Friday, March 9, 2012

La Nazione e l'ordine nuovo

(Pubblicato in « Gerarchia », luglio 1942)

di Fantasio Piccoli

Dichiara spesso il nemico di combattere in nome della libertà dei popoli. Spesso si atteggia il nemico a protettore dei piccoli Stati, di cui pretende vengano violati i diritti all'esistenza e all'indipendenza. Qual'è questa libertà per cui il nemico dice di combattere? Qual'è questa indipendenza che il nemico pretende di proteggere? La libertà formale; l'indipendenza giuridica. Vorrebbe infatti il nemico che il mondo fosse diviso in centinaia di Stati e statereIli; vorrebbe a questi Stati e staterelli dare una libertà formale, un'indipendenza giuridica; vorrebbe poter proclamare, in una società internazionale così fatta, il diritto all'indipendenza di ciascun piccolo gruppo etnico: che poi, praticamente, tutti questi Stati e staterelli — indipendenti! — fossero all'Inghilterra e agli Stati Uniti legati mani e piedi dalla soggezione economica, questo è un problema che il nemico non vuole assolutamente toccare. Al nemico interessa salvare la forma, e proprio perché questa forma viene a rivestire di romantiche colorazioni una volontà di dominio che non vuole riconoscere limiti. La stupidità di quei popoli (se ancora ne esistono) che applaudono a Inghilterra e Stati Uniti, paladini della libertà dei popoli, è almeno pari al cieco egoismo del nemico.

Ma non soltanto su di un piano etico, appare la falsità di certo pensiero angloamericano. Anche su di un piano storico, è possibile individuare come la concezione anglo-americana sia limitata nelle vedute, e sostanzialmente lontana dalla realtà. Affermare infatti un diritto di indipendenza in ogni piccolo gruppo etnico, solo perché una veste giuridica ha dato ad esso la parvenza di nazione, significa ignorare la storia, significa porsi contro la storia. La quale non è statica, ma al contrario spinge i popoli verso una evoluzione continua; i gruppi etnici si muovono, si incontrano; gli incontri determinano attriti, dagli attriti sorgono nuovi organismi; l'omogeneità si diffonde in gruppi sempre più grandi, la società internazionale muta incessantemente fisionomia. Che contro questo dinamismo della storia si ponga il nemico, non può in nessun modo stupirci. Perché tutto l'interesse hanno Inghilterra e Stati Uniti, a che la compagine mondiale si fermi eternamente allo statu quo. La miopia del nemico, che si illude di poter fermare la storia, è una delle tante prove della sua debolezza.

Perché non è possibile fermare la storia. È invece possibile scorgere, nel movimento apparentemente caotico dei popoli, nei mutamenti e nei relativi attriti, il fluire lento e costante di una chiara evoluzione, che conduce le unità etniche verso un sempre crescente ingrandirsi. Esiste una legge storica che conduce i popoli da un più piccolo a un più grande. È una legge ineluttabile, che nasce dalla stessa natura dei popoli, e che nessun uomo politico di genio dovrebbe ignorare; perché qualsiasi movimento che a questa legge voglia opporsi, consapevolmente o inconsapevolmente, è inesorabilmente condannato al fallimento. Fallì Cartagine nel tentativo di sottrarsi all'influenza assorbitrice di Roma, fallì Cicerone nella sua fede nella Repubblica, fallirono gli Absburgo nella pretesa di mantenere frazionata e soggetta l'Italia. Nacque dall'orda la polis, dall'isolamento della civiltà mediterranea l'Impero Romano, dal comune il principato, dal principato la Nazione, Ecco in che senso il nemico si trova (del resto coscientemente) in una posizione antistorica. Ed ecco perché noi, che tendiamo attraverso il concetto di spazi vitali a creare l'esistenza di grandi organismi, capaci di vivere e capaci di collaborare gli uni con gli altri, siamo con la storia.

Si impone però un problema, che riteniamo di massima importanza, perché un complesso sfasamento di valutazioni, un disorientamento inevitabile in tempo di violenta rivoluzione, ha troppo spesso confuso, falsato, o ignorato quale è la posizione, la funzione della nazione nel nuovo ordine? Si parlerà ancora di nazione, oppure questo concetto dovrà ritenersi completamente superato?

Evidentemente, se per nazione si intende qualsiasi gruppo etnico, dotato di una omogeneità approssimativa, purché abbia la veste giuridica di Stato, di nazione non si dovrà più parlare. Altrimenti ricadremmo nella stessa antistoricità del nemico, e continueremmo a potenziare una società, costruita su basi fittizie: e perpetueremo quel dissidio inconciliabile tra forma e realtà, che tanta causa ha nelle origini di questo conflitto. Ma siamo certi che, negato, perché antistorico, il diritto all'esistenza a un gruppo etnico, a cui un'esiguità territoriale, una deficienza intcriore di forza vitale, impediscono di affermarsi attivamente sul piano di un equilibrio internazionale, siamo certi che, negato in sostanza il principio di nazionalità così come la concepiva Mancini nel secolo scorso, venga meno, come inutile, superato, insufficiente, il problema della nazione? Ingomma: il fatto che la teoria della nazionalità è oggi inaccettabile, perché troppi Stati che sino ad ieri si ritenevano Nazioni, hanno mancato alla loro funzione storica, può portarci a concludere che nazionalismo, nazione, nazionalità sono termini ormai senza peso nella storia del nostro conflitto, e perciò dell'ordine nuovo? Dovremo in sostanza ritenere errato un concetto, solo perché la sua espressione, in un certo periodo storico, fu insufficiente? O non dovremo piuttosto riprendere questo concetto, e inquadrarlo in una espressione esauriente? Il problema si pone ancora una volta in questi termini: che cosa è la nazione?

Mancini — e con lui i sostenitori del principio di nazionalità — vede lo spirito vitale, il sine qua non che determina l'esistenza della nazione, nella coscienza della nazionalità. E perché? Ma perché viveva in un periodo storico, in cui, pur agitandosi nell'intimo del nostro Paese l'anima di una nazione, una situazione di diritto e di fatto, in nome di una prepotenza fisica, e di un principio teoretico (il principio della legittimità) negava a questa nazione la vita. In un'Italia debole, ignorata, quale era l'Italia del '51, l'affermazione di Mancini ebbe un valore dinamico, rivoluzionario, e perciò « storico ». Affermare che soggetto di diritto internazionale è la nazione — e non lo Stato — e affermare che nazione è qualsiasi popolo, che, oltre ad una omogeneità di costumi e di tradizioni, abbia di se stesso una coscienza; e affermarlo a gente che si aggrappava disperatamente alla legittimità, come all'unico principio teoretico capace di salvare uno stato quo, significava capovolgere un mondo. Da questo punto di vista Mancini fu magnifico rivoluzionario e costruttore. Perché intuì, e perciò potenziò un momento storico: e senti l'insofferenza, il disagio del contrasto nascente fra una legittimità puramente formale, che si opponeva al libero evolversi della vita dei popoli. È notevole che nel secolo scorso Italia e Germania raggiunsero contemporaneamente la fisionomia di nazioni.

Mancini dunque vide giusto. Videro male, invece, quelli che vennero dopo di lui. Perché se il suo principio di nazionalità poteva avere un'immensa portata storica, in un momento particolare (quando cioè le nazioni, o almeno alcune grandi nazioni, si affacciavano con nuove aspirazioni sul piano della vita internazionale), pure non poteva essere questo principio di nazionalità perpetuato, se non a costo di renderlo, mutati i tempi, antistorico. Accettare oggi infatti il concetto manciniano di nazione, e attribuire perciò ai gruppi etnici un diritto all'esistenza, ci riporta a cadere proprio nello stesso pelago di quella legittimità avulsa dalla realtà della vita, contro la quale si era levato Mancini, con la teoria della nazionalità. Perché la storia cammina, e la rivoluzione di ieri è lo spirito conservatore di oggi. E se un passo avanti vuole fare rispetto al secolo passato questo secolo XX, sta appunto in questo: guardare in faccia la storia, capirla, e fare che la teoria nasca dalla nostra storia, e non dalla teoria di ieri; attuare insomma quella fusione tra pensiero e azione, che a questo in definitiva si risolve: guardare in cielo, con i piedi ben fissi sulla terra.

Ma vediamo perché oggi la teoria della nazionalità, così come la concepì Mancini, si rivela antistorica, e perciò inaccettabile.

Trasportiamoci, con una finzione retorica, in una società costituita, per esempio, come quella dell'Italia del secolo XIII. Troviamo qui parecchi piccoli Stati, che hanno in sé indubbiamente raggiunto un'unità. Un territorio definito, un popolo con la sua storia, con un modo particolare di esprimersi, con una sua più o meno evoluta letteratura; infine con una chiara coscienza di nazionalità. Proclamate ora in una società del genere la teoria della nazionalità: fisserà nella ristretta vita regionale lo sviluppo dei piccoli Stati; ritarderà la nascita della nazione; andrà contro quella legge « dal più piccolo al più grande », forza motrice dell'evoluzione dei popoli. Statica ed antistorica, dunque. Mentre dinamica e storica si rivela per l'Italia del secolo XIX. E allora? E allora l'errore della teoria della nazionalità non sta nell'aver proclamato un diritto all'esistenza, allo sviluppo, alla vita insomma della nazione, ma sta nell'aver compreso, nel suo concetto di nazione, una molteplicità di Stati che nazioni non sono.

E perché, non sono nazioni? Perché la nazione è un ente, che sorge spontaneamente nella vita dei popoli, ma non un ente fine a se stesso; bensì un ente che si costituisce in vista di una determinata finalità. Non è possibile infatti concepire nazione che non abbia da assolvere ad una missione di civiltà nella storia. È perciò indispensabile che alle esigenze di questa finalità, possa l'ente rispondere. Se la possibilità di rispondere a queste esigenze viene nell'ente a mancare — se cioè la nazione non è più in grado di assolvere la sua missione — è possibile affermare che l'ente sussista ancora? Ente e finalità sono concetti indissolubili. Se cade l'uno, anche l'altro viene inevitabilmente travolto nella caduta. Un ente costituito in vista di una finalità, quando a questa finalità vien meno, può anche materialmente sopravvivere: ma diventa altra cosa! Se dunque la nazione non è in grado di porsi nella società internazionale in modo tale, da poter assolvere i compiti ai quali la storia la chiama, la nazione come tale cessa di esistere. Non rimane di lei che un relitto storico. Continuerà ad esistere solo come fatto materiale. La nazione come tale cessa invece di esistere, perché le viene a mancare la forza di vivere. Ed eccoci così a quell'elemento spirituale, che era necessariamente sfuggito a Mancini, e che per noi è essenziale all'esistenza della nazione. Che non basta sia costituita da individui appartenenti ad una sola razza, aventi lingua, territorio, tradizione in comune; che non basta sia costituita da individui, aventi una coscienza della propria unità: ma che deve ancora da tutti questi elementi saper trarre una forza interiore, che la ponga in grado di affermare il suo diritto all'esistenza, e di assolvere così alla sua missione nella storia.

Se un qualunque gruppo etnico non trova questa forza, esiste una immaturità nella formazione della sua omogeneità. Nessun diritto di nazionalità lo potrà salvare. Lo scomparire di questo gruppo etnico dalla società internazionale non sarà che un episodio della lenta, ma continua evoluzione dei popoli. Nessun diritto naturale sarà leso, perché nessun diritto all'esistenza può avere un gruppo etnico che non abbia raggiunto la maturità di nazione. Al contrario, un diritto naturale sarebbe stato leso, se una forza esteriore ne avesse perpetuato l'esistenza, ostacolando così altri processi spontanei verso nuove formazioni nazionali (così legittimo — dal punto di vista della storia — ci appare il crollo della Cecoslovacchia, della Jugoslavia; come illegittima, sempre dal punto di vista della storia, ne era stata la formazione). Ecco perché le querele del nemico — del resto, come si è detto, assolutamente in mala fede — ci lasciano indifferenti. Possiamo infatti noi, in pieno secolo XX, dopo le tristi esperienze liberalistiche, affermare ancora l'esistenza di diritti che non riescano a trovare la forza di affermarsi? Ma tutta la storia sta a dimostrare che là dove un diritto non si è potuto affermare, tale diritto non aveva in realtà nessun fondamento nella vita! E d'altra parte, non esiste diritto, che un fondamento avesse nella vita, e che non abbia col tempo trovato la forza di affermarsi. Non ci si obbietti che una concezione di questo genere venga a negare il diritto del debole contro il forte: perché è facile dimostrare che spesso la forza è nel debole, la debolezza nel forte. Il problema non è infatti di forza e di non forza, nel senso materiale: il problema è di ordine spirituale, ed è essenzialmente un problema di equilibrio. Esiste infatti, nelle cose della natura come nelle cose della vita degli uomini, no principio di equilibrio, che si attua inesorabilmente, attraverso una perenne compensazione di forze avverse. I diritti degli uomini non possono mai essere contrari a questo principio di equilibrio. Così se il debole ha, nella civiltà contemporanea, trovato una certa difesa nella legge contro il forte, non dobbiamo pensare che tale difesa sia a lui caduta dal ciclo, per l'illuminata comprensione di qualche spirito eletto: ma dobbiamo pensare che, ad un, certo momento della storia si è venuta formando una coalizione di deboli, che ha incominciato a pesare talmente sulla bilancia della società, che i cosiddetti forti hanno dovuto riconoscerne — e temerne — e perciò potenziarne — l'esistenza. Chi proclamava un diritto di emancipazione in tempo di schiavismo, intuiva una legge di equilibrio che non avrebbe col tempo potuto non imporsi. Siamo dunque ben lontani da un'apologia della forza materiale, in quanto sopra abbiamo esposto. Se parliamo di forza, alludiamo a quella forza spirituale di vita, che trascina nel suo perenne divenire deboli e forti, lungo le vie imperscrutabili del destino dei popoli, attraverso quel tumultuoso fermento di inquietudini e di contrasti, che rappresenta il preludio doloroso — e pur necessario — di ogni superiore equilibrio.

In che senso Mancini vide giusto, abbiamo visto. È comprensibile d'altra parte l'errore in cui cadde nell'individuare il concetto di nazione (errore sui cui speculò poi un'intera letteratura, e proprio a danno — osservate bene — di quei popoli che Mancini intendeva difendere). È comprensibile il suo errore, se si pensa che quel movimento complesso di sistemazione dei popoli, che oggi viene trovando una netta fisionomia, nel secolo scorso era ancora in un caotico fermento. Sfuggì per questo, a Mancini, il fatto che l'evoluzione dei popoli non è fenomeno simultaneo. Non tutti i popoli infatti raggiungono nello stesso ciclo storico la medesima maturità etnica. È però inevitabile, data la sempre maggior frequenza di scambi fra le genti, che il popolo meno maturo assimili una vernice di civiltà dai popoli limitrofi. Così che ad un osservatore superficiale pare poter essere considerato sullo stesso piano degli altri popoli. Anzi, spesso càpita che popoli etnicamente meno maturi, abbiano una parvenza di civiltà anche superiore a quella di popoli più evoluti: ai quali una vestità di territorio, una molteplicità di problemi, una sovrabbondanza di popolazione possono ostacolare un processo di incivilimento in profondità. Ma il fatto che questi popoli etnicamente meno maturi abbiano una parvenza di civiltà pari a quella degli altri, non è sufficiente a mantenerli vivi e attivi sul piano internazionale. Sono inevitabilmente destinati a scomparire, perchè così vuole quel processo storico, che spinge i popoli verso un sempre maggior ingrandimento. Scompariranno, questi popoli, o attraverso un ingrandimento che proceda da una forza interiore, o attraverso un incontro con altri popoli affini, e nelle stesse condizioni di immaturità, o attraverso l'assorbimento da parte dei gruppi etnici più evoluti. Che tale destino sia difficile da sopportare per questi piccoli popoli, che hanno spesso soltanto il torto di essere rispetto agli altri indietro di qualche secolo, per quel che riguarda la maturità etnica, è comprensibile. La reazione e l'amarezza con cui questi popoli assistono, impotenti, al crollo di una indipendenza, sono sentimenti simili a quelli dell'individuo, che deve sacrificare il suo interesse personale per un interesse superiore, sono sentimenti simili a quelli di chi deve abbandonare, dopo lunga consuetudine di vita, un luogo, una situazione, costretto da esigenze imperiose, alle quali non ha la possibilità di sottrarsi. Né noi, popoli destinati ad una missione superiore, vogliamo non capire o non rispettare questi sentimenti, d'ordine profondamente umano. Ma la storia non può preoccuparsi dei sentimenti contingenti degli uomini, e procede inesorabilmente lungo il suo cammino.

Dobbiamo ora concludere che, per il solo fatto che pochi sono i popoli che per una particolare maturità etnica dimostrano d'essere capaci di porsi attivamente sul piano internazionale, è ormai inutile parlare di nazione? Possiamo, solo perché ci sentiamo in una posizione polemica contro una mentalità anglosassone, legata per i suoi egoistici interessi ad un mondo sorpassato, esasperare la nostra posizione polemica, e cadere nell'errore opposto, e cioè nel supernazionalismo?

Questo, dobbiamo rilevare: che si parli di nazionalismo, si parli di antinazionalismo, si parli di supernazionalismo, una cosa è certa: la nazione, nell'odierna civiltà internazionale, esiste. Anzi, crediamo, che mai sia esistita in una pienezza di vita, di personalità, di individualità, come oggi.

E ancora: chi fa la storia, oggi, se non alcuni gruppi etnici, che hanno realizzato ciascuno entro il suo ambito « nazionale » un organismo capace di largo respiro, sorto da una selezione di secoli, rafforzato da un'antica tradizione di civiltà? E che significa parlare di spazi vitali, se non esprìmere una tendenza verso la creazione di nazioni sempre più grandi, più forti, e realmente — non solo cioè giuridicamente, ma anche politicamente, economicamente, spiritualmente indipendenti? E che significa infine l'assorbimento dei popoli minori da parte di alcuni popoli eletti, se non l'attuazione di quella legge storica, che vede nell'evoluzione dei popoli un continuo divenire dal più piccolo al più grande?

Rinnegare la nazione — rinnegare il diritto di questi popoli superiori ad una vita autonoma — significa dunque rinnegare l'anima stessa della storia. Il che porterebbe non già ad un ordine nuovo, ma ad un disordine vecchio. Soltanto in una attiva collaborazione di nazioni — di popoli cioè che, avendo attinto in se stessi una forza dinamica di vita, si dimostrino capaci di assolvere la missione loro affidata dalla storia — soltanto in una attiva collaborazione di nazioni, in rapporti tali fra di loro da essere l'una necessaria all'altra (e in questa reciproca necessità si attua il principio d'equilibrio), è possibile trovare il fondamento ad un ordine nuovo. In questo senso, noi dobbiamo tenerci profondamente legati al concetto di nazione.

Infatti, un supernazionalismo si rivela oggi assolutamente immaturo. Troppo sensibili sono infatti ancora le differenze di lingua, di civiltà, di educazione, di sensibilità, di maturità tra le nazioni contemporanee. È impossibile immaginare il sorgere, nel nostro secolo, di una spontanea unione di nazioni in un organismo supernazionale. In un supernazionalismo, non si attuerebbe che l'affermarsi di un predominio politico di una nazione più forte sulle altre più deboli, che verrebbero a trovarsi in posizione di soggezione, anzi che di collaborazione. Si realizzerebbe cioè in Europa qualcosa di simile a quanto si realizzò nel medioevo in Francia, in Spagna, in Inghilterra: dove un'apparenza di nazione nascondeva in realtà un'unione forzata, di popoli eterogenei. Con la differenza che mentre questi popoli medioevali, privi o quasi di coscienza sociale, potevano facilmente sopportare l'imposizione di un predominio politico, diverse sarebbero oggi le condizioni: perché le nazioni europee, per il grado superiore di civiltà raggiunto, hanno una diversa coscienza sociale, e un insopprimibile senso di dignità nazionale. Quali dunque le conseguenze di un supernazionalismo? Ritarderebbe l'evoluzione della nuova civiltà; verrebbe infatti a determinare nuovi violenti attriti fra i popoli, che soltanto una forza materiale potrebbe, di volta in volta, superare. E questo, sino a quando? Abbiamo visto come la forza materiale spesso non sia tale che nell'apparenza.

Viceversa, concepito il concetto di nazione secondo una sana e storica evoluzione della realtà, spogliato di ogni utopismo romantico, riportato nella giusta luce, dalla quale la mentalità tipicamente egoista ed ipocrita degli anglo-americani l'avevano allontanato: ritornati dunque ad un nuovo e attuale concetto di nazione, è possibile scorgere che l'evolversi di questi nuovi grandi vitali organismi, potrà portare notevole contributo alla comprensione reciproca dei popoli, attraverso quei rapporti di reciproca necessità, di cui sopra parlavamo: sì che il problema economico possa finalmente risolversi in uno spontaneo, naturale equilibrio di interessi, e offrire in tal modo un terreno fecondo alla nostra civiltà. Nazioni grandi, dunque, e tali da porsi una di fronte all'altra su di un piano di parità di mezzi (attraverso il concetto di spazio vitale si giunge appunto a integrare le deficienze naturali delle singole nazioni): a questo dobbiamo tendere, se vogliamo — come fortissimamente vogliamo — realizzare un ordine nuovo, degno dell'idea mussoliniana, e perciò delle più belle tradizioni italiche. Si creerà allora l'esistenza simultanea di vari organismi, che trovando ciascuno in se stesso una sua individualità, un suo mondo inconfondibile, potranno raggiungere un equilibrio, che non nascerà da uno scolorito livellamento di tutti i valori internazionali, ma da un incontro di questi valori, potenziati e portati al massimo della loro possibilità di espressione. Che poi da un mondo siffatto, possa giungersi ad un supernazionalismo, non è escluso. Ma è oggi assolutamente prematuro parlarne. E comunque, anche se ad un supernazionalismo voglia qualcuno aspirare, la via per giungervi non è che quella delle nazioni: perché soltanto una spontanea, naturale evoluzione può creare nella storia un ordine sano e duraturo.

Ci pare così di aver dimostrato in che senso si debba oggi considerare la posizione della nazione nell'ordine nuovo. Il compito degli Italiani è chiaro ed evidente: non dimenticare che, come diceva Gian Battista Vico nel libro V dei suoi Principi di Scienza nuova, l'elemento vivificatore della rigenerazione dei popoli non può ritrovarsi che nella coscienza nazionale.