Friday, March 9, 2012

Civiltà fascista, civiltà dello spirito

(Pubblicato in « Gerarchia », luglio 1937)

di Niccolò Giani

Salutiamo con riconoscenza l'intelligente fatica di G. S. Spinetti, che in trecento e più pagine ha raccolto, seguendo un criterio sistematico il Pensiero di Mussolini e ha saputo mettere in chiara e accessibile evidenza, anche per i miopi e per i sordi, gli aspetti essenziali della Civiltà fascista. E da questa antologia emergono precisamente quegli aspetti che fissano in maniera definitiva la natura e la portata della Rivoluzione di ottobre. Ecco perché il volume così opportunamente s'intitola “Spirito della Rivoluzione fascista”. E cosa è, infatti, questo «spirito» se non l'insieme di quei principi che, nella storia del mondo civile, configurano in maniera inequivocabile la nostra Rivoluzione? Mussolini non aveva affermato sin dal 1924 che «il Fascismo non ha mai avuto tendenze né mai le avrà. Ognuno di noi ha il suo temperamento, ognuno ha le sue suscettibilità, ognuno ha la sua individuale psicologia, ma c'è un fondo comune sul quale tutto ciò viene livellato»? E cos'è questo «fondo comune» se non l'insieme di alcuni principi fondamentali, assiomatici e dogmatici? Un anno dopo il Duce non aveva ammonito ancora che non si deve «credere che tutto ciò sia effetto di considerazioni di ordine contingente. No! Al fondo c'è un sistema, c'è una dottrina, c'è un'idea»? Ma questo sistema, questa dottrina che riesce a «livellare» i diversi «temperamenti», le varie «suscettibilità» e le svariate «psicologie», in forza di quale verità raggiunge tutto questo? Se di tanto è capace quest'«idea», se essa riesce a portare a unità le diverse coscienze è solo perché essa ha la forza delle verità assiomatiche, dei dogmi, è solo perché essa è una mistica. Ecco il punto. S'è discusso molto su questa «mistica» del Fascismo e, purtroppo, quasi sempre a vanvera. I più, anzi, l'hanno confusa col misticismo: in ciò anche fuorviati dalle lacune o dalle imprecisioni dei nostri dizionari e delle nostre enciclopedie. Altri vi hanno visto addirittura una religione o qualcosa di simile. Solo pochi, per non dire pochissimi, hanno capito che la «mistica» è quel complesso di principi indiscutibili che costituiscono il «fondo comune» di un'Idea e di una civiltà nuova, quel fondo di fronte al quale ogni giudizio personale si tace, al cui paragone tutte le voci si perdono e scompaiono, dinanzi al quale ogni dissonanza cessa e ogni diversità sparisce. Ogni idea universale, ogni vera Rivoluzione mondiale ha la sua mistica, che è appunto la sua arca santa, cioè quel complesso di idee-forza che sono destinate ad irradiarsi e ad agire sul subcosciente degli uomini. Otto anni fa la Scuola di Mistica Fascista «Sandro Mussolini» è sorta appunto per enucleare dal Pensiero e dall'Azione del Duce queste idee-forza. La fonte, la sola, l'unica fonte della mistica è infatti Mussolini, esclusivamente Mussolini. E questo esclusivamente è il punto fermo, è la fondamentale caratteristica della mistica. Ecco anche perché quest'anno la Scuola ha svolto tutta una serie di pubblici convegni sulla «Civiltà dei Fasci e delle Corporazioni desunta esclusivamente dal Pensiero e dall'Azione del Duce». Noi non crediamo invero alla lunga serie dei padri putativi, dei padri spirituali, dei filosofi, degli ispiratori del Fascismo. No. Il Fascismo per noi mistici è Mussolini, soltanto, esclusivamente Mussolini. E ciò anche se noi sappiamo e ricordiamo esattamente quanto Egli disse nel 1921 quando si chiedeva: «Come è nato questo Fascismo, attorno al quale è così vasto strepito di passioni, di simpatie, di odi, di rancori e di incomprensione? Non è nato soltanto dalla mia mente o dal mio cuore: non è nato soltanto da quella riunione che nel marzo 1919 noi tenemmo in una piccola sala di Milano. È nato da un profondo, perenne bisogno di questa nostra stirpe ariana e mediterranea che ad un dato momento si è sentita minacciata nelle ragioni essenziali della esistenza da una tragica follia e da una favola mitica che oggi crolla a pezzi nel luogo stesso ove è nata». E ciò perché se è vero che il Fascismo è figlio di Roma, non è cioè che una forma, un ricorso, direbbe Vico, della civiltà mediterranea e latina, è altrettanto vero che di questo ritorno Mussolini è l'Eroe, secondo l'accezione e la concezione più tradizionale di questa parola. Ché Egli ne è allo stesso tempo il riesumatone e il portatore, l'interprete e il trasformatore, il campione e l'affermatore ed è perciò che Egli solo è la Fonte della Mistica del Fascismo. Ecco perché lo Spinetti, raccogliendo gli aspetti essenziali del Pensiero mussoliniano, ha portato un contributo importante all'opera di enucleazione della Mistica. E quest'opera è, oggi, non dimentichiamolo, più che mai necessaria. Nella lotta di idee che imperversa sul mondo bisogna infatti che l'Idea del Littorio si configuri senza equivoci e senza dubbi. Mussolini stesso ha detto più volte che il problema dell'espansione della nostra Idea è un problema di conoscenza. Quanti infatti ci negano e ci combattono solo perché non ci conoscono? E quanti ci conoscono male? Ma noi cosa abbiamo fatto e cosa facciamo perché ci conoscano meglio e appieno? Io credo che il più non l'abbiamo fatto: cioè l'esposizione, esclusivamente attraverso il Pensiero e l'Azione del Duce, della Civiltà dei Fasci e delle Corporazioni. I tentativi in proposito — è vero — non sono stati pochi, ma è ora di coordinare i vari sforzi e di concludere. Lo esige non solo la necessità della nostra espansione ed affermazione all'estero, ma anche e soprattutto la continuità e la linearità della Rivoluzione all'interno. Perché, o camerati giovani e anziani, guardiamoci negli occhi, diciamolo francamente: quante nostre giornate non si sono chiuse con un tramonto senza speranza, quante notti non hanno colmato di pessimismo il nostro orizzonte, quanti dubbi e quanti interrogativi la vita di ogni giorno non ha posto alle nostre coscienze? Ebbene, dubbi e pessimismo, incertezze e indecisioni sono scomparsi appena noi abbiamo aperto la pagina giusta e abbiamo letto il pensiero preciso del Capo. Questa gioia e questa fortuna devono essere di tutti: questo è la mistica, questo noi vogliamo e per questo dobbiamo arrivare all'esposizione organica di tutto il Suo pensiero e di tutta la Sua azione. Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il Suo pensiero si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Ché il Fascismo non è istinto ma è educazione, è perciò conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini. Guardate, ad esempio, la definizione che Egli ha dato della Rivoluzione. Così la determina in Dottrina del Fascismo: «... quando un filosofo finlandese mi pregò recentemente di dargli il senso del Fascismo in una frase, io scrissi in lingua tedesca: "noi siamo contro la vita comoda!"». E non è qui veramente l'essenza della Rivoluzione? Non è questo il nocciolo della filosofia fascista? La vita comoda non è forse stata l'ideale del materialismo? Liberismo, socialismo e comunismo non sono sorti e non hanno combattuto in nome dell'edonismo individuale? Il pacifismo e la politica del piede di casa non erano in funzione di questo ideale dell'uomo in pantofole e papalina, con una macchina e un autista compassato e cauto al portone? Quel cosiddetto ideale cioè che si riassume e sintetizza in una sola parola, il tanto decantato «progresso»? La scomodità non è invece il simbolo dell'irrequietezza dello spirito? Della ricerca del nuovo e del meglio, della volontà del domani, del desiderio della lotta, cioè del vero progresso? E perciò che con questa definizione Mussolini ha fissato la caratteristica più importante e maggiormente differenziatrice del Fascismo, come Civiltà dello Spirito. Perché, invero, un giorno Egli ha potuto dire «noi rappresentiamo l'antitesi netta, categorica, definitiva di tutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dirla in una parola, degli immortali principi dell'89»? Non forse perché Rousseau, Marx e Engels, nei loro pur diversi atteggiamenti, sono stati i rappresentanti e i portatori del materialismo? Ed è proprio per questo che Mussolini, dando il giusto nome al secolo scorso, nel 1922 poteva scrivere «se è vero che la materia è rimasta per un secolo sugli altari, oggi è lo spirito che ne prende il posto... Tutte le creazioni dello spirito — a cominciare da quelle religiose — vengono al primo piano, mentre nessuno osa più attardarsi nelle posizioni di quell'anticlericalismo che fu per molti decenni, nel mondo occidentale, l'occupazione preferita della democrazia. Quando si dice che Dio ritorna, s'intende affermare che i valori dello spirito ritornano». E proprio perché il Fascismo è il ritorno dello spirito in Occidente, perché è il ritorno dei valori della «civiltà ariana e mediterranea», perché è il ritorno della vera Europa cattolica e romana, Mussolini ha potuto affermare che «in quanto idea, dottrina, realizzazione il Fascismo è universale; italiano nei suoi particolari istituti, esso è universale nello spirito, né potrebbe essere altrimenti». E poteva dichiarare anche che «il Fascismo ha ormai nel mondo l'universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano». La convinzione che «il Fascismo sarà il tipo della civiltà europea e italiana di questo secolo» non è forse fondata su questa realtà? Non si basa proprio sul fatto che il Fascismo rappresenta la realizzazione di quanto filosofi e artisti, nello scorso e in questo secolo, in ogni parte del mondo, hanno auspicato? La Rivoluzione delle Camicie nere non è forse la nemesi storica tanto attesa? Non è il trionfo di tutte quelle scuole, di tutte quelle correnti, di tutti coloro che, nel secolo del materialismo, hanno saputo mantenere accesa la fiaccola dello spirito e l'hanno ininterrottamente tramandata a una minoranza sparuta ma decisa, piccola ma volitiva, che oggi nel mondo è diventata la grande maggioranza del Fascismo, del Nazismo, del Rexismo, dell'Austria cattolica e corporativa, del Portogallo di Salazar e della Spagna di Franco? Non voleva forse questo il Gioberti, per ricordare uno solo di quanti in Italia hanno auspicato il ritorno e il nuovo trionfo dello spirito, quando in pieno materialismo scriveva: «L'Italia, appoggiandosi all'Idea parlante, seco unita e connaturata, è come la leva di Archimede, che, non ostante la sua parvità e debolezza intrinseca, può sollevare il mondo e mutar gli ordini dell'Universo». E più oltre non auspicava questo quando aggiungeva «sotto l'Italia reale, l'etnografo filosofo sa scorgere un'Italia ideale, che è tanto più sustanziale e consistente dell'altra, quanto che la prima varia del continuo di anno in anno e di secolo in secolo, laddove la seconda dura immutabile. Similmente egli vede da questa uscire una Europa spirituale, e l'idealità che l'informa diffondersi di mano in mano sul resto del globo, finché abbia animata di nuovo e conglutinata indissolubilmente tutta la nostra specie». E, fuori d'Italia, in un Paese giovanissimo e perciò senza vincoli di tradizione e di passato, più tardi, Emerson, quegli che è stato definito da Bliss Perry un filosofo «yankee», un «prodotto di circostanze puramente americane», non testimoniava ancora questa grande attesa quando diceva «da che deriva la saggezza? Quale è l'origine della forza? È attraverso il Pensiero degli uomini che l'anima di Dio si diffonde nel mondo. E il mondo riposa sulle idee e non sul ferro o sul cotone, ma, anzi, l'essenza del ferro così come quella del fuoco, l'etere e l'origine di tutti gli elementi è la forza dello spirito. Perciò, come l'uccello in aria e i pianeti nello spazio, così le Nazioni umane e i loro istituti riposano sullo spirito e sulle idee degli uomini». E quello che il Gioberti in Europa e il filosofo di Boston in America scrivevano nell'Ottocento non era invero che la sottile ma persistente vena sotterranea che, quando maggiore sembrava il trionfo del materialismo, quando pareva che le forze dello spirito stessero per essere sopraffatte per sempre, in Italia come negli Stati Uniti, in Francia come in Inghilterra, preparava il ritorno e la rivincita dello spirito. Più tardi, poi, quanto più ci avviciniamo ai nostri giorni, queste voci si sono fatte più numerose, l'attesa è diventata più consapevole, la speranza ha assunto il tono della certezza e i portatori dello spirito hanno combattuto ancora duramente ma ormai vittoriosamente la grande battaglia. E così siamo arrivati all'ora della crisi, quella che Mussolini ha definito, «la crisi del sistema». Al momento in cui i sistemi della materia si sono incontrati con quelli dello spirito, la civiltà materialista è in lotta per la vita e per la morte contro la civiltà spiritualista. Siamo cioè a questi ultimi anni. Siamo al Mosca contro Roma. Siamo alla lotta cruenta della Spagna rossa contro la Spagna di Franco. È perciò che possiamo dire che oggi nel Fascismo riecheggiano tutte le speranze e tutti i pronostici, tutte le tendenze e tutti i movimenti, tutte le scuole e tutti i partiti che per un secolo e mezzo, nel nostro vecchio mondo e nella nuovissima America, hanno mantenuta accesa la fiaccola dello spirito e hanno combattuto per il suo trionfo. E così in Mussolini, campione non solo italico ma umano e mondiale delle Forze eterne dello spirito, riecheggiano gli anticipatori di ieri e i combattitori che oggi sotto tutte le latitudini sono impegnati perché la Vittoria diventi generale. Per Orestano come per Dainelli, per Charles Petrie come Christopher Danyson, per De Reynold come per Taddeo Zielinski, come per Weber, per Grzybowski come per Manoilesco, per Karl Anton Rohan come per Garcia Morente, per Francesco Coppola come per Alfredo Rosenberg, per Gimenez Caballero come per Bodrero, per J. Rennell, Pierre Gaxotte, Tucci, Daniel Halévy, Vitetti, Orario, von Beckerath, Apponyi, per André Gervais come per Georges Valois, ecc., la Civiltà del Littorio non è invero — e qualche volta nonostante tutto — l'inizio della realizzazione delle loro visioni e dei loro sogni, delle loro anticipazioni e delle loro meditazioni? E la Rivoluzione di ottobre realizza le aspettative e le profezie non solo di questi, ma anche di coloro che la fraintendono perché non la conoscono, ma anche di coloro che la ignorano perché ad essa mai si sono avvicinati. Ecco perché oggi nel mondo si parla di due mistiche. Da una parte la mistica di Roma che è la mistica dello spirito, dietro la quale si allineano le forze che credono e combattono in nome della tradizione europea, in nome della civiltà «ariana e mediterranea» e sono Cattolicesimo e Fascismo, Nazismo e Rexismo, sono l'Austria di Dollfuss e di Schuschnigg, il Portogallo di Salazar e la Spagna di Franco. Dall'altra è la mistica del materialismo, è la cosiddetta civiltà dell'oro, quella che ha rinverdito il mito del toro, che ripete il destino della fenicia e mercante Cartagine, che continua l'89 e il 1917, che dietro la propria bandiera, rossa di sangue e di sacrifici, accomuna la Russia comunista e satrapessa di Stalin alla Francia di Blum e all'Inghilterra dei massoni e degli ebrei. Civiltà Fascista = Civiltà dello spirito: ecco la grande equazione del secolo. Quell'equazione che gli stranieri, quelli che non ci conoscono o ci combattono in buona fede non hanno ancora capito. Per costoro infatti noi siamo stati e siamo ancora violenza e reazione, dittatura e destra, e non hanno saputo comprendere che il manganello e l'olio di ricino sono sacrosanti come le Crociate, che la reazione non era involuzione e regresso ma ritorno ai valori eterni della tradizione mediterranea, che la dittatura non era satrapismo ma restaurazione dello Stato, che la destra non era negazione e vessazione del proletariato ma invece esaltazione del lavoro che è gerarchia, disciplina, ingegno, tecnica, tenacia. Ed è dallo spirito, da questa fondamentale e iniziale posizione della Rivoluzione che scendono, in perfetta coerenza, tutti gli altri principi del Fascismo, tutti quegli indiscutibili punti fermi che nel loro insieme costituiscono la «mistica fascista». Lo spirito non è fede, volontà, azione? Ed è perciò che Mussolini, contro l'ateismo, il fatalismo morale e il determinismo storico, l'irresponsabilità e la viltà del materialismo ha lanciato il trinomio «credere, obbedire e combattere». Lo spirito non è armonia, gerarchia di valori ed equità? Ed è in suo nome che il Duce ha proclamato «ordine, autorità, giustizia» contro il caos dell'egualitarismo, l'anarchia degli abbracciamenti universali e il tallonamento del più forte sul più debole, osannati dal materialismo. Lo spirito, infine, non è superamento del contingente e del mortale, non è differenziazione e organizzazione, tradizione e coordinazione ad un fine, coesistenza ed educazione? Ed ecco che Mussolini ha detto che lo «Stato è un assoluto davanti al quale individui e gruppi sono il relativo», e ancora «tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Ma non siamo alla statolatria perché il Duce ha anche affermato: «Valorizzare l'individuo», non l'individualismo però. Conoscendo il Pensiero di Mussolini l'equazione Fascismo-spirito risulta indiscutibile, ma dall'antologia che Spinetti ha curato con intelligenza amorosa essa balza evidentissima e precisa. Ecco perché le sue pagine serviranno a molti stranieri e anche a non pochi italiani che, nell'Anno XV e II dell'Impero, credono ancora che il Fascismo sia solo un buon regime politico e niente di più. Nei simboli della Croce, dell'Aquila e dei Fasci invece – e la gioventù del mondo lo sa o lo saprà – s'è reincarnata quella civiltà mediterranea che, nel nome di Roma latina e cattolica, ieri ha creato l'Europa e oggi, nel nome del Littorio, deve ridare il nostro continente alla sua tradizione e al compito che gli è assegnato nella vita di questa nostra piccola Terra. Ma – ricordiamocelo – solo nel Pensiero e nell'Azione del Duce è la Dottrina del Fascismo, e in essa è compiutamente sintetizzata ed espressa la Civiltà dello spirito: conoscere e far conoscere questo Pensiero e questa Azione è perciò la parola d'ordine dei giovani della Mistica e, ne siamo certi, non solo di essi.