Friday, March 9, 2012

Gibilterra è Spagna

(Pubblicato in Gerarchia, agosto 1942)

di Oreste Celidoni

Gli Spagnoli non hanno mai accettato ed hanno anzi sofferto, non sempre in silenzio, di dover confinare al sud con la « verguenza de Gibraltar » come essi dicono.

È noto che nella loro storia molte volte hanno tentato riprenderla agli usurpatori. È meno noto di come gli Inglesi abbiano messo gli occhi su Gibilterra, ed in base a quale gioco se ne siano impossessati, mettendo a profitto, nella confusione dei tempi in cui si svolgevano le loro azioni, il mai smentito istinto di ladroni.

Imperversava la guerra di successione di Spagna. Erano competitori Filippo V e l'Arciduca Carlo III. Anno 1704. Gli Inglesi, dopo avere inutilmente cercato di impossessarsi di Gaelice, con cui, dopo la scoperta dell'America, facevano all'amore sin dai tempi di Drake, per il suo traffico con le Indie e le sue ricchezze, si gettarono addosso a Gibilterra. La piazzaforte era difesa da Diego Salinas che comandava un presidio di un centinaio di uomini con poche e cattive armi e scarse munizioni. Dall'altra parte c'erano novemila uomini e centoventi navi, comandanti il Principe di Darmstad e l'ammiraglio Rooke.

Gli assediati vennero invitati a riconoscere Carlo III invece di Filippo V. Rifiutarono di rinnegare il giuramento prestato, ed in sei ore vennero sommersi da 15.000 colpi di cannone (De Castro: Storia di Codice). Capitolarono i superstiti, con l'onore delle armi.

Il Darmstadt issò Io stendardo del nuovo Re di Spagna, Arciduca Carlo, occupando la piazza in suo nome.

Ma Rooke, il prestigiatore, vegliava. Profittando della confusione dei tempi e delle incertezze del Darmstadt, opportunista e ambizioso, fece ammainare lo stendardo imperiale ed issare la bandiera inglese. È con questo scambio di bandiere che Gibilterra passò ai Britanni. Bei tempi erano quelli per Old England! Al solo pensarci i vari lord dell'Ammiragliato, Eden, Churchill debbono sentirsi venire l'acquolina in bocca.

Degli antichi abitatori della Rocca rimasero solo le scimmie a far compagnia mi nuovi venuti. I gibilterrini abbandonarono la città portando seco il gonfalone che dal Municipio di San Roque occhiegggia alla Rocca, aspettando il momento di venire nuovamente issato sulla Punta d'Europa ad avvertire i naviganti che il periodo dei soprusi e delle servitù è finito per sempre. Dinnanzi a tale mistificazione gli Spagnoli reagirono, e Filippo V cercò di togliere immediatamente agli Inglesi la piazza, prima che potessero fortificarvicisi. Più di 9000 uomini al comando del Villaderias assediarono Gibilterra da terra, mentre l'ammiraglio francese Poity con una flotta la assediava dal mare.

Senza la superbia e la iattanza di un francese la Rocca avrebbe potuto essere riconquistata, quando un pastore, a nome Simon Susarte, fece entrare, per sentieri a lui solo conosciuti, circa 500 uomini. Nessuno però, nonostante gli accordi presi, venne in aiuto di quei valorosi che soccombettero tutti, combattendo. Un generale francese, monsieur Cavanne, che comandava una divisione ausiliaria di 3000 uomini, negò all'ultimo momento al comandante spagnolo il suo appoggio dicendo che « sarebbe stata una umiliazione per l'onore di ambedue le Nazioni dopo tanti sforzi conquistare la Rocca grazie ad un misero pastore ».

Mai il detto francese « que la parole a été donnée a l'homme pour deguiser sa pensée » venne così a proposito. Il Cavanne, sotto belle frasi, pensava, aspettando promessi rinforzi, ad una vittoria assolutamente francese ed anelava, forse, togliere la bandiera inglese per metterci quella francese. Dopo otto mesi l'assedio venne tolto e l'art. 10 del trattato di Utrecht, sal quale gli Inglesi non sono voluti tornare neanche nella pace di Siviglia del 1729, sanzionava l'opera del prestigiatore Rooke.

Nonostante il trattato di Utrecht, Filippo V sognava sempre Gibilterra. Nel 1726 riunì un consiglio di guerra per studiare la possibilità di riconquistarla, dato anche che in quel frattempo « l'Inghilterra aveva nuovamente burlato la Spagna », così un cronista. Nelle trattative diplomatiche del 1725, infatti, si era lasciata intravvedere alla Spagna la possibilità di una restituzione di Gibilterra, qualora nella pace di Cambray la corona di Spagna avesse appoggiato quella d'Inghilterra. Ottenuto 10 scopo, more solito, la perfidia britannica si rimangiò tutto ed allora Filippo V ordinò al Conte de la Torres di iniziare l'assedio. Anno 1727. L'impresa si annunciava difficile e dura. Il De la Torre pensò, ad un dato momento, di far saltare la Rocca con una enorme mina che avrebbe dovuto seppellire nelle sue rovine i difensori. Non se ne fece niente, il progetto si presentò irrealizzabile. Nel dicembre dello stesso anno l'assedio venne tolto. Seguì la pace di Siviglia, e non si parlò di Gibilterra.

Per Carlo III « la bandiera inglese su Gibilterra faceva lo stesso effetto che la muleta sul toro », così un cronista dell'epoca, poco rispettosamente, ma molto efficacemente.

Risoluto a conquistarla, affidò il comando di un corpo di 13.000 uomini al generale Martin Àlvarez, che iniziò il blocco da terra, mentre l'ammiraglio Barcelò la bloccava dal mare.

Gli Inglesi, dinanzi a tale seria minaccia, tanto più che in quell'epoca avevano perso Minorca, vollero mercanteggiare. Chiesero Porto Rico, in cambio di Gibilterra. Gli Spagnoli rifiutarono il mercato e si affidarono alla sorte delle armi.

La difficoltà di risolvere il problema della conquista accese la fantasia di molti e molti progetti che, è curioso rievocare ora, furono studiati.

Il Conte de Aranda voleva coprire e seminare la baia davanti a Gibilterra di scogli artificiali che impedissero la libera manovra della flotta inglese. L'Estaing ed il Barcelò si affidavano alle artiglierie. Vinse il progetto di un ingegnere francese, monsieur d'Arzon, il quale inventò grandi pontoni, muniti di artiglierie e di truppe da sbarco, che avrebbero dovuto avvicinarsi alle opere fortificate della piazza, battendole con i cannoni ed occupandole con le truppe da sbarco. Monsieur d'Arzon, per impedire che questi pontoni venissero incendiati dal tiro nemico, aveva trovato un sistema di circolazione d'acqua che permetteva l'immediato spegnimento di eventuali incendi. Accadde però che la circoIasione d'acqua dell'ingegnere, invece di impedire gli incendi, bagnò le polveri in modo che non si potè neppure sparare e la battaglia venne perduta.

Era il 13 settembre 1782. Il migliore giudizio su tale impresa venne dato da Federico II di Prussia il quale scriveva « il sistema delle batterie flottanti essere una simpatica pazzia ed il più tristo esempio della jattanza e leggerezza francese; non poter e non saper capire perché 50 navi francesi che spagnole avessero permesso il passo di 35 navi inglesi in uno spazio tanto ristretto ».

Gli ammiragli alleati dettero la colpa di quest'ultimo fatto ai venti sfavorevoli. Ed il popolo pasquineggiò « Entro NN.SS.EE. 00. se colarmi los ingleses ».

Né miglior esito ebbe la spedizione comandata dal De Crillon che con una squadra di 48 navi si recò da Cadice a Gibilterra, mentre un esercito di 20.000 uomini iniziava l'assedio da terra. L'inglese Davin riuscì a portare aiuto, con la flotta, alla piazzaforte; rifuggendo la battaglia che Luis de Cordoba, ammiraglio spagnolo, voleva ingaggiare, rifugiandosi a Lisbona. Era il 1787. In quasi un secolo, quattro volte gli Spagnoli tentarono il colpo.

Il De Castro scrisse: « L'assedio di Gibilterra durò più di quello di Troja. Avemmo la costanza, ma non l'astuzia greca per entrare nelle sue mura » e se ne rammaricava, rimpiangendo anche il non aver scambiato Porto Rico, quando era stato proposto.

Ora Gibilterra è all'erta. Non bisogna dimenticare che gli Spagnoli sono gli eredi ed i continuatori della politica di Isabella e Ferdinando, i Re Cattolici, che, per lunghissimi anni, in mezzo a grandi difficoltà, organizzarono e combatterono per l'unità della Spagna, per cacciare i mori, per conquistare Granada. E ci riuscirono. La sorte di Gibilterra è già segnata nel quadrante della storia e la prestidigitazione di Rooke, invano sanzionata dai trattati, avrà la sorte che merita. La « verguenza de Gibraltar » verrà cancellata. Non è retorica, è verità di domani. Ne dànno affidamento, tra l'altro, alcuni disegni, recentemente esposti in Cadice, io cui mani inesperte di bimbi spagnoli hanno tracciato la caratteristica figura del « Penon » con eopra la bandiera della Patria, o più chiaramente hanno scritto a grandi lettere: « Esta mancha serà borrada », questa macchia sarà cancellata, « Gibraltar es Espana », Gibilterra è Spagna.