale, che appaiono sempre più chiare e tendono a riportare gradualmente la vita nazionale verso la normalizzazione.

Dopo il tragico disorientamento e la catastrofe che sembravano aver sommerso per sempre tutti i valori positivi del Paese, i segni di reazione e di volontà ricostruttiva sono riaffiorati nella scia dell'azione del Governo fascista repubblicano, sempre più evidenti e concreti in ogni settore della vita italiana.

La riorganizzazione di tutte le forze nazionali è in atto con risultati sempre più tangibili. L'afflusso dei volontari nei ranghi dell'Esercito e della Guardia nazionale repubblicana, la presentazione delle reclute al bando di chiamata, la favorevole andatura dei titoli di Stato sono i segni indicatori delle facoltà reattive del popolo italiano, che l'azione terroristica di alcuni criminali pagati dal nemico non solo non può abbattere, ma, viceversa, stimola e fortifica. Cosi come le barbariche e sanguinose distruzioni che i « liberatori » angloamericani infliggono alle nostre città, per conto e nel nome del regio Governo badogliano, non riescono a stroncare le possibilità di rinascita della nostra gente.

Tale il consuntivo di questi ultimi mesi. Molto è stato fatto. Moltissimo resta ancora da fare. È su questa azione futura che è impegnato tutto il popolo italiano. E poiché questa azione futura è stata compendiata da alcuni nel dilemma « lavorare o combattere », noi affermiamo invece che tale dilemma va trasformato in un binomio inscindibile: « lavorare e combattere ».

Infatti i popoli e le nazioni che intendono vivere in autonomia politica e amministrativa, che hanno coscienza del proprio destino, che sentono ancora il senso reale della parole onore e dignità, non possono, soprattutto nei momenti cruciali per la storia e l'assetto del genere umano, rinunciare né al combattimento né al lavoro, che sono, inseparabili, i loro strumenti vitali.

Cosi, in questa ora suprema, l'Italia e gli italiani non possono scegliere, ma debbono fare dei due verbi la loro parola d'ordine, il loro comandamento. Se ciò non avvenisse, sarebbe la totale, irrimediabile, definitiva condanna della nazione e del popolo, che hanno dato al mondo tanto contributo di civiltà.

È possibile che la più nobile delle umane attività, il lavoro, diventi asilo del più basso degli umani sentimenti, la vigliaccheria? E ammissibile che una razza che ha dato santi, eroi, navigatori e colonizzatori, soldati e condottieri, passa scadere talmente dinanzi a sé e agli altri, da dimenticare che chi non sa o non vuole difendere con le proprie armi il proprio lavoro è destinato a lavorare alle altrui dipendenze?

Gli italiani debbono oggi riflettere su tali dati irrefutabili, documentati da millenni di storia, pensando che, con le sorti della guerra, noi difendiamo la nostra indipendenza, il nostro avvenire di popolo unitario, il posto nel mondo non solo ddl'Italia, ma degli stessi italiani.

Né possono esserci più illusioni al riguardo, neppure per gli « attendisti » o gli anglofilt più incalliti. È stato scritto su un giornale americano:
« Non sappiamo che farcene di questi italiani che hanno tradito e venduto il loro Paese ».
E, intanto, i primi bastimenti carichi di bimbi strappati dalle braccia delle madri sotto la guardia delle baionette angloamericane, stanno per raggiungere la Russia sovietica, come ci informano radio Londra e radio Mosca. Sono questi i primi sintomi del destino che ci attenderebbe se i « liberatori » trionfassero o, anche, avanzassero sempre più verso il cuore del Paese. Per scongiurare tutto ciò, per tutelare il nostro onore e difendere, nel contempo, ciò che di più sacro ha la nostra gente, i figli, non basta il solo lavoro. È necessario che ogni italiano valido riprenda il suo posto di combattimento.

Noi chiediamo alla gioventù d'Italia, espressione viva della stirpe che con le armi di Roma dominò il mondo, noi chiediamo al popolo che compi il miracolo della Spagna e seppe conquistare un impero, che da Santander a Bilbao scrisse pagine di gloria, che ancora ieri, a Gondar e sul Mareth, in Russia e nel Mediterraneo, seppe compiere gesta memorabili, noi chiediamo: la tua coscienza non freme di desiderio di azione, di volontà di affiancamento all'alleato germanico nella lotta eroica che esso combatte per difendere la tua terra, le tue donne, i tuoi figli, il tuo pane dall'assalto famelico dei barbari? Vuoi tu, italiano, rintanarti nel solo lavoro, mentre altri ti difende col suo sangue e colle sue armi? Questi sono gli interrogativi che ogni coscienza italiana deve porsi. Per tutti indistintamente gli italiani, il lavoro non deve apparire come un riparo dalla guerra o un contributo alla guerra che altri combatte, ma deve essere, invece, uno strumento di guerra, uno strumento per la « nostra » guerra.

Assistere inermi allo scempio che il nemico compie sulle nostre città e sulle nostre popolazioni civili sarebbe impensabile cinismo; attendere, con supina rassegnazione, mentre si combatte sul nostro territorio, che altri decidano del nostro domani, della nostra esistenza, dei nostri beni, sarebbe una forma di rinunzia delittuosa e suicida. L'ora che batte oggi sul quadrante della storia è l'ora decisiva per le sorti dd Paese. Oggi si tratta veramente per l'Italia di essere libera e onorata, o di non essere più. E l'Italia può essere conservata, al mondo e al suo popolo, soltanto con il combattimento e con il lavoro. È, dunque, tempo di azione.

Guerra e lavoro soltanto possono salvarci. Gli italiani intendano, con ferma coscienza e con assoluta determinazione, quale è il loro dovere. Pensino che i popoli i quali non vogliono portare le proprie armi finiscono per portare o subire quelle altrui, e meditino sulla situazione creatasi sul fronte italiano dopo 1'8 settembre. Tale situazione ammonisce che per un'Italia volitiva e rinpovata, libera da interessi dinastici e perciò certa dell'impossibilità del tradimento, finché tutto è in gioco, nulla è perduto.