Sunday, March 4, 2012

Discorso di Roma, 23 settembre 1939

Alla « Decima legio »

di Benito Mussolini

Ho voluto che la ripresa dei miei contatti con le gerarchie del Partito cominciasse da voi, o camerati di Bologna: primo, perché avete dato il più alto contributo di sangue alla causa della Rivoluzione fascista; secondo, perché siete degni di chiamarvi « Decima Legìo », cioè la Legione fedelissima, sulla quale Cesare poteva in ogni momento contare; terzo, per l'importanza che nella vita politica, economica e morale della Nazione ha Bologna e la terra che dal Po all'Adriatico la circonda. Dopo questo rapporto altri ne seguiranno per le gerarchie delle altre regioni e il Partito procederà così alla sua integrale mobilitazione, dal centro all'estrema periferia.

Ci incontriamo in un momento tempestoso che rimette in giuoco non solo la carta dell'Europa, ma, forse, quella dei continenti.

Niente di più naturale che questi eventi grandiosi e le loro ripercussioni in Italia, abbiano provocato una emozione anche fra noi. Ma di questo speciale comprensibile stato d'animo ha approfittato la minima, ma ciò nondimeno miserabile zavorra umana, che si era ridotta a vivere negli angiporti, nei ripostigli e negli angoli oscuri. Si deve a questa zavorra la diffusione delle « voci » che hanno circolato, molte delle quali — le più ridicole — mi riguardavano personalmente.

Il fenomeno era destinato ad esaurirsi, altrimenti con mia somma mortificazione, avrei dovuto dubitare di una cosa nella quale ho sempre fermamente creduto, e cioè che il popolo italiano è uno dei più intelligenti della terra.

Senza drammatizzare le cose, perché non vale assolutamente la pena, la conclusione che se ne deve trarre si riassume in queste parole: ripulire gli angolini dove — talora mimetizzandosi — si sono rifugiati rottami massonici, ebraici, esterofili dell'antifascismo. Non permetteremo mai, né a loro né ad altri, di portare nocumento alla salute fisica e morale del popolo italiano.

Il popolo italiano sa che non bisogna turbare il pilota, specie quando è impegnato in una burrascosa navigazione, né chiedergli ad ogni istante notizie sulla rotta.

Se e quando io apparirò al balcone e convocherò ad ascoltarmi l'intero popolo italiano, non sarà per prospettargli un esame della situazione, ma per annunziargli — come già il 2 ottobre del 1935 o il 9 maggio del 1936 — decisioni, dico decisioni, di portata storica.

Per ora non è il caso. La nostra politica è stata fissata nella dichiarazione del lo settembre e non v'è motivo di cambiarla. Essa risponde ai nostri interessi nazionali, ai nostri accordi e patti politici ed al desiderio di tutti i popoli, compreso il germanico, che è quello di almeno Del resto, liquidata la Polonia, l'Europa non è ancora effettivamente in guerra. Le masse degli eserciti non si sono ancora urtate. Si può evitare l'urto col rendersi conto che è vana illusione quella di voler mantenere in piedi o, peggio ancora, ricostituire posizioni che la storia e il dinamismo dei popoli hanno condannato.

È certo col saggio proposito di non allargare il conflitto che i Governi di Londra e di Parigi non hanno sin qui reagito di fronte al « fatto compiuto » russo; ma ne consegue che hanno compromesso la loro giustificazione morale tendente a revocare il fatto compiuto germanico. In una situazione come l'attuale, piena di molte incognite, una parola d'ordine è sorta spontaneamente fra le masse dell'autentico popolo italiano: prepararsi militarmente per parare ad ogni eventualità; appoggiare ogni possibile tentativo di pace e lavorare vigilanti, in silenzio.

Questo è lo stile del Fascismo: questo deve essere ed è lo stile del popolo italiano.