Friday, March 9, 2012

La nostra Europa

(Pubblicato in « Gerarchia », luglio 1943)

di Giorgio Pini

Quando europeismo significava la Paneuropa di Briand, ossia un ibrido connubio di democrazia societaria massonica e giudaica, di capitalismo senza patria e di bolscevismo, il tutto mescolato all'ombra dell'egemonia francese a sua volta succube dell'Inghilterra, noi fummo nettamente antieuropeisti. Ci schierammo con la gente sana contro quel falso europeismo ginevrino, vero cavallo di Troia di tutti gli influssi ostili alla vitalità autonoma del continente e alla sua antica superiore civiltà.

Oggi da quella situazione ci separa un abisso: la Paneuropa di Briand è svanita dietro il crollo della Francia, e svanite sono le influenze inglesi, americane, giudaiche, bolsceviche. Per merito dell'Italia e della Germania la vera Europa ha saputo reagire in tempo respingendo ogni tutela, liberandosi dalle influenze politiche, economiche e culturali estranee; ha fatto barriera contro la valanga russa, ha energicamente richiamato i suoi popoli grandi e piccoli al senso della difesa e della unione nella comune responsabilità. Il rivolgimento è riuscito sia pure a costo di sacrifici territoriali fuori del continente, e ora l'Europa sta, come fortilizio della civiltà e dello spirito, pronta all'estrema difesa dagli attacchi imminenti di coloro dietro il paravento degli immortali principi pretendono ridurla in servitù. Ed ecco il Fascismo in prima linea col Nazionalsocialismo per la difesa ad oltranza dell'Europa. L' Europa si impernia nell'Asse, nè comunque possono rappresentarla i Governi fuorusciti stipendiati dai nemici del nostro continente.

Basterebbe questo compito urgente e preciso di difesa per giustificare la guerra in corso, compito ad un tempo concreto e ideale così alto da motivare nel profondo dette coscienze la sopportazione del duro sacrificio fino alla vittoria per quanto essa potrà costare.

L'orizzonte è ben chiarito: noi siamo per l'Europa, i nostri nemici sono l'antieuropa. Nessun equivoco ideologico è più possibile, sicchè gli stessi avvèrsari hanno dovuto rinunciarvi e parlano apertamente di assalto atta fortezza europea da far capitolare per dividerla e dominarla. Gli adoratori della letteratura e dell'arte decadente, cosmopolita, giudea sono ridotti al silenzio, salvo qualche residuo tentativo di incorreggibili mentalità isolate che sarà presto sommerso dalla nostra reazione spirituale ogni giorno più forte. Dobbiamo, per chiarezza, aggiungere che europeismo non significherà, nè oggi nè domani, indeterminato miscuglio di tendenze generiche, molecolare e caotica nebulosa di singoli contributi nazionali, ma organico sistema planetario che avrà i suoi nuclei centrali in tendenze politiche economiche e spirituali predominanti. Ciascuno può comprendere quale sarà nel complesso del sistema l'influenza del genio italiano che ininterrottamente, da Roma in qua, fu guida ai popoli fino ai sommi vertici della condizione civile.

In rapporto a questa impostazione dei fatti noi abbiamo partecipato al convegno internazionale tenuto a Vienna negli ultimi giorni di giugno fra le associazioni dei giornalisti d'ogni parte d'Europa e del Giappone. Vi abbiamo partecipato per affermare la nostra fede nell'Europa di domani, vittoriosa e libera. E vi abbiamo partecipato nonostante la nostra radicata prevenzione verso conferenze e assemblee di qualsiasi genere. Il convegno è riuscito interessante come incontro di personalità del giornalismo, quelle stesse personalità che hanno il compito altissimo di guidare l'opinione pubblica in ogni angolo del continente, dalla Spagna all'Olanda, dalla Norvegia alla Svezia, dalla Finlandia alla Romania, dall'Ungheria alla Croazia, dalla Slovacchia alla Svizzera, dall'Italia alla Germania. Centinaia di rappresentanti del giornalismo europeo, fino a ieri separati a vantaggio di chi ci voleva appunto divisi per imperare, hanno dimostrato la saldezza di una coscienza comune in formazione: fenomeno di fondamentale importanza contro il quale nulla potranno i selvaggi bombardamenti aerei che invano distruggono opere d'arte e di civiltà.

Alcuni momenti del convegno sono stati di lirica solennità, come quello in cui il vecchio poeta del Nord, Knut Hamsun, è apparso agli astanti reverenti per fare atto d'accusa contro l'Inghilterra; come quando il ministro tedesco Dietrich ha pronunziato il suo discorso che ha sollevato come un colpo d'ala la nostra mente commossa verso il futuro d'Europa, traendo ispirazione dalla grandezza del nostro passato; un discorso serio ed esatto, pervaso dal senso del dramma di quest'ora storica, con valore di sintesi.

« Noi non combattiamo — ha detto Dietrich — per dei vuoti concetti. La nostra è una lotta per l'essenza stessa materiale e spirituale della civiltà umana, è una lotta per le conquiste dei sei millenni di lavoro del braccio e del genio; è la lotta per il raggiungimento o la perdita di tutto il progresso sociale, per l'intero possesso delle creazioni della civiltà umana e per le fondamenta della cultura: è la lotta per l'Europa, la lotta per tutto quanto l'Europa ha dato al mondo e alla umanità ».

Ricordate le parole dello storico portoghese Pimenta: « Disgraziatamente l'America non è stata nè una continuazione nè un completamento della cultura europea, ma solamente la sua degenerazione », Dietrich ha continuato ricordando che « tutto ciò che per gli uomini dell'Occidente arricchisce la vita e la rende degna di essere vissuta, è sorto dallo spirito europeo; tutto quanto non è nato da questo spirito, è rimasto oscuro ed insignificante ».

Ed ha continuato mostrando il panorama gigantesco, immortale del genio europeo. Era impressionante udire l'appello dei grandi che hanno improntato di sè la storia" del mondo, sentir risuonare i nomi di Galileo, di Colombo, di Marconi, di Michelangelo, di Leonardo, di Raffaello, di Palestrina, di Verdi, di Dante e di D'Annunzio fra gli altri maggiori che sono in assoluta prevalenza europei.

Ora che tutto questo patrimonio è minacciato, mentre le campane suonano a stormo, ecco che anche ai giornalisti europei, come ai lavoratori e ai soldati, incombe il compito supremo della difesa. Bene ha concluso Dietrich: « Ci troviamo in quel tale momento nel quale noi possiamo e dobbiamo con la nostra penna penetrare efficamente nell'ingranaggio della storia; da solo ognuno di noi non rappresenta molto, unita in un solo fascio la stampa delle Nazioni qui rappresentate è una enorme forza. Noi abbiamo la possibilità di forgiare i nostri giornali sulla linea di un incessante richiamo delle coscienze e di dare ai nostri lettori forza, veemenza e fiducia nella lotta per l'Europa e per il destino della umanità. Se noi troviamo la forza di infiammare col calore della passione i cuori degli uomini europei per questo nobile scopo, allora avremo compiuto la nostra missione. Allora la storia futura non annoterà i grandi uomini di Stato e i grandi generali, ma anche i grandi giornalisti che nell'ora fatale dell'umanità furono gli alfieri della verità, della giustizia e della libertà ».

Intanto fra i partecipanti al convegno veniva diffuso un elenco di giornalisti che, marciando oltre la loro missione professionale, hanno dato la vita per la Causa. Ancora una volta abbiamo incontrato i nomi di Giani, Palletta, Ricci, Vellani Dionisi e degli eroici camerati che insieme ad altri cento giornalisti sono caduti per la nuova Europa in cui l'Italia splenderà con l'insuperabile fulgore di Roma.